Sostenere il disincanto. Le «Operette morali» di Leopardi secondo Novella Bellucci

Novella Bellucci è docente di letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma e fa parte del comitato scientifico della prestigiosa rivista «La Rassegna della Letteratura italiana» dirigendo la sezione «Primo Ottocento» insieme a Marco Dondero. La propria attività di ricerca l’ha dedicata ad autori o gruppi intellettuali, a temi, generi, questioni teoriche della letteratura italiana moderna, in particolare al primo Ottocento italiano e ai suoi rapporti con la cultura francese. Collegati a questo ambito di interessi sono anche i suoi studi su varie tematiche risorgimentali, sulla letteratura di viaggio o di paesaggio, sul rapporto degli scrittori con le città, oppure sulla definizione dell’Italia e degli italiani presente nella cultura letteraria preunitaria. Un interesse costante ha rivolto alla scrittura femminile, in una prospettiva non solo teorica e letteraria ma anche storico-antropologica, dedicando una serie di saggi alle letterate e organizzando l’Archivio delle scritture femminili di primo Ottocento.
Ma più di ogni altra cosa Novella Bellucci è una grande specialista di Leopardi, cui ha dedicato numerosi progetti culturali, coordinando il bicentenario leopardiano romano e lo splendido volume Leopardi a Roma, catalogo della mostra allestita nella stessa occasione, oppure il più recente progetto sul Lessico leopardiano. I suoi studi su vari aspetti della produzione del poeta (i volumi Leopardi. Per leggere, 1988; Giacomo Leopardi e i contemporanei, 1996; Il gener frale. Saggi leopardiani, 2010) fanno parte ormai della bibliografia di riferimento per qualsiasi studioso del mondo che si occupi del grande recanatese. Nel 2016 a Recanati Novella Bellucci è stata insignita del premio «Giacomo Leopardi» per la critica.
Ho conosciuto la professoressa Bellucci e abbiamo fatto amicizia proprio in nome della nostra passione comune per Leopardi, e di recente lei ci ha fatto l’onore di scrivere l’introduzione al volume delle Operette morali, apparso nella bella traduzione di Oana Boşca-Mălin nella collana bilingue «Biblioteca Italiana» dell'editrice Humanitas di Bucarest, volume di cui vorrei discutere anche qui.


Cara Novella, partirei da alcune mie perplessità sorte in occasione della Serata Italiana del 7 novembre scorso a Bucarest, dedicata alle Operette morali. Come tanti che si sono occupati intensamente di un autore, nel nostro caso Leopardi, io l’ho visto, sentito, pensato, probabilmente sempre dall’interno della sua opera e del suo sistema di pensiero. Gli invitati al dibattito, intellettuali romeni di altissimo livello e di vasta cultura, percependolo probabilmente dall’esterno, hanno dimostrato atteggiamenti che vorrei discutere con te. Il primo invitato – filosofo e scrittore di eccezionale apertura culturale e mentale, che stimo molto, e cristiano credente – dopo aver letto le Operette ha inventato una scusa per non partecipare al dibattito. Il secondo, Stefan Vianu, filosofo anche lui, che invece vi ha partecipato, ha parlato di Leopardi come di una mente che ha assorbito un’immensa cultura unicamente per argomentare il proprio nichilismo. A modo suo, ciascuno dei due ha percepito il filosofo Leopardi come negato al dialogo. Secondo te, tale percezione è corretta?  Il pensiero di Leopardi o lo abbracci o lo rifiuti?

