«Vara în care mama a avut ochii verzi», il breve e potente romanzo di Tatiana Țibuleac

Vara în care mama a avut ochii verzi (L’estate in cui mia madre ha avuto gli occhi verdi) è un breve e potente romanzo di Tatiana Țibuleac, pubblicato da Cartier Popular nel 2017. Tatiana Țîbuleac è nata il 15 ottobre del 1978 a Chișinău, Repubblica di Moldavia, dove ha portato a termine gli studi universitari, presso la Facoltà di Giornalismo e Scienze delle Comunicazioni, e dove, dal 1999 è reporter, editor e conduttrice presso la PRO TV. Attualmente, vive a Parigi.
Come scrittrice, Tatiana Țîbuleac debutta solo nel 2014, con la raccolta di prose brevi Favole Moderne (Fabule moderne), Edizioni «Urma Ta». Segue, nel 2017, il romanzo L’estate in cui mia madre ha avuto gli occhi verdi (Vara în care mama a a vut ochii verzi), edito da Cartier e vincitore del Premio «Observator Cultural» 2018 e del Premio «Observator Lyceum» 2018. Il suo ultimo romanzo, Il giardino di vetro (Grădina de sticlă) è apparso nel 2018, sempre presso la casa editrice Cartier.

Il testo in questione si snoda dinamico intorno al rapporto, pessimo e già quasi consumato, tra madre e figlio (immigrati polacchi in Inghilterra), raccontando le vicende della strana vacanza estiva che Aleksy, protagonista e voce narrante, passa appunto con la madre in Francia. Il ragazzo odia profondamente sua madre, «la madre più inutile che sia mai esistita», ma si lascia convincere a partire con lei in cambio dell’auto di famiglia, che la madre promette di lasciargli una volta finita l’estate. La verità è che la donna è gravemente malata (lo comunicherà ad Aleksy solo più tardi), nemmeno suo figlio è un ragazzo propriamente sano e la condizione di entrambi, come anche gli equilibri della loro relazione, sembrano fatalmente legati alla tragica scomparsa della piccola Mika, sorella minore di Aleksy, avvenuta diversi anni prima.
In poco più di cento pagine, l’autrice, che sostiene perfettamente la voce narrante maschile, racconta con un linguaggio diretto, asciutto e alle volte piuttosto duro, la possibilità del perdono ma anche l’impossibilità di una reale salvezza, nodi tematici questi che lo sguardo cinico del protagonista mette spesso in evidenza, muovendosi tra passato e presente, nel tempo sospeso di una vacanza, dopo la quale niente sarà più lo stesso. E , attraverso questo stile marcante, per sveltezza e cinismo, Tatiana Țibuleac sa rompere il ritmo rancoroso della voce narrante, regalando al lettore brevi esplosioni liriche che sembrano dar voce all’amore e al rimpianto di un figlio per sua madre, ma senza alcun patetismo.
Scrive Bogdan-Alexandru Stănescu: L’intero testo (romanzo? poema?) è una negoziato di pace tra la coscienza inquieta di un ragazzo e sua madre moribonda, che scoprono durante un’ultima estate passata insieme, in un paesino francese, la quiete di cui tutta la loro vita è stata priva. Il ritmo del testo segue anch’esso questa discesa nei lembi dell’estate, prendendo le mosse dal vortice che anima queste coscienze sconvolte (uno stile aggressivo, freddo, argotico) per raggiungere man mano a una quiete malinconica, rispecchiata da uno stile poetico di ottima qualità.

 

