Con Vincenzo Fiore su filosofia auto-sperimentale, anti-fanatismo e «l’infernale sincerità» di Cioran

«In un’epoca dove il fanatismo sembra essere tornato alla ribalta a livello mondiale, il pensatore romeno è un antidoto che ci rende immuni». (Vincenzo Fiore)
A partire da questa premessa, pubblichiamo un’intervista con Vincenzo Fiore che affronta la filosofia auto-sperimentale, l'anti-fanatismo e «l’infernale sincerità» di Cioran.
Vincenzo Fiore (nato nel 1993 in Solofra, Italia) si è laureato e specializzato in Filosofia presso l’Università degli studi di Salerno. È membro del Progetto di ricerca internazionale dedicato a Emil Cioran. Si è occupato delle interpretazioni totalitarie di Platone pubblicando il saggio Platone totalitario (Historica, 2017). Scrive per le pagine culturali di «The Post Internazionale» e de «Il Quotidiano del Sud» e collabora con diverse riviste. Con Nulla Die ha pubblicato il suo libro su Cioran e il romanzo Nessun titolo (2016). Con lo stesso editore, è in corso di ripubblicazione il suo esordio letterario Io non mi vendo. (dalla quarta di copertina)


Il libro di Vincenzo Fiore è dedicato a Emil Cioran. La filosofia come de-fascinazione e la scrittura come terapia, Piazza Armerina (En): Nulla Die, 2018, 187 pp. Già dal suo esordio letterario con Al culmine della disperazione, Cioran dichiara di aver chiuso i conti con la «filosofia ufficiale». Il pensatore romeno non elaborerà mai una nuova dottrina o una visione del mondo, e rivendicherà per tutta la vita la sua «inutilizzabilità». Una strage delle illusioni e uno smascheramento senza pari nella storia delle idee, volti all’eliminazione del profeta che si nasconde in ogni uomo. Pertanto, la filosofia di Cioran non sarà altro che un esercizio di de-fascinazione e la scrittura si rivelerà una terapia volta a sopportare l’esistenza, nel vano tentativo di riscattare la dolcezza anteriore alla nascita. Il testo ripercorre e analizza lo stretto rapporto fra biografia e pensiero in Cioran, soffermandosi sui temi teoretici del me phynai, di Dio e del suicidio. In appendice: una lettera inedita del filosofo, un articolo della giornalista Carol Prunhuber, e alcuni ritratti fotografici di Vasco Szinetar. (dalla quarta di copertina)

L'intervista, realizzata da Rodrigo Inácio R. Sá Menezes [1], è stata pubblicata inizialmente en portoghese sul Portale E.M.Cioran/Brasile [2], accompagnando una recensione del libro di Vincenzo Fiore. Io voglio ringraziare Orizzonti Culturali Italo-Romeni per l’accoglienza e l’opportunità di diffondere gli studi su Cioran.

Rodrigo Menezes: Caro Vincenzo, innanzitutto ti ringrazio per la cortesia e la gentilezza di questa intervista. Devo dire che grazie a Cioran mi sonno avventurato nelle lingue francese e spagnola (inizialmente, per leggere le sue opere complete, che non sono integralmente disponibili in portoghese), e adesso anche nell’italiano (una sfida alle limitazioni linguistiche e culturale). Detto questo, mi scuso fin d’ora per eventuali errori e inconsistenze in questa lingua così bella che non voglio maltrattare. Per cominciare, mi piacerebbe sapere quando e come hai scoperto l’opera di Cioran… Potresti parlarci del tuo itinerario intellettuale, dalla prima lettura fino a la pubblicazione di Emil Cioran. La filosofia come de-fascinazione e la scrittura come terapia?

Vincenzo Fiore: Ho scoperto Cioran quando ero ancora uno studente liceale. Avevo trascorso un anno intero a leggere Nietzsche, che mi aveva aiutato a sopportare un grande dolore. Un giorno mi sono imbattuto casualmente in un aforisma del pensatore romeno, e ne sono rimasto letteralmente folgorato. Nel giro di poco tempo ho acquistato tutti i suoi testi. La lettura dello scettico dei Carpazi è stata la migliore terapia che potessi scoprire. Inizialmente, non potevo immaginare che mi sarei occupato anche a livello universitario di Cioran. Tutto è nato un po’ per caso, un po’ per passione. 

