A Roma e Firenze, per celebrare Dora d’Istria, brillante figura femminile dell’Ottocento

Il lungo periplo della versione romena Dora d’Istria. O privire feminină asupra secolului al XIX-lea (Drengo, Roma, 2018, a cura di Viorica Balteanu) del libro Dora d’Istria. Uno sguardo femminile sull’Ottocento (Aracne, Roma, 2013) di Roberta Fidanzia, nell’anno in cui il popolo romeno festeggia un secolo dal compimento dell’unità statale, si è concluso nell’Urbe (il 24 ottobre scorso, nell’ambito dei «Mercoledì Letterari» promossi dall’Accademia di Romania in Roma) e nella città natia del Sommo Poeta, il 25 ottobre scorso, con una terza e quarta proficua collaborazione consecutiva fra il Comitato Dante Alighieri fiorentino e il Comitato Dante Alighieri timiscioregno.
Nell’autentico gioiello architettonico sito a Valle Giulia – unica accademia straniera di Roma avente sulla facciata principale l’effigie di un re (l’eroico Decebalo, ultimo monarca dei daci) e del più valente imperatore romano, Marco Ulpio Nerva Traiano – le sorprese non sono state affatto trascurabili. Tra il pubblico visibilmente attento, si sono annoverati un ministro penipotenziario nella persona della dottoressa Diana Turconi-Bubenek, un insigne magistrato e apprezzatissimo poeta dalla portata di Corrado Calabrò, un brillante universitario – il noto storico e stimato romenista Francesco Guida, il titolare della editrice romana Drengo Angelo Gambella, nonché un’attenta schiera di giovani laureati oppure in procinto di laurearsi e di persone di media età, altrettanto interessate.
A evocare la poliedrica personalità della principessa Elena Ghica alias Dora d’Istria c’è stato il solertissimo specialista Antonio D’Alessandri, docente presso l’Università Roma 3, oltre all’Autrice, la Traduttrice, la giovane giornalista Anca Mihai.
I partecipanti hanno avuto anche il privilegio di ammirare un bellissimo paesaggio dipinto dalla giovanissima principessina Elena Ghica (allieva di Felice Schiavoni), una deliziosa «ciliegina sulla torta» dovuta alla solerzia del direttore Prof. dr. Rudolf-Mihai Dinu e dei suoi giovani collaboratori, la Dott.ssa Oana Boşca-Mălin e il Dott. Mihai Stan, che hanno convinto a partecipare alla manifestazione ospitata nella Sala conferenze il fortunato proprietario del quadro ottocentesco, il Dott. Paolo Mecucci.



A Firenze, sono stati ben due i momenti in onore di Dora d’Istria. A mezzogiorno, nel Tempietto crematorio del Cimitero di Trespiano, Padre Ionuţ Coman ha celebrato il rito funebre ortodosso, a distanza di 130 anni dalla dipartita della geniale principessa. Vi hanno partecipato il console di Bologna, la Dott.ssa Viorica Calcan, il presidente del Consiglio regionale della Toscana, l’Avv. Eugenio Giani, l’infaticabile Prof.ssa Antonia Ida Fontana, presidente della Dante Alighieri locale, la sottoscritta, la Dott.ssa Roberta Fidanzia, la Dott.ssa Ilaria Iannuzzi, il Dott. Luigi Cobisi, il prete greco-cattolico romeno Valer Sician con la signora, un consigliere della Dante Alighieri  locale. Da Poggibonsi era venuto il segretario nazionale del Centro di Assistenza e Servizi dei Cittadini Romeni in Italia, il signor Ion Leontin Cojocea.S’intende che eravamo tutti emozionatissimi. Le corone erano splendide, anche nei minimi dettagli, Antonia Ida Fontana e le signore che lavorano nel Consolato Generale Romeno di Bologna hanno dato prova di sensibilità e squisito buongusto. Come stanno bene insieme i due tricolori, mi son detta fra me e me, come spesso accade, lo confesso!
Nel pomeriggio, gentilmente ospitati dall’Accademia delle Arti del Disegno (Casa Vasari), abbiamo presentato il libro citato. Antonia Ida Fontana ha moderato il dibattito visibilmente gradito dal pubblico italiano e romeno. Convintissimo, Luigi Cobisi ha perorato per il ripristino di una realtà che gli amanti della cultura sicuramente meritano: dopo un’interruzione di ben 73 anni, una via o una piazza fiorentina dovrebbe essere intitolata alla geniale principessa romeno-italiana, che nacque nel 1828 e visse fino all’età di 21 anni a Bucarest, scegliendo, però, Firenze quale luogo ideale per la sua proficua carriera di donna di lettere e per il proprio lungo sonno. I suoi molteplici meriti sono stati elencati da Roberta Fidanzia e da me.


