Luciana Gravina: «Calvino, un lascito di grande provocazione»

«Il lascito di Calvino è ovviamente di grande provocazione. Se vogliamo sintetizzare, possiamo dire: complessità, molteplicità, sperimentazione, ricerca. E si potrebbe continuare. E comunque è un segnale che il romanzo, nella struttura tradizionale, potrebbe essere stanco».
Così Luciana Gravina, narratrice, poeta e autrice di critica letteraria, nel nostro Spazio Calvino. È laureata in Lettere classiche presso l’Università Statale Federico II di Napoli. È autrice del romanzo, Ginestre e libri proibiti, 2016, Onereed Edizioni, Milano, di un libro di racconti, Nove racconti eccentrici, 2018, AltrEdizioni Casa Editrice, Roma, e di un libro d’arte con racconti brevissimi, Bisegni, AltrEdizioni Casa Editrice, Roma, 2015. Per la poesia ha pubblicato: A folle da uno a due, Ed. La Scena Illustrata, La Polena, Ed. Levante, E se…, ed. Rossi e Spera, M’attondo il giorno, Edizioni ArtEuropa, Del senso e del sé, Edizioni ArtEuropa, L’infinito presente, AltrEdizioni. Sul suo itinerario di ricerca poetica è stato editato il volume Luciana Gravina. Percorsi poetici e pretesti critici, a cura di Francesco D’Episcopo e Giorgio Linguaglossa, 2019. Per la critica letteraria, ha pubblicato Il segno e dintorni, Boll. Bibliot. Prov. Matera,1986. Alcuni suoi testi sono pubblicati in molte riviste tra cui Il Verri, fondata da Umberto Eco e Luciano Anceschi, Frequenze Poetiche diretta da Giorgio Moio, e Malacoda diretto da Francesco Muzzioli. È creatrice di forme d’arte e di gioielli. Ha appreso l’arte del gioiello a Parigi con l’insegnamento della scultrice iraniana Phaiandeh Sciahanneh. 


L’opera e la personalità di Italo Calvino sovente appaiono contraddittorie, considerata la grande varietà di atteggiamenti che, verosimilmente, riflette l’accadere delle poetiche e degli indirizzi culturali nel quarantennio fra il 1945 e il 1985. È possibile, tuttavia, rinvenire un’unità d’intenti?

Potrei dire la ricerca e la sperimentazione che Calvino applica soprattutto alla struttura delle opere e che nella sua narrativa si impone già dall’inizio come riflessione sul modo di fare letteratura.                                                      
Si tenga presente che Calvino attribuisce alla letteratura un ruolo fondamentale in quanto «spazio di significati e di forme che valgono non solo per la letteratura. Noi crediamo che le poetiche letterarie possano rimandare a una poetica del fare, anzi: del farsi». Così ne «Lo Sguardo dell’archeologo» del 1972.                                                                    
È evidente la suggestione della linguistica che, da De Saussure in poi, ha smontato le certezze della scrittura emozionale (poesia e prosa) e la sua soggezione al contenuto per privilegiare il «farsi» dello strumento di veicolazione. La struttura del linguaggio è in continuo divenire secondo un inarrestabile processo che mette in discussione ogni punto di arrivo per poter elaborare esperienze sempre nuove. Il lavoro di Calvino è ricerca sperimentale nel senso di inarrestabile riflessione e produzione di strutture inedite del romanzo fino al metaromanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore.


Neorealismo, gioco combinatorio, letteratura popolare sono tra i numerosi campi d’interesse toccati dal percorso letterario di Calvino. Su quali aree si è concentrata la sua attenzione?

La scrittura di Calvino mi intriga in generale, ma le opere che rileggerei senza annoiarmi mai sono Le città invisibili e Lezioni americaneLe città invisibili, del 1972, è un’opera in cui i segni della semiotica e dello strutturalismo sono marcati, avvertiti nella procedura combinatoria propria del periodo dell’opera di Calvino. D’altra parte gli anni Sessanta e Settanta sono quelli degli studi di semiotica, in Francia, con Greimas, Barthes, Mounin, Kristeva, (solo per fare qualche nome), e così il Circolo linguistico di Praga, in America Peirce, in Italia Eco e Segre, furono anni di audaci teorie e di accese diatribe.
«Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive» (Le città invisibili). Così Calvino avverte il potente imperatore dei Tartari, evidenziando la distanza tra la scrittura/struttura e la realtà, una scrittura che intesse una rete dove il messaggio è scomposto in tanti piccoli tasselli. E in questa rete c’è l’uomo coi suoi desideri, coi suoi sogni, coi suoi dubbi, con le sue inquietudini. È una scrittura leggera, semplice, ma non superficiale, sicuramente attenta, giocata sulla superficie della paratassi e con una divertente cumulatio.
Lezioni americane è un po’ un testamento sulla Letteratura, non solo sulla sua funzione di strumento per orientare il confuso uomo contemporaneo nel Labirinto della complessità e aiutarlo a uscirne (ma solo per entrare in un altro), ma anche su come deve essere nei suoi modi di Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità. Un grande maestro: non a caso sono Lezioni.