R.M.:
In Brasile, c’è un certo pregiudizio politico-accademico che rende difficile l’inserzione di Cioran nell’ambito degli studi universitari. Per molti, il nostro autore non è altro che uno scrittore, un letterato, ma non filosofo, perché i filosofi non fanno ciò che fa Cioran (diciamo, «filosofia lirica», «filosofia come de-fascinazione»), e ciò che fa Cioran, i veri filosofi non lo fanno [3], questo non avrebbe nulla a che fare con la Filosofia… E, se arrivano a riconoscergli una dimensione filosofica, l’esistenza di un pensiero, è soltanto per squalificarlo a priori come «nichilista», «reazionario», etc. Com’è il rapporto tra Cioran e l’università in Italia? Ci sono progetti di ricerca, tesi e dissertazioni in sviluppo? Quali sono i temi più affrontati?

V.F.:
Le etichette non sono mai servite a nulla, figuriamoci se possano essere utili per comprendere l’opera di un autore come Cioran. Esiste davvero un limes preciso capace di separare in maniera netta la filosofia dalle altre scienze e dalle altre discipline? Io credo di no. È ovvio che dopo Nietzsche, la filosofia non è più la stessa. Cioran è figlio di quel filone a-sistematico che si è imposto con il filosofo tedesco. Per dirla alla Russell, la filosofia è quella nebulosa che racchiude e che lentamente espelle i saperi umani. Per questo sotto il termine filosofo, che a volte può essere un termine di comodo, ricadono autori del tutto diversi, come ad esempio: Talete, Agostino, Galilei, Hegel, Sartre, Popper. Ovviamente, Cioran non è l’artefice di un sistema, non è un epistemologo, non è un accademico, né tantomeno è un proclamatore di dottrine, egli è un pensatore che può essere incluso nella storia delle idee nella misura in cui si interroga sull’esistenza, sulla nascita, sulla morte, sul mondo (ma non solo). Per rievocare ancora Nietzsche: «Il filosofo deve essere la cattiva coscienza della sua epoca», di sicuro Cioran lo è stato.
In Italia, tanto del lavoro sul pensatore romeno si è svolto e si sta svolgendo al di fuori dell’università. Basti pensare all’attività di Antonio Di Gennaro, punto di riferimento sull’argomento nella Penisola. Senza dubbio, c’è l’Università degli studi di Napoli «L’Orientale», che ogni anno si trasforma nel luogo di ritrovo di tanti studiosi provenienti da tutto il mondo, sede dove si svolgono convegni internazionali e giornate di studio (tutto coordinato dal Prof. Rotiroti). Sempre in Campania, anche l’Università di Salerno e la Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale si sono aperte, in maniera diversa, all’opera dello scettico dei Carpazi. Ci sono poi realtà interessanti come Trento, Milano e Padova dove insegnano o si sono formati studiosi italiani di Cioran. Per il resto, c’è ancora tanto da fare...

R.M.:
Dal titolo, il tuo libro sintetizza ciò che me sembra essere l’essenziale del pensiero di Cioran. In altre parole, si tratta di un doppio ricorso, procedimento, motivo o principio; due registri operativi, due chiavi ermeneutiche che si uniscono e si completano nel nucleo di questa «filosofia auto-sperimentale» che Cioran concepisce per sé, come dici tu stesso. Da un lato, lo scetticismo, questo «esercizio di de-fascinazione», come dovere della lucidità; da un altro, il bisogno di scrivere, l’esigenza vitale della scrittura come una sorta di (auto)terapia, una vera medicina, paradossale e ambivalente, per sublimare il dolore d’esistere e la consapevolezza della fatalità inerente alla vita, per trasmutare la decomposizione e la disperazione in principio creativo, autopoietico…
Detto questo, come concepire la scrittura come «una confessione e una maschera» (La tentazione di esistere), ossia un principio di denudazione e trasparenza interiore (conoscenza di sé, lucidità), e allo stesso tempo un filtro [4], un artificio dalle virtù occulte, un principio di dissimulazione e di moltiplicazione infinita di apparenze?

