«Dall’attimo, dedotto…»: una traduzione. Alla memoria di Marian Papahagi

La poesia di Ion Barbu è uno dei territori della letteratura romena del Novecento su cui il rigore critico e la passione ermeneutica di Marian Papahagi si sono più felicemente esercitati, e intrecciati in modo fecondo quanto illuminante.  Fin dai primi «esercizi di lettura» [1], fin dalle pagine della «critica d’officina» [2] degli anni ’70 e 80, l’analisi dell’opera barbiana coniuga, sotto la penna di Papahagi, l’intuizione felice del critico che anela a «quel tipo speciale di «possesso» che è la comprensione» [3] con la paziente, laboriosa indagine intorno alla genesi del testo testimoniata nei quaderni manoscritti del poeta. In questo procedere, attento al dettaglio minuto ma contemporaneamente aperto all’orizzonte del contesto ampio, entro il quale il senso del dettaglio si svela, l’illustre italianista metteva magistralmente a frutto la lezione continiana della critica delle varianti, appresa durante gli anni giovanili della formazione romana (e certamente poi attraverso la lunga frequentazione della poesia montaliana, da cui prenderà vita la pregiata traduzione del poeta degli «ossi di seppia» in romeno).
Così, nel caso di Ion Barbu, la ricostruzione delle varie fasi compositive dell’ars poetica che apre il volume Joc secund, Din ceas, dedus…, consente di ripercorrere la progressiva maturazione di un testo occasionale verso l’altissima definizione della poesia quale incarnazione dell’idea pura nel verso, in cui «l’anelito sublime, verso l’alto, verso l’azzurro […] è manifestazione unica di una modalità poetica pura, secondo la visione del poeta» [4]. In questo esercizio che riconosce nell’analisi delle varianti una delle più importanti risorse dell’interpretazione Papahagi porta a piena maturazione la sua visione della «filologia come ecdotica» [5], e dell’ecdotica come strumento indispensabile per ancorare la libertà dell’ermeneutica nella verità storica del testo.

Non ho avuto, anche a causa della sua prematura scomparsa, il privilegio di diventare un’allieva diretta di Marian Papahagi. Tuttavia le sue pagine impegnate nella lettura di Ion Barbu mi hanno permesso, fin dagli anni dello studio universitario, di avvicinarmi e di riappropriarmi di uno dei momenti più affascinanti della cultura romena, e di farlo grazie allo stesso metodo appreso sui primi testi della tradizione romanza, nei luoghi frequentati qualche decennio prima dal giovane studente e studioso Marian Papahagi, e avendo per maestri coloro che ai tempi erano stati i suoi compagni di studio. quella dimensione della filologia che conquista la «libertà di pensiero attraverso il faticoso e contrastato dispiegarsi della libertà di critica sui testi che l’autorità e la tradizione hanno preservato» [6].

Per questo vorrei dedicare alla memoria di Marian Papahagi una proposta di traduzione del geniale credo poetico professato da Ion Barbu nelle quartine di Din ceas, dedus… [7], accompagnata da alcune riflessioni «di laboratorio» che hanno determinato la forma di questa (ancora provvisoria) versione italiana.

***

*Dall’attimo, dedotto l’abisso della cresta,
Entrata per lo specchio calma in redento azzurro,
Stagliando sull’immergersi degli armenti agresti,
Entro i gruppi dell’acqua un gioco secondo, puro.

Nadir latente! Il poeta eleva l’assommare
Di arpe rarefatte che in volo inverso perdi
Ed il canto estenua: ascoso, come il mare,
Meduse quando porta sotto campane verdi.