A Firenze

Appassionato e appassionante si è rivelato l’universitario e poeta Elio Satti nel suo toccante elogio alla lingua romena. Con impeccabile solerzia, aveva letto sia l’edizione princeps in italiano, sia l’edizione princeps in romeno, apprezzando il completamento del testo di 145 note, che hanno trasformato un saggio rivolto soltanto agli specialisti in un volume comprensibile al pubblico più ampio. È vero, mentre volgevo in romeno il testo di Roberta Fidanzia, avevo pensato che ci voleva ― per il Centenario dell’Unità Grande e Santa ― un dono come questo per i romeni desiderosi di conoscere la più brillante figura femminile dell’Ottocento: letterata, pensatrice, etnologa, pittrice e musicista, mecenate, benefattrice, che ha appoggiato con fervore i movimenti irredentisti italiano e romeno, ha precorso idee montessoriane, idee della filosofia cristiana novecentesca (Maritain, Edith Stein, Croce).
Fu un’antesignana del femminismo, senza rinunciare mai all’equilibrio, alla saggia moderazione, in quanto indefessa sostenitrice della vocazione femminile di moglie, madre, educatrice e votata a curare i malati, gli anziani, i bisognosi, ma altrettanto capace di non rinunciare alla propria dignità di essere umano uguale all’uomo, secondo la lettera del Vangelo: tutto ciò Dora d’Istria ha sempre sostenuto con fedele costanza.
Nei secoli, non pochi sono stati gli intellettuali animati da ideali come pace, libertà, latinità. Ma, indubbiamente, Dora d’Istria ne rimane un luminoso punto di riferimento da considerare edificante per il suo amore sconfinato rivolto alle sue due patrie: la Romania, il Bel Paese, in un secolo alquanto movimentato.
Penso di non esagerare considerando assai riusciti i tre eventi qui sommariamente descritti, che non si potevano concretare senza l’esemplare dedizione dei meravigliosi amici miei italiani e di ottimi diplomatici e politici romeni e italiani nelle cui vene scorre sangue intriso di genuina e altissima cultura.



Accademia di Romania in Roma

Il sentimento patriottico che spingeva Dora d’Istria ad esaltare gli eroi della sua madrepatria e a farli conoscere al popolo italiano, per il quale ella scriveva i suoi articoli ed i suoi saggi, era volto ad evidenziare come l’Oriente europeo e l’Europa occidentale fossero stato difesi contro l’avanzata islamica dai suoi concittadini e dai suoi antenati. L’Europa, dunque, doveva pagare il debito di riconoscenza per quanto essi avevano fatto a tutela e alla salvaguardia della cultura occidentale e della sopravvivenza dei popoli europei.
Il modo migliore per saldare questo debito d’onore era ― senza ombra di dubbio ― il riconoscimento della fratellanza latina per la costruzione di un’Europa in cui venisse finalmente riconosciuta l’appartenenza ad una storia comune e ad una cultura comune, che andavano riscoperte, conosciute e diffuse, pur nel rispetto delle diversità locali e nazionali.
A questo scopo, Dora d’Istria considera la cultura e la diffusione di essa come lo strumento migliore per diffondere le idee e unificare i popoli. La cultura è intesa, quindi, come un mezzo attraverso il quale ciascun membro di un popolo possa riconoscersi in esso e ciascun popolo possa riconoscere gli altri popoli. Ciò può avvenire attraverso il recupero e lo studio delle arti, delle tradizioni, della lingua di ciascun popolo e dei vari popoli. Per questo la sua collaborazione è richiesta e desiderata dalle più note riviste del tempo.

(Roberta Fidanzia, Dora d’Istria. Uno sguardo femminile sull’Ottocento, Aracne, Roma, 2013, pp. 24-25)




Viorica Bălteanu

(novembre 2018, anno VIII)