V.F.:
Cioran esortava i suoi lettori a scrutare fra le lettere di un autore, per riguardarli dalla maschera che poteva rappresentare l’opera. Gli studiosi di Cioran, a loro volta, hanno accolto tale suggerimento proprio per comprendere meglio i suoi scritti. Il risultato è pressoché sorprendente: leggere gli epistolari del pensatore romeno è come leggere brani dalla sua opera, vi è la stessa infernale sincerità. Che sia un aforisma rivolto alla pubblicazione o il passaggio di una lettera destinata a un amico, la scrittura in Cioran non è mai dissimulazione, nascondimento, artificio. La parola viene presentata sempre cruda e nuda. Non caso, egli amava dire che tutto ciò che non è diretto è nullo… 

R.M.:
Dato questo concorso fra de-fascinazione e scrittura terapeutica, come vedi il rapporto, in Cioran, fra ironia, logos frammentario e affetti quali la malinconia e la noia, come espressioni di una certa nostalgia metafisica (dor in romeno), ovvero del «paradiso perduto» [5]? La ragione della mia domanda è che sembra esistere, nell’opera di Cioran, una tendenza contraddittoria e irriducibile, senza nessuna preoccupazione di unità, per esempio: scetticismo (dubbio scettico, sospensione del giudizio, indecidibilità) e pessimismo o persino nichilismo; scetticismo e pathos mistico, «la passione de l’assoluto in un’anima scettica»…
Il caso di Cioran non sembra essere quello di qualcuno che non sposa nessuna posizione, nessuna tesi, nessuna verità temporanea e «di temperamento» (Sommario di decomposizione), ma bensì quello di qualcuno che adotta moltissime posizioni, che sostiene il pro e il contra di tutto: tutte le posizioni di un uomo senza posizione», secondo Peter Sloterdijk [6], o, nelle parole dello stesso Cioran, il «nichilista che crede in tutto» (Sillogismi dell’amarezza), ossia che sperimenta con le sensazioni e le idee, portandole fino al limite de la comunicabilità. Nella misura in cui è fortemente influenzato da Schopenhauer, non erediterebbe, a malincuore, un certo idealismo filosofico che, non essendo kantiano, ma bensì schopenhaueriano (pessimista, tragico, ateo), è – come idealismo – una sorta di reazione allo scetticismo come l’ultima parola in materia di conoscenza? Sarebbe il pessimismo di Cioran soltanto un effetto, un impressionismo, una posa? È possibile ridurre Cioran, filosoficamente parlando, a un semplice e puro scettico senza nessuna aspirazione metafisica?

V.F.:
Non vi è unità, perché Cioran non ha mai fatto della contraddizione un problema, anzi. Cioran spiega che il suo aforisma non deve essere considerato un vero e proprio aforisma, ma il risultato di uno svolgimento di pensiero di cui si è salvata soltanto la conclusione, dopo aver cancellato l’intera pagina. Il frammento permette, a differenza della rigidità del sistema, una certa libertà e smorza sul nascere la possibile creazione di una dottrina o di un sistema. Il vantaggio dell’aforisma è che esso non ha bisogno di fornire prove ed essendo frutto di sensazioni temporanee giustifica anche eventuali contraddizioni: «Si tira un aforisma come si tira uno schiaffo».
Occorre ricordare, che prima ancora di essere uno scettico o un negatore, Cioran è soprattutto un disingannato, un rinnegato. Egli ha attraversato di tutto, prima di rifiutarlo, di svelarlo. Si è immerso nella storia della metafisica, si è infatuato del nazismo da giovane, ha cercato l’estesi leggendo Santa Teresa. Qualora fosse proponibile il termine nichilista per Cioran, sarebbe troppo riduttivo, troppo semplicistico. Cioran ha sì avuto un’aspirazione metafisica, sì un’aspirazione di un dialogo con Dio, ma il risultato finale è stata sempre una aspra disillusione. Una sua battuta diceva che tutto delude in questo mondo, persino la santità.