1

Quella mattina, in cui la odiavo più che mai, mia madre compiva trentanove anni. Era piccola e grassa, stupida e brutta. La madre più inutile che fosse mai esistita. La guardavo dalla finestra, mentre si aggirava nel cortile della scuola come una mendicante. L’avrei uccisa con mezzo pensiero. Accanto a me, zitti e spaventati, passavano gli altri genitori. Un’accozzaglia triste di perle false e cravatte a buon mercato venuta a ritirare figli mal riusciti, nascosti agli occhi degli altri. Loro per lo meno si erano presi la briga di salire. Mia madre se ne fregava di me e del fatto che, ad ogni modo, avessi ottenuto un diploma.
L’ho lasciata ad agitarsi per quasi un’ora, seguendo il modo in cui, prima ha perso la pazienza, andando su e giù per la recinzione del cortile, e poi si è fermata quasi in lacrime, come una persona che ha subìto una grande ingiustizia.
Non sono sceso neanche allora. Ho incollato la faccia al vetro della finestra e sono rimasto così a guardarla, fino a quando non sono usciti tutti i ragazzi – perfino Mars in sedia a rotelle, perfino gli orfani, attesi alla porta solo da droghe e ospedali.
Jim, il mio migliore amico, mi ha salutato con un cenno con la mano e mi ha gridato di non suicidarmi durante le vacanze. Era con i suoi genitori, che gli avrebbero venduto gli organi in un attimo se non fosse stato per il giudizio della gente. La madre di Jim, bella e come di madreperla, ha riso a lungo, col mento rivolto verso l’alto e un’acconciatura su tre livelli. Hanno riso anche la nostra coordinatrice psicotica, il prof di matematica e la direttrice – l’unica persona normale in tutta la scuola. In realtà abbiamo riso tutti, come dopo uno scherzo ben riuscito, perché proprio di questo si trattava. Non aveva senso fingere quando eravamo solo tra noi.
E poi, l’ultimo giorno di scuola, i nostri professori avrebbero riso di qualsiasi cosa pur di vederci andar via. Se non per sempre, almeno per le vacanze estive – periodo in cui metà di loro avrebbe cercato ancora una volta un nuovo lavoro. Alcuni ci riuscivano e allora perdevi completamente le loro tracce. Altri invece, meno fortunati, erano costretti a tornare, autunno dopo autunno, dagli stessi alunni diabolici che odiavano e di cui avevano paura. Ho scollato la faccia dal vetro come un adesivo usato. Finalmente ero libero e il mio futuro aveva un po’ della stessa solennità che trovi in un cimitero addobbato.
Ho cominciato a scendere piano le scale. Al secondo piano, accanto all’ufficio della psichiatra, mi sono fermato e ho inciso sul muro «PUTTANA» con una chiave. Se almeno qualcuno mi avesse visto, avrei detto che quello era il mio ringraziamento per tutti gli anni di consulti. I corridoi però erano vuoti come dopo un terremoto. Nella nostra scuola nemmeno le infezioni ci rimanevano a lungo.
Al pianterreno, come una cacca di cane, c’era Kalo – il mio secondo migliore amico – a fumare una sigaretta mentre aspettava una lontana zia, che avrebbe dovuto tenerlo con sé una settimana. La madre di Kalo si era trasferita in Spagna per fare massaggi agli oligarchi russi – la sua versione, è chiaro. A parte Kalo, tutti sapevano che lavoro facesse sua madre però nessuno diceva nulla perché lui era un bravo ragazzo. Lo era sul serio. Ritardato ma bravo.
Gli ho chiesto se sapeva cosa avrebbe fatto dopo sua zia, e fino a quando non fossimo partiti per Amsterdam, e lui mi ha risposto che non avrebbe fatto niente. Come tutti noi, del resto. Delle nullità non potevano fare che niente. Durante gli anni trascorsi in quella scuola, non ho mai sentito nessuno vantarsi di una vacanza – come se oltre che pazzi, fossimo anche tutti lebbrosi. Era già tanto che ci permettessero di passare l’estate senza guinzaglio e museruola. Perché spendere soldi anche per una vacanza? Mi è venuta la nausea pensando a Kalo, a Jim, a me stesso. Eravamo avanzi umani – polipi e cisti, anche già operati – ma con pretese da reni e cuore. Mi è sempre piaciuta l’anatomia. Probabilmente l’ho ereditato da mia madre, che avrebbe dovuto fare l’insegnate di biologia ma è diventata venditrice di ciambelle. Da mio padre non ho preso niente.
Sono rimasto lì e abbiamo fumato una sigaretta insieme, perché l’avevo visto triste e con gli occhi bassi, poi mi sono ricordato di sua sorella maggiore, sposata in Irlanda con un allevatore. Gli ho chiesto perché non andava una settimana da lei piuttosto che dalla vecchia. Kalo mi ha risposto come fossi un idiota: ci sarebbe andato, certo che ci sarebbe andato, lei aveva mandato una limousine a prenderlo perché sua sorella moriva dalla voglia di tenersi “lo spostato” d’estate. Quando ci siamo separati, gli ho tirato un pugno in testa, gli ho detto che ci saremmo visti dopo due settimane alla stazione e di non spendere soldi. Kalo mi ha risposto semplicemente che ci sarebbe stato.
Nel momento in cui mi ha visto, mia madre ha iniziato a gridarmi di far presto, che non aveva pagato il parcheggio. Mi sono acceso un’altra sigaretta e sono montato in auto fumando. «Di nuovo fumi erba, di nuovo fumi erba», la sentivo parlare da sola. Ho abbassato il finestrino e ho sputato verso la porta dell’istituto. La scuola cominciava a farsi piccola alle nostre spalle, insieme agli ultimi sette anni di vita che avevo perso lì dentro come uno stupido, come in un gioco d’azzardo. Non era cambiato nulla. Mika era ancora morta e io avevo ancora voglia di picchiare la gente.

