«Come vuole la vita» di Ana Danca: «Il mio passato, la mia ricchezza d’oggi»

Fortunato libro d’esordio di Ana Danca [1], Come vuole la vita (Il Rio Edizioni, 2016), arrivato alla quinta ristampa, dopo un viaggio di successo in varie città italiane è approdato il 26 settembre a Roma, dove è stato presentato come secondo appuntamento de’ «I Mercoledì Letterari» dell’Accademia di Romania,  in quanto opera di una scrittrice romena pubblicata in italiano da una casa editrice italiana. Dopo i saluti introduttivi della vice direttrice dell’Accademia di Romania prof.ssa Oana Bosca-Malin, il libro è stato presentato dalle giornaliste Francesca Baldini e Michela Scomazzon Galdi e da Paola Frezza, presidente di Assolei (Associazione che da anni a Roma si occupa di violenza sulle donne, stalking, immigrazione femminile).
Come vuole la vita è un romanzo autobiografico che l’autrice, romena immigrata da vent’anni in Italia, donna tenace e coraggiosa, si regala come forma di riscatto personale da una vita difficile anche a causa di un marito alcolista e violento. Ma l’opera si inserisce a pieno titolo come importante testimonianza sia della condizione della donna – tuttora vittima della violenza di genere -  che della complessa situazione legata all’immigrazione al femminile. 
«La mia storia inizia in Romania, in un paese tra le colline e la valle del fiume Siret. Buruienesti è di tradizione cattolica e fa parte della Moldavia, una regione della Romania che, invece, è in prevalenza ortodossa. Nel mio paese il tempo era scandito dalle campane. Il loro suono era un invito a partecipare alla messa, prima di iniziare o di concludere la giornata lavorativa. Ti svegliavano alla mattina e ti indicavano l’ora per tornare a casa la sera. Il mio paese era povero e di tradizione contadina. [….] Ci chiamavano “i cattolici della Moldavia”, che in romeno si dice ceangau. Ci teniamo alla nostra identità romena, anche se da un punto di vista prettamente storico la nostra origine è ancora controversa».
È con queste parole che, in Come vuole la vita, Ana Danca ci fa immergere all’istante nell’atmosfera dei primi anni ’60 della Romania, suo paese d’origine, allora sotto il regime comunista di Nicolae Ceausescu durato dal 1967 al 1989. Uno dei pregi del libro consiste nel raccontare a noi Italiani la Romania, nazione tuttora poco conosciuta nonostante una forte presenza di immigrati romeni nel nostro Paese,  attraverso la descrizione del sistema scolastico, il racconto della terra ceduta allo Stato, ma anche attraverso delicati dettagli come le tradizioni familiari, alle quali Ana Danca rimane tuttora legata, o i rintocchi delle campane di paesino.
Questo piccolo, grande romanzo rappresenta un prezioso strumento di dialogo interculturale, in una fase complessa della nostra società europea: da una parte sempre più globalizzata, interculturale ed interreligiosa ma, dall’altra, funestata da pregiudizi, intolleranza e veri e propri episodi di razzismo, anche nei confronti dei romeni che vivono onestamente nel nostro paese.  La sua lettura ci permette non soltanto di conoscere meglio la Romania durante il regime comunista ma, se siamo almeno un po’ curiosi, di scoprire quanti talenti nel mondo dell’arte, della letteratura, della musica, del cinema, dello sport, ignoriamo appartengano a questa nazione. Ci soffermiamo soltanto sui più conosciuti: lo storico delle religioni Mircea Eliade; il drammaturgo e saggista Eugene Ionesco (nato Eugen Ionescu), il filosofo e saggista Emil Cioran; il compositore, musicologo e pianista Roman Vlad;  lo scrittore e saggista di origine ebraica Eli Wiesel, insignito nel 1986 del Nobel per la Pace; la ginnasta Nadia Comaneci, considerata una delle più grandi atlete del XX secolo, vincitrice di 5 medaglie d’oro alle Olimpiadi. In tempi più recenti: l’attore Sebastian Stan, diventato famoso con la trilogia di Captain America, al quale – proprio in questi giorni – il quotidiano italiano «Corriere della Sera» ha dedicato la copertina nel suo magazine «Style»; il giocatore della squadra italiana della Lazio Stefan Radu, sino al giovanissimo violoncellista Andrei Ionita (anch’egli omaggiato da «Style» con un articolo), che ha vinto nel 2015 la prestigiosa International Tchaikovsky  Competition. Dovremmo pensare a questi talenti ed a quanta cultura ha prodotto la Romania quando, superficialmente, molti italiani identificano in modo negativo tutti i rumeni con i rom, purtroppo spesso considerati da molti nostri connazionali come autori di crimini.