R.M.: Secondo Mario Andrea Rigoni (nota della pagina 62 del tuo libro), Al culmine della disperazione può essere capito come un’anticipazione del Sommario di decomposizione. Nel tuo capitolo sulla «filosofia come esercizio de de-fascinazione», affermi che, dopo la guerra, Cioran «si lascia alle spalle le infatuazioni del suo passato romeno, per ritornare – radicalizzandole – alle posizioni teoretiche ed esistenziali della sua prima opera.» (p. 61). Dopo un periodo di «fervore politico», l’autore romeno, ora scrivendo in francese, volge le spalle al tempo» (Sommario di decomposizione), alla Storia, confezionando per sé la condizione di un «esilio metafisico». Il tuo libro ha il pregio di illuminare la tensione e le contraddizioni fra due «progetti» di gioventù, per così dire (oppure due ossessioni): uno di loro cancellato, l’altro mantenuto e sviluppato per tutta la vita (in ogni caso, due tendenze incompatibili, inconciliabili, rappresentate rispettivamente per Pe Culmile Disperării e Schimbarea la Faţă a României).
Il tuo libro anche illustra un dettaglio notevole riguardo al «passato scabroso» [7] di Cioran (e che, al di là del tuo libro, per quanto ne so, soltanto la biografia critica [8] di Patrice Bollon lo esplicita). Mi riferisco all’ibridismoinerente alla visione politica del giovane Cioran, ammiratore di Hitler e di Lenin, fra nazismo e bolscevismo, dittatura e «collettivismo nazionale» (ciò che non è piaciuto al fondatore della Guardia di Ferro, Corneliu Codreanu), per non parlare dell’autocritica severa secondo la quale se gli ebrei fossero scomparsi, neanche così i problemi dei romeni sarebbero risolti. Alla demagogia non piacciono la franchezza, la parrhesía; la verità non interessa alla politica.
A parte Schimbarea, Al culmine della disperazione è seguito da Cartea amagirilor, Lacrimi şi sfinţie Amurgul gândurilor: tre libri che sono, penso, abbastanza religiosi nel contenuto e nella forma [9] – e non unicamente quello in mezzo, così caro all’autore, che lo considerava «il libro più religioso già scritto nei Balcani», e che gli è costato molto per essere pubblicato (in una sorta di self-publishing, come lo espliciti). La mia domanda è: vedi qualche parallelo, anche se paradossale o negativo, fra Lacrime e santi e Il funesto demiurgo? Sarebbe questo ultimo, anch’esso un libro religioso, sebbene d’indole diversa da quell’altro, e anche scritto in una lingua diversa, in un contesto biografico e storico-culturale diverso? Per finire, consideri la categoria ermeneutica del religioso – concepita antropologicamente ed esistenzialmente, senza alcuna connotazione dottrinaria e dogmatica, persino nella totale incredulità – importante per capire il pensiero di Cioran?

V.F.:
La definizione che si è imposta in merito all’approccio di Cioran con la fede è quella di «teologo ateo», ovvero colui che, pur essendo uno dei nemici principali della fede, si serve di concetti religiosi per spiegare il corso della storia e la condizione dell’uomo. Un esempio su tutti, è il mito della caduta. D’altronde, egli scriveva ne Il crepuscolo dei pensieri, che il vero religioso può dispensarsi dalla fede, ma non da Dio.
Il periodo in cui scrive Lacrime e santi sono anni di estasi febbrile, Cioran fa esperienza di una vera e propria «crisi religiosa senza fede» e trascorre più di un intero anno ad ascoltare musica e leggere quasi esclusivamente agiografie, opere di sante e Shakespeare. Il filosofo, in completa solitudine, confessa di essere arrivato a un limite e di non aver altro interlocutore che Dio. Avvicinandosi alla mistica, Cioran dice di aver oltrepassato il limite di Dio, ovvero di aver avuto un’esperienza di estasi, che non è altro ciò «che Meister Eckhart chiama la deità [Gottheit]». Questa forte attrazione per la mistica, è un elemento che lentamente si affievolirà, soprattutto dopo il passaggio nella lingua francese, lingua nella quale Cioran presenterà una versione non integrale dell’opera. Ne Il funesto demiurgo, invece, il pensatore romeno, sempre fedele al suo stile, redigerà una critica più strutturata al cristianesimo, definito una religione totalitaria, uno strumento di controllo, una favola che si nutre di lacrime.

