Il Maramureș del fotografo Mihai Grigorescu

Era autunno quando ho sfogliato per la prima volta gli album fotografici che Mihai Grigorescu pubblica generosamente sulla sua pagina Facebook e sin dall'inizio ho voluto scrivere della sua arte. Nella corrispondenza che abbiamo scambiato per quest'articolo, mi sono resa conto che, in romeno, usiamo la stessa parola, declanșator, per indicare sia l'otturatore, sia il detonatore, il che conferisce un profondo valore etico alla professione di fotografo. Forse è per questo che i fotografi e i cineasti sono, in generale, tra le persone più pacifiche che, secondo le parole di Lucian Blaga, «non schiacciano la corolla delle meraviglie del mondo».

Le fotografie seguono esattamente l'ordine indicato dal loro autore. Mihai Grigorescu voleva sceglierle in base alle mie domande, e io ho voluto fargli delle domande, come a una guida turistica, in base alle fotografie che avrebbe scelto lui per la nostra rivista. Pubblichiamo gli estratti delle sue risposte in un ordine diverso da quello iniziale, tenendo conto delle domande che gli ho fatto e dei commenti che ho fatto alle sue risposte – Mihai Grigorescu è lui stesso anche una guida turistica, un «autoctono», come si definisce con una parola romena quasi intraducibile, «băștinaș». «Lei scrive con le fotografie», sono rimasta sorpresa di fronte a una sua foto da cui mi aspettavo che quasi si levasse del vapore. Oppure, ispirata a un'altra fotografia di un paesaggio del Maramureș, «come scrivere sull'attesa in tranquillità»:

«Mi sento fortunato di vivere in Maramureș, ha un enorme potenziale per la fotografia paesaggistica. Sono cresciuto di pari passo con il lago di Firiza vicino a Baia Mare, che poi è stato incluso nella città, non so se si è mai sentita una cosa del genere, una città che ha un lago dentro, uno stratagemma amministrativo, penso. Quindi, essendo il lago e io coetanei, siamo diventati ottimi amici. Lì ho bruciato molte tappe della mia vita di bambino, di adolescente, di adulto ormai maturo, e, un domani molto lontano, di vecchio. Ho iniziato a fotografare di più nell'adolescenza, quando portavo con me ovunque una piccola macchina fotografica russa con cui scattavo in bianco e nero, su pellicola. Era bello, ma non mi soddisfaceva, e ben presto sono passato alla pellicola a colori, soprattutto alle diapositive a colori. Mi dava la possibilità di proiettare le foto su uno schermo, sul muro o su un telo appeso a una trave, a dimensioni impressionanti per l'epoca.

I primi scatti spettacolari sono venuti fuori sempre a Firiza. Mattine autunnali ricoperte dalla brina, albe in mezzo a cortine di nebbia, in cui pescatori solitari si perdevano in barca sui riflessi lucenti dell'acqua. Non mi stancavo mai, uscivo «a caccia» quasi quotidianamente, essendo un libero professionista, potevo organizzare il mio tempo come volevo, con «sopra» la mia testa solo Dio, che mi capiva e mi sollecitava. È impossibile non incontrare il fenomeno religioso in questa zona con chiese in legno, vecchie o nuove. È stato dunque inevitabile che comparissero nel mio racconto sul Maramureș. Ma comunque per anni ho immaginato una fotografia che non avevo visto, ma che avrei desiderato vedere. Alla fine ho trovato il posto giusto, ma le condizioni meteo non erano delle migliori; finalmente, dopo circa cinque anni, mi è capitato di poter fotografare quella chiesa che buca l'enorme coltre di nebbia e che si alza slanciata verso il cielo. Fra tutti i miei scatti è probabilmente quello che più amo.

Dopo l'autunno i colori si vedono solo in primavera e le casette azzurre, con le loro piccole finestre e i loro cappucci di paglia, appagano il nostro bisogno di colori pieni, soprattutto quando gli alberi sono in fiore. Mi rattrista che scompaiano da un anno all'altro, come i vecchi che ci abitano ancora.

Che l'estate sia piena del verde dei boschi e dell’azzurro del cielo non ha bisogno di essere dimostrato. Si è fortunati se c'è qualche nuvola bianca isolata o un cielo pesante come nei versi di Bacovia. Per il resto, in estate, con il cielo limpido e il sole forte, lascio da parte la macchina fotografica. Non dura per sempre, la ruota gira e mi sveglio di nuovo nei miei mesi preferiti: settembre, ottobre e un po’ di novembre. Sono venuto al mondo in autunno. Si dice che fosse un bellissimo autunno quell'anno di tanto tempo fa. Forse è proprio per questo che mi sono sempre piaciuti i colori, mi ispirano la vita, al contrario del bianco e nero, che io percepisco come funereo.

A volte ci si ritrova con l’inverno che irrompe nell'autunno cogliendoci impreparati e, come nella vita, all'improvviso ci si accorge che sono passati tanti anni e si godono ogni giorno quelli rimasti... anni, persone, luoghi».
















































A cura di Ioana Eliad
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(n. 11, novembre 2020, anno X)