L’opera prima di Ana Danca è anche, e soprattutto, testimonianza del coraggio e della resilienza delle donne, capaci di inventarsi una nuova vita anche in un paese straniero, l’Italia, vincendo pregiudizi  e paure. Donne piene di talento anche nel fare rete al femminile (e la squadra di donne presenti il 26 settembre scorso all’Accademia di Romania ne è concreta conferma!). Non è stato sicuramente un caso che quest’anno ho conosciuto Ana Danca proprio in un importante spazio storico romano – La Casa Internazionale delle Donne – luogo di tante battaglie femministe, in occasione di un altrettanto significativo evento al femminile: la prima «Fiera dell’Editoria delle Donne».
Ana Danca è una donna audace e coraggiosa che, sin da bambina, ha mostrato forza morale e resilienza ed ha sempre amato lo studio ed i libri. Dopo la licenzia media, pur di continuare a studiare, accetta di allontanarsi dal suo piccolo paese per frequentare il Liceo Classico a Roman, città situata a nord est della Romania. Roman non era troppo lontano da Buruienesti, ma Ana decide di trasferirsi in città perché «se avessi fatto la pendolare con la corriera, avrei perso troppo tempo, sottraendo risorse preziose allo studio. Partire significava lasciare la famiglia, le amiche, il paese e le mie abitudini per cominciare una nuova vita. […] Settembre arrivò velocemente. Preparai le valigie in fretta. Finalmente tornavo a studiare, a lavorare con la mia mente, a nutrirmi di ciò che amavo di più: i libri».
Leggendo queste parole del romanzo, proviamo tenerezza nell’immaginare questa adolescente già responsabile e dotata di così forte senso del dovere: una piccola, giovane donna ma già con un carattere di ferro. Ana studia, studia tanto e non si riposa neanche durante le vacanze estive, quando non si sottrae, secondogenita di nove figli, ad aiutare la famiglia: zappa la terra, porta la mucca a pascolare e la munge, pulisce la stalla o affianca la mamma sia nelle faccende domestiche che occupandosi dei fratelli più piccoli.
Durante il socialismo, alla fine della scuola lo Stato garantiva l’accesso al mondo del lavoro. Tutti diventavano operai assunti da industrie di Stato: dallo stipendio veniva trattenuta una cifra simbolica per coprire le spese di casa, dell’asilo nido e delle scuole superiori. Una sicurezza per le famiglie, ma a discapito della libertà delle persone di scegliere tipologia di lavoro. Il liceo che frequenta Ana viene trasformato in un istituto tecnico e questa notizia lascia sconvolti anche i suoi genitori che non la immaginano diventare in futuro operaia meccanica. Soprattutto il papà si convince che per la figlia debba esistere un’alternativa più adatta alle sue inclinazioni. Una sera il padre raggiunge la figlia a Roman e la informa che per lei ha scelto una nuova scuola: l’Istituto Meteorologico di Arad. Ana, da figlia ubbidiente e rispettosa quale è sempre stata, si prepara a partire di nuovo: «preparai i miei bagagli in fretta: la valigia con i libri, la biancheria, un po’ di vestiti e un pranzo al sacco che la mamma mi aveva preparato per affrontare il lungo viaggio in treno: ci aveva messo anche i gogosi [2] e le placintuze [3], che a me piacevano tanto, oltre che del pollo fritto avanzato dalla cena della sera prima. Partimmo in treno alle tre di notte. Con me c’era mio padre; cercai di nascondere la mia preoccupazione e la mia agitazione, iniziando a pregare la corona del rosario, mentre lui si mostrava attento e premuroso».
Per l’accesso all’Istituto di Arad era richiesto un test di ammissione che Ana supera, ottenendo anche una borsa di studio. Dopo essersi diplomata,  Ana va a lavorare nella stazione meteorologica delle montagne della sua regione Siret-Moldova: la stazione di Tulnici. Ana è felice, il lavoro le piace, ma il futuro marito di origine cattolica, che i genitori le impongono di sposare, si rifiuta di trasferirsi a Tulnici ed ancora una volta sarà Ana a chinare la testa ed a doversi «reiventare»: lasciato il lavoro che amava a Tulnici, va a lavorare come insegnante nella sua ex scuola media.
