«Libri e autori da ricordare»: Le lucciole di Pasolini

Non ho esitato quando insieme alla redazione della rivista abbiamo deciso di continuare la serie «Libri e autori da ricordare» passando da Sciascia a Pasolini. Perché la transizione non è repentina – cosa che mi propongo di dimostrate in questo primo articolo – ma soprattutto perché la personalità di Pasolini è schiacciante: la più eversiva, più irregolarmente militante, più «diversa», più scandalosa e, contemporaneamente, più proteiforme e creativa della cultura italiana della seconda metà del Novecento. Basta ricordare che in campo letterario Pasolini è stato poeta, narratore, drammaturgo, saggista, critico letterario, paroliere, traduttore, linguista e dialettologo; in campo teatrale e cinematografico, grande regista, sceneggiatore e attore; e poi un accanito giornalista indipendente e a volte anche pittore e disegnatore. Il suo anticonformismo, in parte spontaneo, in parte consapevole e perseguito con tenacia, tradotto nel permanente rifiuto di militare se non per le proprie opinioni e ossessioni, è stato strettamente legato alla sua omosessualità (forse anche dipendente da essa): un’omosessualità dichiarata e presto diventata una lotta personale e aperta per il diritto alla diversità in un’epoca in cui la diversità, non solo quella sessuale ma soprattutto quella sessuale, destava scandalo. Mi domando come reagirebbe Pasolini oggi quando in tanta parte del mondo l’ideologia e l’atteggiamento «politically correct» hanno fatto della diversità il marchio stesso del conformismo. E tale domanda è affine alla sensazione che ho provato io questi giorni sfogliando l’ingente produzione scritta di Pasolini – una sensazione che devo rivelare prima di entrare nell’argomento.
Rileggendo parecchi dei suoi scritti sulla politica e sulla società italiana, l’impressione è stata assai inaspettata: quei dibattiti legati a momenti e fatti puntuali e le sue posizioni in merito – sempre critiche, personali e controcorrente, anche contro la corrente di sinistra in cui si riconosceva – mi sono parse datate, irrimediabilmente pagine di storia. Da qui una certa delusione: perché io vi cercavo testi che potessero fare luce sui nostri problemi di oggi e magari indicare una direzione ai miei lettori. Da una parte, dunque, la delusione di non trovare quello che ci servirebbe oggi, dall’altra lo stupore di constatare che erano le quattro di mattina e io, sempre più sveglia, non potevo impedirmi di leggere, uno dopo l’altro, quegli articoli, quasi tutti polemici, specie quelli raccolti nel volume Scritti corsari. Apparso presso la Garzanti nel 1975 (e in romeno presso la Polirom nel 2006, nella bella traduzione delle mie colleghe Oana Boşca-Mălin e Corina Anton) subito dopo la morte scandalosa del loro autore, questo volume raccoglie, oltre ad altri documenti, una serie di articoli pubblicati negli ultimi due anni di vita su alcuni importanti quotidiani italiani, e si occupano in genere di temi scottanti della politica e della società italiana di quei tempi: sempre controcorrente, sempre solo, sempre radicale nei giudizi, sempre nemico del conformismo di ogni genere e della neonata società di consumo. Mi sono chiesta allora, alle quattro del mattino, che cosa provocava in me quella sete di lettura se il contenuto mi sembrava datato (i referenda italiani sul divorzio e sull’aborto, l’emancipazione della donna, le mutazioni antropologiche prodotte dalla società dei consumi, il degrado della civiltà arcaica e la perdita dei suoi valori ancestrali ecc.). Che cosa – mi sono domandata – vi era di superato e che invece vi era tuttora vivo e incitante?   
