«La mia patria A4». Poesie di Ana Blandiana

Poetessa, scrittrice e saggista, Ana Blandiana è una personalità d’indiscussa profondità e risonanza nel panorama letterario e intellettuale non solo romeno ma anche europeo. Ha al suo attivo una vastissima produzione poetica (più di una ventina di volumi di versi, a cominciare dalla sua prima raccolta, apparsa nel 1964, dal titolo Persoana plural întîi / Prima persona plurale) e in prosa (nove volumi di saggi, un romanzo e quattro di racconti), che ha trovato eco in traduzione in moltissime lingue, suscitando l’unanime apprezzamento sia da parte della critica sia del pubblico, che la ama in modo particolare per il suo carisma e la sua umanità. Ne è prova l’accoglienza calda e sincera che trova sempre in Italia, dove è invitata con frequenza, come in occasione, ad esempio, delle edizioni del Salone di Torino o dell’ultima nata Fiera dell’Editoria Indipendente di Capannori (Lucca, 2012).

In Italia sono stati pubblicati in traduzione i volumi: Un tempo gli alberi avevano occhi, poesia, Donzelli, 2004, Progetti per il passato, prosa fantastica, Anfora, 2008 e Il mondo sillaba per sillaba, prosa di viaggio, Saecula Edzioni, 2012. Per l’eccellenza e la pregnanza della sua opera, è vincitrice di prestigiosi premi letterari sia in patria sia all’estero (in Italia è stata insignita dei premi Acerbi e Camaiore, entrambi nel 2005, e della città dell’Aquila, nel 2007). Intellettuale dissidente, censurata durante gli anni del duro regime comunista (le fu impedito di pubblicare negli anni 1959-1964, 1985 e 1988-1989, e i suoi libri furono tolti dalle biblioteche), Ana Blandiana è stata simbolo del riscatto civile e umano durante i convulsi primi anni della Romania postcomunista; in seguito, la scrittrice ha continuato a rappresentare agli occhi dell’opinione pubblica romena un punto di riferimento etico e civico che nessun altro intellettuale ha goduto con la stessa intensità e con la stessa ammirazione. Questo suo costante impegno si è concretizzato oltretutto nell’istituzione dell’Accademia Civica attraverso cui, sotto l’egida del Consiglio d’Europa, Ana Blandiana, assieme al marito Romulus Rusan, ha fondato, a Sighet, il Memoriale delle Vittime del comunismo e della Resistenza che ospita anche il Centro internazionale di studi sul comunismo.
Nel 1990 la scrittrice ha rifondato il PEN Club di Romania, di cui è stata eletta presidente. Tra il 1991 e il 2001 è stata alla guida dell’Alleanza Civica, una organizzazione non governativa costituita da intellettuali per il rinnovamento politico ed etico-civile della società rumena, della quale è stata altresì uno dei fondatori. Per il prestigio e la qualità della sua poesia, Ana Blandiana è affiliata a celebri istituzioni quali l’Accademia Europea di Poesia, l’Accademia di Poesia «Stéphane Mallarmé» e l’Accademia Mondiale della Poesia (UNESCO).