Il marito di Ana si rivela ben presto un uomo geloso dell’indipendenza della moglie, immaturo e debole, che affoga tutte le sue insicurezze nell’alcol. Per Ana comincia un lungo incubo: dovrà lasciare anche il suo lavoro da insegnante e ridursi a fare la semplice operaia, portando sulle spalle tutto il peso del menage familiare e dell’educazione dei figli. Neanche il trasferimento di tutta la famiglia in Italia, a Mantova, dove il marito aveva trovato un lavoro, salva quest’uomo – che diventa sempre più violento – dalla dipendenza dall’alcol: «La stagione lavorativa finì presto e, in mancanza di un lavoro stabile, mio marito trascorreva le sue giornate a bere sino a perdere il senno. Crescevano le violenze verbali, gli insulti e le maledizioni nei miei confronti. Tornò anche a picchiarmi.  Il mio corpo ormai faceva fatica a reggere perché, per ripagare i debiti, ero costretta a lavorare più di dodici ore al giorno. Nei pochi momenti che non trascorrevo fuori casa, cercavo di riposare sul divano. Una volta, accecato dalla rabbia, prese un coltello e, nel cuore della notte, quando i figli stavano dormendo, me lo puntò alla gola. [...] Non so perché quella volta non mi uccise».
Ma una mattina, probabilmente annebbiato dall’alcol, il marito di Ana affoga nel Mincio. Dopo la morte del marito, superato lo shock ed il dolore, comincia per Ana la rinascita che unitamente all’amore «dei e per» i suoi figli e con il sostegno di una fede profonda, inizia a scoprire nella scrittura la terapia per il suo dolore.   
La storia dell’ideazione e della realizzazione di Come vuole la vita è concreta testimonianza del valore terapeutico della scrittura, sia per l’autrice che per le lettrici/i destinatari del libro (numerose le donne che partecipano alle presentazioni di Come vuole la vita;  molte, purtroppo, quelle vittime della  violenza maschile, che si avvicinano ad Ana non soltanto per comprare il suo romanzo, ma per ringraziarla per la forza morale che la sua storia ha loro donato).
Come vuole la vita è un libro da comprare, da leggere, da regalare. Un libro al quale si adattano come una seconda pelle le parole di Vasile Ghica, giornalista romeno: «In arte hanno fascino le rughe, non il trucco». Ana Danca non è soltanto una donna resiliente, ma una scrittrice con il coraggio di mettere a nudo sulla pagina le violenze subite, la povertà, le lacrime, la solitudine, la paura. E, con altrettanta verità, ha l’umiltà e la gioia di confessarci che, finalmente, sta bene: «sono di buonumore e tutto intorno a me diventa incredibilmente bello. Forse sarà merito del mio soprabito rosso».
Un romanzo che mette al centro la persona ed i suoi valori – l’amore, la fede, l’onestà – e che  rappresenta un inestimabile messaggio di speranza in particolare per le donne, un contributo prezioso per il dialogo interculturale e per la lotta contro tutti i pregiudizi, le discriminazioni, l’intolleranza ed ogni forma di razzismo. [4]





Michela Scomazzon Galdi
(ottobre 2018, anno VIII)




NOTE

1. Ana Danca nasce il 2 settembre del 1961 a Buruienesti, un piccolo paese della Romania. Secondogenita di 9 figli, è cresciuta in una famiglia benestante. Con l’irrigidimento del regime dittatoriale, la famiglia di Ana subisce l’espropriazione forzata dei beni, vivendo duri anni di povertà e di libertà negata. Dopo gli studi al liceo classico di Roman, interrotti a causa di una legge del regime di Ceaușescu, completa il suo percorso di studi all’istituto metereologico di Arad e diventa in poco tempo direttrice della stazione di Tulnici. Dopo il matrimonio, si trasferisce nel paese d’origine e diventa insegnante nella scuola media che aveva frequentato da ragazza, partecipando attivamente anche alla vita sociale-politica, fino a quando per amore del marito non viene costretta ad abbandonare ogni passione e competenza professionale per lavorare nella sua stessa fabbrica, ma come operaia non qualificata. Con la sua caparbietà, Ana Danca ha saputo vincere le violenze di un marito che ha persino tentato di ucciderla. Vedova con due figli, vive e lavora a Mantova da 20 anni. Ha pubblicato con la casa editrice Il Rio, nel 2016, il suo romanzo d’esordio Come vuole la vita» Il secondo romanzo, pubblicato con la Gilgamesh edizioni, uscirà il 22 ottobre e sarà presentato alla libreria Ibs di Mantova il 26 ottobre.
2. Gogosi: ciambelle.
3. Placintuze: torte.
4. Come vuole la vita è disponibile – grazie al Centro Internazionale Libro Parlato (C.I.L.P.; www.libroparlato.org) – anche in versione audioper non-vedenti, ipovedenti, dislessici, distrofici, anziani, malati e per tutti coloro per i quali la lettura in modo tradizionale non è possibile (per acquistarlo: info@libroparlato.org).