Secondo il mio modo di leggere e di sentire Leopardi, non dovrebbe essere questo l'approccio al suo pensiero: tra l'abbraccio e il rifiuto esistono molteplici vie intermedie; esse riguardano gli innumerevoli percorsi che si sviluppano entro la complessa trama della riflessione di un grande pensatore della modernità come è stato il poeta di Recanati; percorsi che non possono non sollecitare quanti sono appassionati al sapere, alla conoscenza, alle domande ultime, alla poesia. Leopardi ci chiama a un confronto fecondo intorno a una molteplicità di temi che sono tuttora centrali: siano essi temi ontologici, come l'interrogazione sul male e sul senso dell'esistenza/vita che rappresenta il nucleo portante della sua opera poetica e filosofica o  temi legati alla vastissima rete di questioni relative al rapporto individuo/società o quelli inerenti ai linguaggi nel loro divenire storico. Da questo si rileva che Leopardi è autore tutt'altro che negato al dialogo, tanto che mi sento di affermare che la struttura del suo pensiero (poetante, secondo la felice definizione di Antonio Prete) è di per se stessa dialogica come dimostra la scrittura dello Zibaldone, dietro la quale si cela costantemente un interlocutore collettivo o singolo. Che Leopardi abbia assorbito una immensa cultura solo al fine di argomentare il proprio nichilismo è affermazione che non mi sento di condividere. Io sostengo che sacrificare un autore tanto grande entro definizioni quali romanticismo, classicismo, pessimismo, nichilismo è operazione riduttiva e semplificatrice, in ogni caso da rifiutare. Leopardi va oltre ogni schematizzazione e ogni definizione, come tutti i grandissimi pensatori e poeti.

La prima domanda tira la seconda: nella tua esperienza con gli studenti, parlando della filosofia leopardiana, è mai nato dibattito in classe?

Ultimamente ho sempre insegnato almeno un corso leopardiano ogni anno, convinta come sono che in una Facoltà di Lettere e Filosofia Leopardi è, alla stregua di Dante, autore da cui non si può prescindere. Gli studenti si sono sempre appassionati allo studio dell'opera leopardiana e hanno mostrato perlopiù forti e autentici interessi per l'approfondimento del pensiero di uno scrittore che, all'uscita dalle scuole superiori, ammettevano di conoscere solo parzialmente e talora in maniera, se non distorta, certo molto limitata entro stereotipi critici e storiografici duri a morire. Mi chiedi se in classe nasceva dibattito; rispondo affermativamente e naturalmente le forme delle discussioni sono state ogni volta diverse: dipendevano cioè dal tipo di classe che si era formata, mai uguale come sanno bene coloro che insegnano, e anche dal tipo di corso proposto e dalla mia impostazione di lettura. Di pessimismo si è discusso poco perché io all'inizio dei corsi indicavo con fermezza quanto ho già affermato qui sopra: che un autore della grandezza e della complessità di Leopardi rifiuta gli schematismi delle definizioni che gli sono state incollate addosso, in primis quella di pessimismo. L'orizzonte in cui si colloca Giacomo Leopardi supera la questione del suo pessimismo per abbracciare una mappa sterminata di temi di grande interesse e di sorprendente attualità. Leopardi è autore che insegna a pensare criticamente, a non accontentarsi di soluzioni facili e confezionate, a fare del dubbio uno strumento conoscitivo indispensabile: che insegna a pensare in grande e a unire la visione più disincantata alla forza utopica più appassionata. Mi piace a questo proposito ricordare che proprio dalle esperienze didattiche vive si è formata l'idea del Laboratorio Leopardi realizzato nella nostra facoltà, grazie alla preziosa collaborazione con Franco D'Intino, e ha tratto linfa dalla appassionata partecipazione di giovani che lo animano e lo rendono straordinariamente produttivo (Lableopardi@uniroma1.it).

Ho saputo con gioia che un laboratorio o circolo del genere dedicato a Leopardi esiste anche alla Complutense di Madrid. Rimanendo ai tuoi studenti: i giovani di adesso, cui hai parlato di Leopardi, sono più ricettivi alla sua filosofia o alla sua poesia, premesso che possano essere disgiunte?