Le risposte, certamente provvisorie e personali, sarebbero queste: quegli argomenti erano ormai, in gran parte, anche ai tempi di Pasolini, ben analizzati da filosofi e sociologi. Ma la mia sensazione non veniva né dall’argomento né dall’approccio, ma dall’ideologia che li sorregge: l’illudente idealismo di sinistra con la nostalgia di un’idealizzata civiltà delle periferie, del lumpenproletariato e della campagna, civiltà tramontata ma dove si suppone fosse perdurata fin poco tempo prima una spontaneità, un’autenticità e una purezza della vita considerate da Pasolini il bene supremo e, dall’altra parte, la condanna senza appello della società di consumo vista come un disastro antropologico e un «genocidio culturale». Datate, secondo me, non sono necessariamente le idee ma l’irrigidirsi in esse, l’incapacità di superare il catastrofismo per aprirsi a un agire; insomma – almeno in queste sue ultime polemiche – datato mi è sembrato il suo militantismo negativista, impotente e senza speranza. E il fatto che io continuo ad imbattermi oggi, fra conoscenti o amici, nello stesso militantismo negativista non lo rende, per me, meno datato.
E, viceversa, che cosa rende questi scritti vivi e incitanti? E qui le risposte sono più d’una. Una è la forza e la freschezza del linguaggio che colpisce come una verità; un’altra è che ti fa rivivere la temperatura di quegli anni, anni di passione ideologica quando da qualsiasi fatto si risaliva ai principi, e ciò conferisce al dibattito una nobiltà che oggi mi sembra perduta; un’altra è che, al di là degli schemi ideologici di Pasolini, al di là della sua razionalità penetrante, essi trasmettono un’adesione calda e sofferta alla vita, un afflato poetico riscontrabile solo nella buona letteratura. Ma la cosa più importante, secondo me, è il modo in cui Pasolini apre tutto se stesso al lettore, la sua sincerità assoluta che, credo io, è sempre un dono della sua natura profonda di poeta. Ed è questa profondità poetica che mi ha suggerito anche il tema del presente articolo, le lucciole di Pasolini ritrovate da Sciascia.

Il 1 febbraio 1975 Pasolini pubblica sul «Corriere della sera» l’articolo Il vuoto del potere in Italia, incluso poi negli Scritti corsari col titolo L’articolo delle lucciole. In questo articolo Pasolini parla di due tappe nella politica italiana del dopoguerra, tutte e due dominate dalla Democrazia Cristiana: la prima, durata più o meno due decenni, sarebbe, nella visione di Pasolini, la continuazione del fascismo italiano, con la differenza che i valori autentici della civiltà «agricola e paleoindustriale», ancora reali prima della guerra, sono diventati un «conformismo di stato atroce, stupido e repressivo». La seconda, che inizia negli anni ’60, sarebbe caratterizzata dalla perdita definitiva di tali valori e la loro sostituzione con quelli della società di consumo, accompagnati da un irrimediabile degrado umano. Il momento di cesura fra le due, momento quando «qualcosa è successo», è indicato da Pasolini tramite un fatto simbolico: «a causa dell’inquinamento dell’aria e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più».
Dopo la presentazione micidiale delle due tappe, Pasolini dichiara però che il fenomeno di cui vuole veramente parlare è un altro e molto diverso. Sensibile come pochi ai problemi del linguaggio, Pasolini analizza la svolta avvenuta, insieme alla scomparsa delle lucciole e intimamente legata ad essa, nel linguaggio del Potere: quando è apparso un linguaggio completamente nuovo, oscuro e incomprensibile, intento a eludere non a esprimere i problemi e che in sostanza non comunicava niente. L’esempio più clamoroso e ripetutamente fatto da Pasolini era il linguaggio di Aldo Moro, leader dei democristiani e a quei tempi anche Presidente del Consiglio. Poco tempo dopo quest’articolo la propria morte (tragica) ha impedito a Pasolini di conoscere la morte tragica di Moro. Chi invece ha conosciuto entrambe le morti e ha rivelato anche il sottile legame che le unisce, fra esse e alla scomparsa delle lucciole, è Leonardo Sciascia. 