* Attraverso il doppio settenario del verso martelliano ho cercato di riprodurre il più fedelmente possibile la misura e il ritmo dell’originale. Si tratta di un aspetto fondamentale della poetica barbiana, oltretutto caratterizzante per il periodo d’esordio della sua produzione, in cui sono da collocare i primi materiali poetici poi rielaborati nella forma finale di Din ceas, dedus, come segnala Papahagi: «Possiamo dire, limitandoci al periodo d’esordio del poeta, che il suo verso prediletto è il doppio settenario per la poesia “grave” […]. La versificazione ci offre un indizio ulteriore; quello dell’unità di tecnica e ispirazione in un determinato periodo» [8].
Per quanto riguarda l’aspetto lessicale ho mantenuto, laddove la comune radice latina delle lingue lo ha permesso, l’equivalente italiano più prossimo, anche sul piano fonetico, dei termini originali, con particolare attenzione ai rimanti: dal momento che la rima è nucleo costitutivo primario del processo di creazione poetica barbiana, come emerge con chiarezza proprio dall’analisi delle varianti genetiche: «Il procedimento è, come si dice, regressivo, del tipo, per lui frequente, della costruzione a partire da rimanti dati, ma non della costruzione di un semplice gioco lessicale, bensì dell’identificazione di alcune strutture espressive in condizioni canoniche prestabilite» [9].

v. 1: abisso: la specularità perfetta e la complementarietà fra le due dimensioni dell’altezza e della profondità, spinte fino al rovesciamento, è uno degli assi portanti sul piano tanto figurale quanto concettuale del componimento: come è d’altra parte iscritto nelle strutture semantiche profonde della lingua latina, dove l’aggettivo altus detiene il significato tanto di ’alto’, ’elevato’, quanto di ’profondo’. Per questo motivo mi è sembrato che il termine abisso restituisse meglio di equivalenti più letterali (quali profondo), soprattutto sul piano dell’immagine, l’idea del ’ribaltamento’ della vetta nelle profondità dell’acqua.
v. 3: stagliando: Papahagi segnala che il verbo a tăia è da intendersi in questo contesto «nei significati antichi» [10], come equivalente di ’a închipui’, ’a compune’, dunque in un’accezione affine all’italiano stagliare.
v. 5: L’infinito assommare consente più compiutamente di altri termini alternativi (come ad esempio somma) di rispettare l’attenta dialettica costruita dal poeta nell’uso dei modi personali e impersonali dei verbi, pur mantenendo l’appartenenza al lessico matematico.
v. 6: L’immagine solenne delle «arpe», l’unica considerata da Papahagi davvero ermetica (di contro alla «concretezza impeccabile» [11] delle altre immagini di rispecchiamento), e in particolare l’aggettivo “răsfirate”, costituiscono uno di quei luoghi testuali che costringono il traduttore a una scelta ermeneutica, oppure alla ricreazione del testo, nell’impossibilità di rendere attraverso vocaboli della lingua d’arrivo la ricchezza polisemica del termine originale. L’espressione «harfe răsfirate» mantiene infatti nel testo originale una fondamentale (e probabilmente intenzionale) ambiguità fra una lettura in cui l’aggettivazione attiene alla singola «arpa» “rarefatta”, “sfilacciata”, “scompigliata” (in questo caso si riconduce l’aggettivo al verbo “a răsfira” nel significato di «a separa între ele firele părului, ale bărbii […] a întinde în lături […], a (se) desface fir cu fir»: forse con una suggestione al gesto del suonatore che sfiora e divarica le corde dell’arpa); e, d’altra parte, una lettura alternativa in cui l’aggettivo «răsfirate» si riferisce al gruppo delle «arpe» nel loro insieme, secondo l’accezione alternativa di “disseminato”, “sparso” («împrăștiat», «risipit»): immagine a sua volta pertinente e in continuità con l’idea dell’«assommare» operata dal poeta. In questo caso ho adottato la soluzione rarefatte perché, pur riducendo l’ampiezza semantica dell’immagine barbiana, mantiene una polisemia più ampia rispetto ad altri termini più univoci (come “disseminare” o “diradare”), e suggerisce un processo di astrazione, di dissoluzione dell’immagine nell’idea, in linea con la poetica barbiana espressa in questa lirica.