Ho alle spalle una lunga carriera di docente, cinquant'anni, considerando i primi quattro anni di insegnamento presso un liceo classico (avevo allora vent'anni) e tutti gli altri all'Università. I miei primissimi allievi hanno ora più di sessant'anni. Gli ultimi ne hanno poco più di venti. Eppure mi sarebbe difficile tracciare una mappa dove risaltassero diversità rilevanti nel modo di vivere l'esperienza di avvicinamento a Leopardi tra i più vecchi e i più giovani. Sono io che nel tempo ho affinato le mie conoscenze e forse le mie strategie didattiche. I giovani di oggi come quelli di ieri, messi di fronte ai testi e guidati nei percorsi non semplici del suo pensiero e della sua scrittura, hanno perlopiù amato il «nostro» Giacomo Leopardi, pensatore e poeta, e molti di loro ne sono stati profondamente segnati. Oggi si conosce meglio lo ZIbaldone e questo ha sicuramente influito nella crescita di interesse che i «giovani di adesso» hanno nei confronti del pensiero filosofico, in genere analizzato con passione. Leopardi non è autore facile ed esige grande studio. Sovente gli esami che hanno per argomento temi leopardiani risultano meno felici di quelli su altri autori anche molto complessi, per esempio Dante o Ariosto. Non sono infrequenti casi di studenti che rifiutano un voto mediocre, sostenendo che preferiscono ripetere l'esame piuttosto che avere un insuccesso su un autore da loro particolarmente prediletto. Come se non potessero/volessero offenderlo.

Ritornando alla Serata Italiana dedicata alle Operette: un altro invitato, Dan C. Mihăilescu, acuto e versatile critico letterario, ha osservato che nel suo nichilismo, Leopardi ti fa amare i valori alti e positivi della vita – che, se ben ricordo, era anche l’opinione del De Sanctis. Si è scritto abbastanza sulla «positività» nascosta nel negativismo leopardiano. Secondo te, tale positività è reperibile nelle Operette malgrado il fatto che esse sintetizzino il materialismo, il relativismo e la visuale negativa del Nostro?     

Mi fa piacere che l'invitato che tu definisci «acuto e versatile critico letterario» abbia sottolineato questo aspetto del pensiero leopardiano da te giustamente riportato già a De Sanctis e che ha costituito un filo ininterrotto nella storia della ricezione del nostro poeta, specialmente in alcuni periodi storici (non posso non ricordare qui i contributi fondamentali del mio maestro, Walter Binni). Le Operette costituiscono l'opera filosofica compiuta di Leopardi e danno forma dunque ai principi portanti di tale filosofia: antifinalistica, antiprovvidenzialistica, materialistica, indefessamente volta all'interrogazione sulla natura del male e del dolore delle creature, disincantata, critica nei confronti delle folli illusioni e presunzioni umane (l'antropocentrismo, la fiducia cieca nelle scoperte tecnologiche: per tutte si pensi all’esclamazione del Fisico che entra nella scena del mondo moderno promettendo quell'allungamento della vita che noi oggi sperimentiamo anche nelle sue prevedibili criticità); e dunque danno forma agli aspetti della modernità che hanno intaccato in profondità i cardini della esistenza e della convivenza umana, non risparmiando neanche la funzione delle lettere e del sapere. Al tempo stesso, entro la tessitura letteraria originalissima di un'opera così straordinariamente variegata, che ben poco spazio lascia a speranze di futuri migliori, si insinuano possibilità, pur rare, di magnanimità e grandezza umana. Nella parte del libro successiva al sorprendente disvelamento della Natura quale ente indifferente alle creature, si moltiplicano le figure umane portatrici di valori magnanimi, pur se persuase della verità amara della condizione dei viventi. Pensiamo a Colombo, a Plotino portavoce del grande appello al rispetto dell’amicizia e dei legami umani, a Eleandro, a Filippo Ottonieri, fino all'eccezionale figura di Tristano. Le operette sono essenzialmente morali perché indicano modi per sostenere il peso del disincantamento moderno e della caduta dei grandi miti del passato; direi che possono essere considerate un viatico per affrontare il dolore insito nel vivere, il senso di caducità, di precarietà, di effimero che è consustanziale alla vita delle creature. In tale prospettiva la categoria del pessimismo, ripeto, si rivela insufficiente a interpretare il pensiero leopardiano.

In una precedente intervista con Giorgio Stabile, in questa stessa rivista, toccavamo il rapporto Galilei-Leopardi e «il disincantamento del mondo», ossia l’amara scoperta avvenuta con la «modernità» dell’estraneità della Natura. Perché, secondo te, il dolore di Leopardi per una conclusione tutto sommato scientifica? 