L'ultimo suo volume di poesie si intitola Patria mea A4 (La mia patria in A4, Edizioni Humanitas, Bucarest 2010). Durante la presentazione di questo volume, il critico che presiedeva all’evento affermava, scherzosamente, che dopo averne letto il titolo di copertina, si chiedeva se si fosse tornati a scrivere poesia… patriottica! Ana Blandiana, rispondendo alla faceta provocazione, svelava quale fosse il senso reale di quel titolo: la sua patria, la patria in cui vive come poetessa, è il foglio di carta (inteso nel suo formato standard in A4), che ha di fronte nel momento in cui scrive.
Questa è dunque la patria della poetessa, una patria fatta di carta, semplice ma universale, chissà banale nella sua candida fisicità, ma smisuratamente spirituale per ciò che essa può contenere. È la patria che Ana Blandiana definisce, come recita il titolo della poesia che chiude la raccolta, la Patria dell’inquietudine (Patria neliniştii): non è, quindi, uno spazio da torre d’avorio in cui lei si isola, bensì uno spazio in cui ricerca e sonda le inquietudini, le ansie, le brutture ma anche ciò che di bello esiste nel mondo esterno, a pochi metri da lei, appena oltre il bordo della scrivania: «Qui c’è la patria dell’inquietudine:/Riuscirò un giorno/A decifrare le orme che non si vedono,/Ma che io so che esistono e che attendono/Che io le passi in bella copia/Nella mia patria in A4?» . 
In questa nuova silloge poetica, Ana Blandiana, come lei stessa ha dichiarato, sperimenta inoltre un cambio nel suo stile; in queste poesie ha un approccio diverso (e si chiede con curiosità quale sarà la reazione del pubblico e della critica): è una Ana Blandiana che si misura più strettamente con la realtà rapportandola ai due punti ʻcardineʼ del libro: da un lato la divinità – una divinità trascesa che entra in intimo dialogo con l’autrice, un dialogo giocato alla pari, non di sudditanza, in cui cioè l’essere umano non le è succube, non quindi una divinità, lontana, indagatrice, nascosta nei cieli – e dall’altro la natura nelle sue varie forme, che ci circonda, vicina o lontana, evocata, fonte di cosmogonici parallelismi e similitudini. Il metafisico e il simbolico s’intrecciano perciò con il divino e il naturale in dosaggi di calibrata e ponderata finezza lirica, dando vita, in un linguaggio semplice e diretto, attuale, a composizioni di luminosa purezza, cariche di significati dall’immediata magia espressiva.
Nelle pieghe di questo nuovo canovaccio s’incuneano ovviamente altri temi, come per esempio quello del mistero della vita (e della morte), della violenza cui assistiamo impotenti e quasi conniventi, come anestetizzati (si legga qui Animal Planet), il senso di smarrimento, la ricerca di un equilibrio e di un senso esistenziale in una realtà che li disgrega, l’eternità: temi che Ana Blandiana scandaglia attraverso la sua personalissima visione.       

Il saggio di poesie che qui offriamo dà un’idea di questo duplice, fantasmagorico prisma attraverso cui filtra la luce iridescente e cangiante d’immagini e di suggestioni di questa nuova impresa poetica di Ana Blandiana, oscillante fra questi due punti focali, e sorretta da altri argomenti espressi dalla particolare e vivida forza profusa dalla sua passione etica. 


Nell’affresco                                                             

Fondatori che sorreggono in braccio a fatica             
I monasteri                                                                 
Come un capitale convertibile                                    
Al change office dell’aldilà;                                       
Giovani monaci                                                          
Con dottorati a Cambridge                                                    
E sacri paramenti baciati                                            
Da vecchie contadine                                                 
Che si trascinano sulle ginocchia                               
Su lastre incise in cirillico;                                          
Megafoni                                                                    
Che trasmettono la messa                                          
Fino al cortile pieno di bancarelle,                             
Fino alla strada sui cui cigli                                                    
Sono parcheggiate le automobili                                
In attesa della benedizione;                                       
Mentre la fede –                                                         
Come le rondini                                                         
Che s’intrufolano sotto la cupola                               
Spaurite dalle campane –                                             
Volteggia impaurita                                                   
Sbatte contro le pareti dipinte                                    
Contro il Pantocratore,                                               
Scende                                                                       
E si posa docile nell’affresco.