R.M.: Nella terza e ultima parte del tuo libro, , affronti la visione cioraniana della nascitacome unatragedia, un male irrimediabile: sia l’uscita del non-essere verso l’essere, oppure dell’essere verso il non-essere, a seconda della prospettiva, in ogni caso, si tratta veramente di una «perdita» (de l’unità, de l’identità, de la pienezza originale…), una «caduta» (nel tempo, nella consapevolezza, nella materia, nel regno della decomposizione), un abbassamento, un diventare che non doveva diventare… Il maggior problema, il vero male non è la morte – il fatto che siamo necessariamente mortali, che dobbiamo morire – ma bensì la nascita, «l’inconveniente di essere nati».
Due aforismi che esprimono il fatalismo cioraniano (un aspetto tipicamente balcanico del suo pensiero che l’allontana dai suoi contemporanei, esistenzialisti francesi): «Non nascere è indubbiamente la migliore formula che esista. Non è purtroppo alla portata di nessuno.» «La morte è un stato di perfezione, il solo alla portata di un mortale».
Ritornando al tuo libro, nell’ultima parte scrivi che «sebbene Cioran sia il filosofo che più ha approfondito il tema della sciagura della nascita, non è stato il primo a interrogarsi sul problema.» (p. 120) Possiamo far risalire questa visione, come lo fai, a diverse origini storiche e matrici culturali: la tragedia antica, lo gnosticismo, la filosofia indù e il buddhismo, oppure, più prossimamente, un certo Nietzsche (notevolmente colui della «saggezza del Sileno», nella Nascita della Tragedia) e Schopenhauer. Ora c’è un neologismo, un certo concetto, spesso oscurato e stigmatizzato dai suoi detrattori moralisti, e legato dai suoi sostenitori a quelle tradizioni di pensiero: l’antinatalismo. Nel tuo libro, citi il movimento internazionale Voluntary Human Extinction Movement (VHEM) e dici che hanno come punto di riferimento l’opera di Cioran, «sebbene spesso usurpata per fini politici», aggiungi subito dopo, tra parentesi.
Forse conosci l’opera di Théophile de Giraud, L’art de guillotiner les procréateurs (Éditions La-Mort-qui-Trompe, 2006) [10], un manifestoantinatalista che inizia con una antologia de citazioni di filosofi, pensatori e saggi dell’Occidente e dell’Oriente, di tutte le epoche (Omero, Sofocle, Zhuangzi, Petrarca, Shakespeare, Francisco de Quevedo, Montesquieu, Goethe, Strindberg, Breton, tra gli altri), sul tema del male di essere nati. Una delle epigrafi è del Funesto Demiurgo. L’autore (belga) è un attivista antinatalista ed ecologista, creatore della «Giornata senza Genitori» (Non-parent’s Day), ad essere celebrata da coloro che si rifiutino di procreare.
Questa militanza non è lo stile di Cioran, sebbene le conseguenze siano le stesse: il «rifiuto di procreare» (Sommario di decompozione). Che il pensatore romeno non abbia lasciato bambini non è una casualità, una contingenza, ma una questione di destino, necessità, persino un «imperativo categorico». Non aver lasciato bambini è la più grande coerenza fra la vita e l’opera di Cioran; non si immagina un come padre di famiglia: «Fondare una famiglia. Credo che me sarebbe più facile fondare un impero.» L’antinatalismo non sarebbe un dato irriducibile nella filosofia cioraniana della de-fascinazione? La lucidità non sarebbe incompatibile con la progenie? Non c’è un antinatalismo naturale in Cioran – non una posizione politica e ideologica, ma bensì esistenziale e metafisica, oso dire religiosa?

V.F.:
Sono d’accordo. A differenza dell’antinatalismo contemporaneo, in Cioran è completamente assente la componente politico-ambientalista. Vi è un abisso tra il suo pensiero e quello di David Benatar, anche se l’esito è lo stesso. Nelle pagine cioraniane riecheggia puramente l’eco dell’antica sentenza silenica del me phynai, ovvero l’urlo della sofferenza universale che sembra travolgere ogni essere del creato, tutto ciò che ha forma, persino il granito. «La materia è sola».
Cioran è consapevole di aver commesso tutti i crimini, tranne quello di essere padre. La sua estrema lucidità era incompatibile con la procreazione. Sì, forse anche questo è un elemento della de-fascinazione. Una volta svelata l’esistenza nella sua brutalità, una volta compreso il non-sense di questo teatrino chiamato vita, a che scopo mettere al mondo dei bambini?