3

Al contributo paterno non volevo nemmeno pensarci. Il solo pensiero di mio padre mi dava il vomito. Mio padre si era liberato di mia madre, scappando insieme a una polacca con un orecchino sulla lingua. Aveva divorziato perché a ucciderla, così come avrebbe preferito e come sarebbe stato anche più rapido, ci avrebbe rimesso tutta la vita in prigione. Mio padre avrebbe ucciso anche me, se non fosse stato certo del fatto che sarei morto ad ogni modo e piuttosto in fretta.
Il divorzio è stato breve e in suo favore. Mia madre però, stupida com’era, credeva di aver vinto. Per una settimana ha chiamato la sua unica amica negoziante per raccontarle come aveva fatto a pezzi e rovinato quell’imbecille, visto che io ero rimasto a lei. Solo mia nonna si è resa conto, però non ha detto nemmeno una parola. «Si gode anche lei qualcosa», mi ha detto, «lasciala stare».
Non voglio nemmeno immaginare la felicità di mio padre quando ho sentito la decisione del giudice. Credo l’abbia fatto davvero felice. Liberarti nello stesso istante di due persone che pagheresti per vedere morte – era una fortuna eccessiva per un camionista.
Così era mia madre la mattina in cui compiva trentanove anni.
Io l’avrei data allo sfasciacarrozze, a cominciare dai capelli. Una sola cosa non trovava posto in tutta la storia – gli occhi. Mia madre aveva degli occhi verdi talmente belli da sembrare un errore, sprecati su una faccia bollita come la sua.

 

4

Gli occhi di mia madre erano un errore.