În frescă

Ctitori purtându-şi în braţe cu greu
Mănăstirile,
Ca pe un capital convertibil
La change-office-ul vieţii de apoi;
Călugări tineri
Cu doctorate la Cambridge
Şi odăjdii sărutate
De ţărăncile bătrâne
Târându-se în genunchi
Pe lespezile cu inscripţii chirilice;
Megafoanele
Transmiţând slujba
Până în curtea plină de corturi,
Până în şoseaua pe marginea căreia
Sunt parcate maşinile
Aşteptându-şi sfinţirea;
În timp ce credinţa -
Asemenea rândunelelor
Care pătrund sub cupolă
Zburătăcite de clopote -
Se roteşte speriată,
Se loveşte de pereţii pictaţi,
De Pantocrator,
Coboară
Şi se aşează cuminte în frescă.



Com’è difficile accarezzare

Com’è difficile accarezzare le ali di un angelo!           
Per quanto sia vicino, evita di essere sfiorato 
Per paura di essere preso,
Volteggia, ridiscende, il suo fruscio si sente appena,
È l’unico suono che riesce a produrre.
Loro, gli angeli, non sanno parlare,
Non sono adatte le parole
Per esprimerli,
Il loro muto messaggio è la presenza.
Come si avvicinano
Per avvolgerti nella loro aura,
Subito si allontanano,
Spaventati dall’intimità,
Protettivi, ma non familiari,
Lasciando sempre uno spazio in cui
Le mie parole si trascinano per raggiungerli,
Senza sapere se
Non siano troppo flebili per sfiorarne l’udito.
Che handicap della fede:
Non sapere se ti sentono, né se tu senti
E di tutti i sensi rimane solo il sogno tattile
Di accarezzare, senza spaventarlo, le ali un angelo...



Ce greu e să mângâi

Ce greu e să mângâi un înger pe aripi!
Oricât de apropiat, el se fereşte de-atingere
De teamă că ai putea să îl prinzi,
Se roteşte, revine, fâlfâie abia auzit,
E singurul sunet de care-i în stare.
Ei, îngerii, nu ştiu vorbi,
Cuvintele sunt nepotrivite
Ca să-i exprime,
Mesajul lor mut e prezenţa.
Felul în care se-apropie
Să te cuprindă cu aura,
Dar imediat se îndepărtează,
Speriaţi de intimitate,
Protectori, dar nu familiari,
Lăsând mereu o distanţă prin care
Cuvintele mele se târâie ca să-i ajungă,
Fără să ştie dacă
Nu sunt prea slabe să le-atingă auzul.
Ce handicap al credinţei:
Să nu ştii dacă eşti auzit, nici dacă auzi
Si din toate simţurile să rămână doar visul tactil
De-a mângâia, fără să-l sperii, un înger pe aripi...




Animal Planet

Più innocente, ma non innocente,
In questo universo nel quale
Le leggi stesse della natura decidono
Chi deve uccidere chi
E colui che uccide di più diventa re:
Con quanta ammirazione è filmato
Il leone che placido e feroce scortica la gazzella,
E io, chiudendo gli occhi o spegnendo il televisore,
Ho la sensazione di essere meno partecipe al delitto,
Sebbene sappia che la lucerna della vita
Deve essere riempita continuamente di sangue,
Del sangue altrui.
Più innocente, ma non innocente,
Ho mangiato assieme ai cacciatori,
Anche se mi piaceva accarezzare le orecchie lunghe
E setose dei conigli
Gettati, come su un catafalco,
Sulla tovaglia ricamata.
Colpevole, anche se non ero io a premere il grilletto,
Ma mi tappavo gli orecchi,
Orripilata dal rumore della morte
E dall’odore del sudore indecente di coloro che hanno sparato.
Più innocente, ma non innocente,
Comunque più innocente di te,
Autore di questa spietata perfezione,
Che hai deciso tutto
E poi mi hai insegnato a porgere anche l’altra guancia.