Ricordiamo i fatti: il 16 marzo 1978, a Roma, vengono massacrati i cinque uomini di scorta di Aldo Moro e Moro stesso viene rapito e sequestrato dalla formazione di estrema sinistra, «Le Brigate Rosse», che chiede, in cambio del politico, la liberazione di tredici suoi membri. L’Italia si divide in due schieramenti: «la linea dura», che non vuole cedere al ricatto e in cui ai capi democristiani si affiancano i comunisti e i repubblicani, e «la linea delle trattative» che sostiene la salvezza di Moro. Dopo infinite dispute e indugi, dopo un numero impressionante di messaggi dei brigatisti alle autorità e di lettere di Moro indirizzate a vari personaggi politici e alla famiglia, il 6 maggio dello stesso anno, cioè dopo ben cinquantacinque giorni, Moro viene assassinato.
A pochi mesi di distanza dall’assassinio di Moro Sciascia scrive il libello L’affaire Moro. Il titolo è eloquente: esso riprende due celebri pamphlet in cui due scrittori francesi, grandi intellettuali, si erano espressi per la morale e per l’umana compassione e contro lo stato: L’affaire Calas di Voltaire e l’affaire Dreyfus per cui Zola scrisse il famoso J’accuse. Il titolo indica chiaramente una chiave di lettura: accusatoria e militante.    
Il testo inizia con un dialogo oltre la morte con Pasolini, con l’immagine di una lucciola nascosta in un muro che aveva evocato a Sciascia l’uomo e l’intellettuale «corsaro» per cui le lucciole erano l’epifania della pietà e della speranza in un mondo che, nel celebre articolo di Pasolini, appariva come un vasto e disperato deserto. Pasolini non solo come modello di intellettuale, di giudice della storia presente e profeta di quella futura, ma anche come sottile filologo che offre al detective Sciascia la chiave di lettura del caso Moro. Sciascia commenta acutamente la metafora pasoliniana che unisce le lucciole al Potere e al linguaggio. Secondo Sciascia le lettere scritte da Moro dalla «prigione del popolo» non erano state capite correttamente e questo aveva portato alla sua tragica morte. Le lettere andavano analizzate entrando nel linguaggio complicato e oscuro di Moro, criticato già da Pasolini, ma che una volta tanto era l’unica modalità di comunicare di quell’uomo. E Sciascia intraprende una scrupolosa decodificazione che ai suoi tempi ha destato perplessità e controbattute. Ma ciò che, sulle orme di Pasolini, dimostra l’analisi linguistica di Sciascia è che allora, di fronte alla morte, Moro non andava più visto e inteso come politico, ma come uomo, e come uomo andava capito e creduto e aveva diritto alla pietà. Ma ciò non accadde; e l’analisi testuale di Sciascia ne rivela il perché: perché la condanna di Moro era conseguenza del suo linguaggio, del suo parlare in modo cifrato a quelli per cui quella cifra era stata creata, cifrato e incomprensibile; è questo peccato di Moro a generare la punizione. Prima che lo assassinassero, Moro «è stato costretto, si è costretto, a vivere per circa due mesi un atroce contrappasso: sul suo “linguaggio completamente nuovo”, sul suo nuovo latino incomprensibile quanto l’antico. Un contrappasso diretto: ha dovuto tentare di dire col linguaggio del nondire, di farsi capire adoperando gli stessi strumenti che aveva adottato e sperimentato per non farsi capire. Doveva comunicare usando il linguaggio dell’incomunicabilità. Per necessità: e cioè per censura e autocensura. Da prigioniero. Da spia in territorio nemico e dal nemico vigilata».
Per quel momento quando l’uomo Moro, incompreso, è lasciato solo di fronte alla morte, lui si acquista la compassione di Sciascia, la compassione congeniale a Pasolini, attinente alla sacralità della vita e della morte, alla sacralità delle lucciole.


Smaranda Bratu Elian
(giugno 2017, anno VII)