5

Più tardi siamo arrivati a casa e io sono andato subito in camera mia. Mi è sembrato strano che mia madre non avesse detto una parola per tutta la strada ma ho pensato fosse per via della nonna, che quella notte era stata ricoverata in ospedale. Per ricordarsi di essere nata, mia madre aveva fatto una torta con la panna e aveva comprato dieci bottiglie di birra. Le ho detto, non senza un certo piacere, di non avere nessun regalo per lei. Mi ha risposto che non fa niente. Io la odiavo, mio padre la odiava, la sua unica amica negoziante la odiava. Mika era morta. Però, guarda qua, si era fatta una torta e aveva comprato delle birre. Se ci fosse stata almeno la nonna a casa, ma non c’era, e questo voleva dire che nessuno, ma proprio nessuno nell’intero universo dava due lire per lei, per il suo compleanno o per la sua vita, visto che di questo si tratta.
Mi sono messo a contare i soldi per Amsterdam – lo facevo ogni giorno, come se a furia di contarli si moltiplicassero. Erano tutti ma nemmeno lontanamente quanto avrei voluto. Da mia nonna non potevo rubare più niente, perché aveva cambiato il lucchetto e probabilmente anche il posto, mentre quell’altra mi aveva detto chiaramente che non avrebbe finanziato sesso e droghe. Mentre pensavo ad altre possibilità – tutte piuttosto illegali –, mia madre ha bussato alla porta e mi ha chiamato a tavola. Le ho detto di andarsene, che non ho fame ma lei ha detto che c’erano le mele cotte.
Questo caratterizzava mia madre più di ogni altra cosa: sapeva illudere la gente. Inoltre, sulla sua faccia idiota aveva spesso un’espressione di meraviglia quasi infantile che disarmava tutti e che l’ha aiutata a vendere negli anni tonnellate di cibo scadente a prezzi astronomici. Ci sono andato, ovviamente. Le mele cotte erano il mio punto debole.
Il tavolo della festa ti faceva pensare che qualcuno avesse montato una ghirlanda di fiori su un bidone dell’immondizia. Su una tovaglia di plastica nuova con dei papaveri stampati – nonna aveva ricevuto di recente della merce per il negozio – mia madre aveva messo in fila porcherie di tutti i tipi: paté di fegato di pesce, cetrioli in salamoia, salame stagionato con palline di grasso, ali di gallina cotte in maionese, aringhe in salamoia, in una parola – tutti i suoi piatti preferiti. A quanto pare, era passata anche da «Kalinka» – il negozio di alimentari russo, dove lavorava la sua amica Kasza – per togliersi lo sfizio di una vodka.
Al centro troneggiavano il piatto di mele cotte e un barattolo da tre litri di composta di pesche – per me. Le mele erano buone, ne ho mangiate quattro. La composta era fatta da mia nonna, quindi lei non aveva nessun merito. Il resto non l’ho toccato.
Sono rimasto a tavola più di quanto avessi pianificato. Mi sembrava in un certo modo strano che non avesse ricevuto proprio nessun regalo. Non che ne meritasse, però lei era sempre attenta con tutti e comprava sempre bellissimi fiori o cose costose, perfino per i parenti di quell’imbecille di mio padre. Ce ne stavamo lì come a una veglia funebre.
Mia madre parlava di nuovo a vanvera, di cose di cui non capiva nulla: diritti per gli immigrati, reincarnazione, energia riciclabile. Mi veniva voglia di morderle la lingua o di strappargliela e passarla in un tritatutto. L’unico modo per rimanere calmo era guardare fuori dalla finestra – cosa che facevo già da mezz’ora. A qualcuno era scappata di mano una busta con della panna acida vicino casa nostra, e ora c’erano impronte bianche dappertutto. Mi sembrava davvero bello, come se avesse nevicato. Oppure sembrava che dei pupazzi di neve avessero dato in escandescenza e si fossero picchiati di fronte alla porta di casa, fino a sciogliersi. Ad ogni modo, era un cambiamento gradevole. Di solito, quando uscivo di casa al mattino, sulla soglia trovavo solo mozziconi di sigarette e sputi tubercolotici. Mia nonna diceva che la gente sputa più spesso nella nostra direzione perché siamo i più ricchi di Haringey. Aveva ragione in un certo modo – non eravamo amati nel quartiere –, sebbene anche mia nonna fosse una stupida. Per lei, bastava avere del salame a tavola per essere ricchi. E poi, era anche cieca quindi non vedeva le cose con chiarezza.
Di colpo, mia madre si fece strana: non finiva più le frasi, faceva delle pause e poi ha iniziato a sparecchiare sebbene non si fosse ingozzata fino all’ultima cartilagine. C’era qualcosa di diverso in lei ma non riuscivo a capire cosa. Ho pensato che forse, alla fine, aveva capito quanto penoso fosse tutto quel festeggiamento forzato, insieme al nostro tentativo di sembrare una famiglia felice.
Le ho detto «Buon compleanno!» seccamente – ed era già troppo – e mi sono alzato per andar via. Mia madre però non mi ha sentito. Ha tirato fuori dal frigo la torta, che sembrava un escremento di gallina, solo più grande, e mi ha pregato di spegnere le candeline con lei. «Dai, Aleksy, forza, può essere l’ultima volta», ha riso. Per lo meno aveva avuto il buon senso di accendere una sola candelina, anche se ovviamente ne aveva comprate 40. Nel caso in cui una non si fosse accesa. Poi ha cambiato bruscamente espressione e mi ha detto che dobbiamo parlare di una cosa importante.
Era passata quasi un’ora – in cui ha parlato solo lei – e io ancora non sapevo cosa pensare. Era chiaro che fosse impazzita. La domanda era se potessi approfittare della situazione. Le ho detto che ci avrei pensato quella notte e sono andato in camera mia. L’ho trovata il giorno dopo che dormiva con la testa sul tavolo della cucina, le mani sporche di torta e circondata da sei bottiglie vuote.
Ero d’accordo.




A cura e traduzione di Clara Mitola
(n. 4, aprile 2019, anno IX)