Leopardi ha compreso profondamente e ha patito la portata della rivoluzione scientifica che ha prodotto una vera e propria 'mutazione' irreversibile e globale nella visione del mondo: dalla centralità della Terra alla sua totale marginalità, dal protagonismo assoluto dell'uomo al suo divenire «menoma» parte dell'universo. La rivoluzione scientifica (Copernico/ Galilei/ Newton) ha portato con sé una concezione cosmologica radicalmente mutata: a un sistema ben ordinato si è sostituita una pluralità incommensurabile di mondi che, togliendo ogni illusione di primato alla Terra e ai suoi abitanti, ha trascinato anche il senso del divino in una deriva di inesorabile relativismo. Leopardi è stato uno dei poeti che ha rappresentato più lucidamente il senso e la portata di tale rivoluzione la quale ovviamente non può considerarsi solo scientifica: ogni forma del sapere ne è stata coinvolta. La discesa della Verità sulla terra, evento tragico nella sua irreversibilità, rappresentata nella Storia del genere umano, può essere letta come una delle grandi figure letterarie del trauma prodotto dagli esiti di quella rivoluzione.

Accennavo prima alla «modernità» in quanto fase storica della cultura occidentale. Nella tua introduzione al volume delle Operette, affermi che la vera protagonista del libro è la modernità. In che senso, perché e come?

Il libro delle Operette è un libro moderno costruito attraverso un abilissimo impasto di materiali provenienti dalle scritture antiche e da libri più vicini ai tempi dell'autore. Intanto è moderna la sua ideazione (costruire un libro tutto filosofico mediante ingredienti perlopiù letterari variamente composti) e la sua struttura: il libro nasce su una perfetta coerenza interna sviluppandosi per brevi testi assai diversi tra loro nel genere (anche se prevalgono i dialoghi, essi rispondono a forme dialogiche ciascuna assai diversa dall'altra), nello stile, nelle invenzioni: frutto di uno spericolato sperimentalismo tenuto insieme dalla «leggerezza apparente», e cioè dal registro ironico di cui rappresentano un esempio altissimo. Anche in questo senso è un libro moderno, in quanto le Operette costituiscono un’originalissima realizzazione di scrittura ironica che può essere considerata un’espressione della ricerca romantica sull'ironia.

Finora, forse a causa degli interlocutori della Serata sopra ccennata, mi sono riferita alle Operette piuttosto come a dei testi filosofici, mentre si tratta di squisita letteratura: Italo Calvino le chiamava «quel libro senza uguali». In che senso, secondo te, va intesa questa etichetta? E «senza uguali» per i suoi tempi, o anche per i nostri?

Le Operette sono insieme squisita letteratura, come tu dici, e autentica opera filosofica. Le due dimensioni non sono affatto contraddittorie, anzi. Portatrici di una singolare originalità compositiva, in esse i due aspetti sono assolutamente integrati e questo ne fa un capolavoro di rara originalità. Il loro percorso, nella storia della critica e della recezione è stato molto accidentato e difficile. Solo da pochi decenni se ne è riconosciuto l'altissimo valore; per più di un secolo si è guardato ad esse come a un insieme di testi e non a un libro unitario al modo in cui il suo autore voleva fosse letto. Le Operette sono state smembrate, antologizzate, analizzate con intenti censori; sono state messe all'indice, sono state collocate ai margini della letteratura proprio perché non si riusciva a comprenderne la natura di libro filosofico. Più dei critici sono stati alcuni scrittori a comprenderne la grandezza e a considerarle un libro di rara perfezione. Tra essi certo Calvino occupa un posto di primo piano. «Libro senza uguali»: la sua definizione si è imposta nel secondo Novecento. Io ritengo che le Operette siano un libro unico nella letteratura non solo italiana e che è giunto il tempo di comprenderne tutto il valore (morale e letterario) e di farne tesoro.

    


Intervista realizzata da Smaranda Bratu Elian
(gennaio 2017, anno VII)