R.M.:
Hai scritto la prefazione alla edizione italiana della biografia intitolata Portrait eines radikalen Skeptikers (2007) [11], dal tedesco Bernd Mattheus. Esistono altre biografie, per esempio quella da Patrice Bollon, già menzionata, e anche quella da Gabriel Liiceanu [12]. Quali aspetti vorresti evidenziare sulla biografia critica di Mattheus? Quali sono i suoi meriti, i suoi punti positivi?

V.F.:
Quella di Mattheus ha il merito di essere una biografia completa e rigorosa sul pensatore romeno. Probabilmente non ha avuto, finora, l’attenzione che meriterebbe. Mattheus ha pensato e scritto questo testo, stando in costante rapporto con Cioran, osservandolo da vicino. È infatti anche un libro ricco di aneddoti. Inoltre, egli cita tanto materiale non ancora edito in Italia e in molti altri paesi. Nicola Baudo, responsabile dell’editore Lemma Press, è stato coraggioso a investire su questa perla editoriale. Senza contare poi, l’eccellente traduzione italiana a cura di Claudia Tatasciore…

R.M.:
C’è un libro, o ci sono libri di Cioran che sia/siano il tuo/i tuoi favorito/favoriti? Qualche aforisma memorabile che vorresti citare? Prima di concludere, sentiti libero di lasciarci con delle tue parole finali – su Cioran, sul tuo libro, sull’Italia, quello che vuoi…

V.F.:
Non aggiungo altro. Posso solo consigliare la lettura di Cioran, a coloro che non l’hanno ancora scoperto. In un’epoca dove il fanatismo sembra essere tornato alla ribalta a livello mondiale, il pensatore romeno è un antidoto che ci rende immuni. Ringraziandoti per questa approfondita intervista, ti lascio con un aforisma a me caro tratto da Confessioni e anatemi: «In un pianeta incrancrenito ci si dovrebbe astenere dal fare progetti, ma se ne fanno sempre, perché l’ottimismo, com’è noto, è una mania degli agonizzanti».


Intervista realizzata da Rodrigo Inácio R. Sá Menezes
(n. 9, settembre 2019, anno IX)