Mira Mocan
(n. 10, ottobre 2019, anno IX)


NOTE

1. Cfr. Marian Papahagi, Ion Barbu: mitopoetica integrării în unitate, in Exerciții de lectură, Cluj Napoca, Editura Dacia, 1976; rist. Pitești, Editura Paralela 45, 2003, pp. 47-75.
2. Cfr. Filologie barbiană, in Critica de atelier, București, Editura Cartea Românească, 1983; l’autore ridiscute alcuni punti qui trattati nel saggio Câteva note barbiene (1986), in Interpretări pe teme date, București, Editura Didactică și Pedagogică, 1995, pp. 35-39.
3. «Acel soi special de “posesiune” care este înțelegerea»: Marian Papahagi, Critica și “înțelegerea” operei, in Exerciții de lectură cit., p. 16 (trad. mia).
4. «Aspirația sublimă spre înalt, spre albastru [...] este explicitarea singură a unui mod al poeziei pure așa cum e înțeleasă de poet»: Marian Papahagi, Ion Barbu: mitopoetica cit., p. 53 (trad. mia).
5. Cfr. Bruno Mazzoni, La filologia come ecdotica: Ion Barbu, intervento nell’ambito del Convegno "Ragioni di essere"- Per Marian Papahagi, dieci anni dopo, Universitatea Babeș-Bolyai, Cluj Napoca, 16 ottobre 2009.
6. Luciano Canfora, Filologia e libertà. La più eversiva delle discipline, l’indipendenza di pensiero e il diritto alla verità, Milano, Mondadori, 2008, p. 9.
7. La traduzione dell’opera poetica completa di Ion Barbu in italiano è offerta da Aldo Cuneo (Ion Barbu, Liriche, introduzione, traduzione, note bio-bibliografiche e critiche di Aldo Cuneo, Pisa, Giardini, 1990; un’autorevole traduzione antologica più recente è offerta in: Marco Cugno, La poesia romena del Novecento, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 1996. Per una rassegna informata ed esaustiva delle traduzioni di Barbu in Italia cfr. Roberto Merlo, Un secolo frammentario: breve storia delle traduzioni di poesia romena in italiano nel Novecento, in «Philologica Jassyensia», I, 1-2, 2005, pp. 197-246, pp. 215 ss.; si veda inoltre Id., Letteratura romena in italiano, in Quaderni del Premio Letterario “Giuseppe Acerbi”. Letteratura della Romania, 6 (2000), S. Pietro in Cariano, Il Segno dei Gabrielli Editori, pp. 183-205. Una presentazione della poetica di Barbu nel contesto della lirica romena del primo Novecento si trova in Marco Cugno, Percorsi della poesia romena nella prima metà del Novecento, in Quaderni del Premio Letterario “Giuseppe Acerbi”. Letteratura della Romania, 6 (2000), S. Pietro in Cariano, Il Segno dei Gabrielli Editori, pp. 78-86.
Per il testo originale si veda: Ion Barbu, Opere. I. Versuri, ediție alcătuită de M. Coloșenco, prefață de Eugen Simion, București, Univers Enciclopedic, 2000, p. 23.
Aspetti rilevanti della poetica barbiana sono analizzati in: Bruno Mazzoni, Mitologemi balcanici nella letteratura romena contemporanea, in «Europa orientalis», 8 (1989), pp. 167-174 e Aldo Cuneo, Su Ion Barbu. Per giungere all'ermetismo, in «Europa orientalis», 9 (1990), pp. 415-441.
8. «Se poate spune, dacă ne limităm la perioada de început a poetului, că versul său predilect este dublul septenar pentru poezia “gravă” […]. Versificația ne dă un indiciu în plus; acela al unității de tehnică și inspirație poetică dintr-o anumită perioadă»: Marian Papahagi, Filologie barbiană cit., p. 100 (trad. mia).
9. «Procedarea este, cum spune, regresivă, de tipul, frecvent la el, al construirii pe rime date, dar nu al construirii unui simplu joc lexical, ci al identificării unor structuri expresive în condiții canonice date»: ivi, p. 108.
10. Ivi, p. 110.
11. «Concretețe fără cusur»: ivi, p. 112.