«Nel Novecento è un uso intellettuale (e non più emozionale) del fantastico che s’impone: come gioco, ironia, ammicco, e anche come mediazione sugli incubi o i desideri nascosti dell’uomo contemporaneo». Così Calvino. In qual misura il «fantastico» calviniano si fa pioniere del contemporaneo?


Il «fantastico» di Calvino rompe il cliché tardo-ottocentesco che si trascina anche nella prima metà del Novecento, che pesca soprattutto nel sovrannaturale. Calvino nutre la sua narrativa delle più recenti scoperte del pensiero novecentesco. Sono convinta che non gli sfuggano la scoperta della fisica quantistica, la filosofia dell’irrazionale, sorta sull’esaurimento dell’entusiasmo per le certezze positivistiche e anche gli studi sul subconscio e sull’insondabilità del mondo interiore di Freud e dei suoi epigoni. Si aggiungano gli studi e gli esperimenti per la conquista dello spazio, che proiettano l’uomo in una dimensione sconosciuta alla percezione umana. Calvino vive consapevolmente il suo tempo e lo elabora attraverso il piacere di narrare. Il suo fantastico è invenzione pura nel riflesso del nuovo che la sua generazione va elaborando. Senza questa consapevolezza sarebbe impossibile farsi coinvolgere da un uomo che vive a metà (Il visconte dimezzato), o che vive per tutta la vita su un albero (Il barone rampante) o da un narratore di nome Qfwfq (Le cosmicomiche) che racconta dodici storie sulla vita dello Spazio.


Il 2023 ha celebrato il centenario della nascita di Italo Calvino. Qual è il suo lascito alla posterità letteraria?

È ovviamente un lascito di grande provocazione. Se vogliamo sintetizzare possiamo dire: complessità, molteplicità, sperimentazione, ricerca. E si potrebbe continuare. E comunque è un segnale che il romanzo, nella struttura tradizionale potrebbe essere stanco.


Romano Luperini sostiene che il saggio critico, così come ereditato dal secolo passato, non ha più futuro. Come vede lei la trasformabilità di questa forma che si è istituzionalizzata in un vero e proprio genere letterario, sul quale si sono cimentati filosofi e critici celebri, tra cui Adorno e Lukács?

Della critica letteraria si sono occupati molti, come lei dice, sin dai tempi di Platone (Repubblica) e di Aristotele (Poetica), cioè tutti i letterati e i filosofi, ciascuno elaborando tesi spesso contrastanti che hanno reso la teoria della critica letteraria un tema di assoluto interesse. Luperini ha ragione nel sostenere, che la critica novecentesca è sorpassata, così come sono sorpassate tutte le teorie del passato. È legge della Storia il divenire e niente e nessuno vi si può sottrarre. Oggi la critica letteraria deve fare i conti, oltre che con i lasciti del più recente passato come la sociologia, la psicanalisi, la linguistica, anche con l’informatica e con le scienze cognitive. Inoltre deve tentare di risolvere il dilemma: interpretare o giudicare?


L’edizione 2023 del Premio Strega ha segnato non solo la vittoria di una scrittrice, ma anche un record di donne: otto scrittrici nella dozzina e quattro nella cinquina. Come si configura l’attuale status della letteratura esperita da donne?

Credo che l’attenzione alla scrittura delle donne sia un po’ un atteggiamento che «tira», una moda dalla quale neppure il premio Strega è esente. Ci sono state sempre donne scrittrici e poete, sistematicamente ignorate dalla cultura egemone. Tuttavia non si può negare che le donne oggi scrivono di più e forse senza la rabbia del passato. Sono più serene e propongono problemi importanti. L’importante è che vengono prese in considerazione dalle grandi case editrici. Certo, se pensiamo all’innovazione calviniana, siamo su distanze siderali, Ma ci sono lavori tradizionali pregevoli. Che ben vengano.


La letteratura romena è costantemente tradotta in italiano, con nomi di punta quali Ana Blandiana, Herta Müller, Norman Manea, Mircea Cărtărescu, Emil Cioran, Mircea Eliade, e la rivista «Orizzonti culturali italo-romeni» ne registra le pubblicazioni nel database Scrittori romeni in italiano: 1900-2024. In che misura pensa sia conosciuta in Italia e quali scrittori romeni hanno attirato la sua attenzione?

Devo confessare che non conosco a fondo la letteratura rumena. Ho letto Mircea Eliade e mi piace il suo pensiero antropologico, mi colpisce dolorosamente il pessimismo senza rimedio di Emil Cioran. Sono letture del mio passato. Vedo che amate molto Ana Blandiana. Anche a me piace la connessione con l’universo della sua poesia e la dolente ricerca sulla sua condizione esistenziale, per fortuna non irrimediabile. 



A cura di Afrodita Cionchin e Giusy Capone
(n. 3, marzo 2024, anno XIV)