NOTE

1. Brasiliano, nato a Salvador, capitale dello stato di Bahia, nel 1979. Laureato in Comunicazione Sociale presso la Fondazione Armando Álvares Penteado (FAAP), nel 2003. Laureato in Filosofia presso la PontificiaUniversitàCattolicadiSao Paulo (PUC-SP), nel 2009. Master in Scienze della Religione (2007) e dottore in Filosofia (2016) presso la stessa PUC-SP. I suoi studi riguardano la dimensione religiosa eterodossa (senza la fede) del pensiero di Cioran, i rapporti tra pessimismo e nichilismo moderni, da un latto, e la Gnosi antica, l’eresia gnostica (Bogomili), da un altro (tema del suo Master); anche i rapporti tra nichilismo, esistenza e scrittura in Cioran (tema del suo dottorato). È l’editore del Portale E.M.Cioran/Brasile, creato nel 2010. Ha pubblicato diversi articoli su Cioran in riviste brasiliane e internazionale, compresso su Orizzonti Culturali Italo-Romeni, ed anche tradotto diversi saggi francese e testi da gioventù di Cioran, che sono stati pubblicati in riviste specializzate di traduzione e sullo stesso Portale E.M.Cioran/Brasile.
2. SÁ MENEZES, Rodrigo Inácio Ribeiro, Cioran, a filosofia como desfascinação e a escrita como terapia: entrevista com Vincenzo Fiore, Portal E.M.CIORAN/Brasil.
3. In modo più o meno analogo a ciò che scrive il filosofo francese e amico di Cioran, Clément Rosset, sulla possibilità di una filosofia tragica: «È infatti la stessa nozione di “filosofia tragica” che si trova nel centro della discussione. Nozione contestata per una reciprocità esclusiva: il tragico non essendo ammesso se non a titolo di non filosofico, e il filosofico a titolo di non tragico. […] Infine, ora filosofi, ora tragici; mai filosofi tragici.» ROSSET, Clément, Logique du pire (edizione brasiliana: Lógica do pior. Traduzione di Fernando J. Fagundes Ribeiro ed Ivana Bentes. Rio de Janeiro: Espaço e Tempo, 1989, p. 18).
4. «Questo pharmakon, questa “medicina”, questo filtro, insieme rimedio e veleno, si introduce già nel corpo del discorso con tutta la sua ambivalenza. Questo incanto, questa virtù di affascinamento, questa potenza di sortilegio, possono essere - volta a volta o simultaneamente - benefici e malefici. Il pharmakon sarebbe una sostanza con tutti i caratteri che tale termine potrà connotare, in fatto di materia dalle virtù occulte, profondità celata che rifiuta la propria ambivalenza all'analisi, che già prepara lo spazio dell'alchimia, se non dovessimo giungere più giù per riconoscerla come l'anti-sostanza stessa: ciò che resiste a ogni filosofema, eccedendolo infinitamente come non-identità, non-essenza, non-sostanza, e per ciò fornendogli l'inesauribile avversità del suo fondo e della sua mancanza di fondo». DERRIDA, Jacques, La farmacia di Platone. Traduzione dal francese di Rodolfo Balzarotti. Milano: Jaca Book, 1985, p. 57-8.
5. «Io non sono di qui; condizione di esiliato in sé; da nessuna parte mi sento di casa – non appartenenza assoluta a checchessia. Il paradiso perduto – la mia continua ossessione». CIORAN, E.M., Quaderni: 1957-1972. Traduzione di Tea Turolla. Milano: Adelphi, 2001, p. 22.
6. SLOTERDIJK, Peter, Le prieur de l’Ordre de la Saint Folle Témérité, in «Magazine Littéraire» (Cioran. Désespoir, mode d’emploi), maggio 2011. Disponibile anche in portoghese.
7. Parafrasi del titolo italiano del libro di Marta Petreu: Cioran sau un tre cut deocheat (2011); An Infamous Past: E.M. Cioran and the Rise of Fascism in Romania, in inglese; Il passato scabroso di Cioran in italiano (tradotto dal romeno da Magda Arhip e Amelia Natalia Bulboacă, Orthotes, 2015).
8. BOLLON, Patrice, Cioran l’hérétique. Paris: Gallimard, 1997.
9. La religiosità di Lacrime e santi già si manifesta nel libro precedente, Cartea amăgirilor, e rimane intensa nel libro seguente, Amurgul gândurilor (Il crepuscolo dei pensieri). Infatti, si tratta ancora del lungo periodo d’insonnia che coincide con l’inizio de la produzione di Cioran, al culmine della disperazione: la scrittura come terapia, poiché «la creazione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte». Un’epoca di vera disperazione ed agonia, ma anche di estasi e trasfigurazione (oppure de-figurazione), in ogni caso intensità, come lui stesso ha dichiarato in diverse occasioni. Sono, tutti e tre, libri segnati dal lirismo e dal parossismo, dall’effusione verbale e dall’eccesso di attività interiore, da una solitudine cosmica infinita, da solo con sé stesso o con Dio, e soprattutto da ossessioni religiose e mistiche (Dio e il male, il peccato originale, la caduta, la salvezza, l’estasi, etc.). Il linguaggio di questi tre libri è pieno di simbolismo religioso, dai titoli alle epigrafi, ai temi trattati nelle sue pagine. 
10. Il libro è integralmente disponibile in formatto Pdf sul sito ufficiale dell’autore.
11. MATTHEUS, Bernd, Ritratto di un scettico estremo, trad. it. di Claudia Tatasciore. Bergamo: Lemma Press, 2019.
12. LIICEANU, Gabriel, Itinerariile unei vieti: E. M. Cioran/Apocalipsa dupa Cioran. Bucarest: Humanitas, 2001. Edizione francese: Itinéraires d’une vie: E. M. Cioran. Paris: Michalon, 1995.