Animal Planet

Mai nevinovată, dar nu nevinovată,
În acest univers în care
Înseși legile firii hotărăsc
Cine trebuie să ucidă pe cine
Și cel ce ucide mai mult este rege:
Cu ce admiraţie este filmat
Leul placid și feroce sfârtecând căprioara,
Iar eu, închizând ochii sau televizorul,
Am senzaţia că particip la crimă mai puţin,
Deși știu că-n opaiţul vieţii
Trebuie pus mereu sânge,
Sângele altuia.
Mai nevinovată, dar nu nevinovată,
Am stat la masă cu vânători,
Deși îmi plăcea să mângâi urechile lungi
Și mătăsoase ale iepurilor
Asvârliţi, ca pe un catafalc,
Pe faţă de masă brodată.
Vinovată, chiar dacă nu eu apăsam pe trăgaci,
Ci-mi astupam urechile,
Oripilată de zgomotul morţii
Și de mirosul sudorii neruşinate a celor ce-au tras
Mai nevinovată, dar nu nevinovată,
Totuși mai nevinovată decât tine,
Autorul acestei perfecţiuni fără milă,
Care ai hotărât totul
Și apoi m-ai învăţat să întorc și celălalt obraz.



Clessidra                                                       

Guardo la clessidra                                        
Nella quale la sabbia                                      
È rimasta sospesa                                           
Rifiutandosi di continuare a scorrere             
Si è come in un sogno:                                   
Tutto è immobile.                                           
Mi guardo allo specchio:                                
Nulla muta.                                                    
Il sogno di arrestare                                       
Il cammino verso la morte                              
Assomiglia alla morte.



Clepsidră

Mă uit la clepsidra
În care nisipul
A rămas suspendat
Refuzând să mai curgă.
E ca într-un vis:
Nimic nu se mişcă.
Mă uit în oglindă:
Nimic nu se schimbă.
Visul opririi
Din drumul spre moarte
Seamănă morţii.



Carnevale                                                                  

Si colora per nascondersi                                                                   
E sotto questo travestimento smagliante                   
Va di foglia in foglia,                                                 
Le convince che volare non fa male,                          
Che è solo una magnifica esperienza,                        
Poi le stacca pian piano,                                             
Libere per la prima volta,                                           
Affascinate da ciò che accade                                                                       
Come se non stessero morendo.                                 
Ma muoiono.                                                              
E lui, colui che le aveva travestite,                             
Per ucciderle,                                                             
Rimane solo e colorato come un pagliaccio               
Nel mondo d’un tratto più grande                             
Fra una cattedrale e una piazza,                                 
Solo e senza saper morire,                                          
Sebbene sappia volare.



Carnaval

Se colorează ca să se ascunză             
Și sub acest strălucitor travesti
Trece din frunză în frunză,
Le convinge că zborul nu doare,
Că e doar o experienţă minunată,
Apoi le desprinde ușor,
Libere pentru prima dată,
Fascinate de întâmplare                     
Ca și cum n-ar muri.
Dar mor.
Iar el, cel ce le travestise
Ca să le omoare,
Rămâne singur și colorat ca o paiaţă
În lumea deodată mai mare
Între catedrală și piaţă,
Singur și fără să știe muri,
Deși știe să zboare.



Il padrone del mulino

Di che cosa è fatta la polvere
Che lui lascia sulle cose,
Così sottile da sembrare quasi invisibile,
Sdoppiandone però, in un’aureola d’ombra, il contorno?
Dov’è il mulino che macina tutto ciò che svanisce
Producendo questa polvere del nulla
Simile a un polline che si appiccica alle dita
Quando vuoi accarezzare ancora qualcosa del passato?
O non sarà proprio lui a essere stato sbriciolato,
Per non far vedere quando svanisce
Cosicché nessuno si ricorderà
In che consiste la differenza
Tra il finito gelo
E la rovente eternità?
Ma allora chi è il padrone del mulino nel quale
La morte è solo una misera manipolazione?



Stăpânul morii

Din ce e făcut praful
Pe care el îl lasă pe lucruri,
Atât de fin încât aproape de nevăzut,
Dublându-le doar, cu o aureolă de umbră, conturul?
Unde e moara care macină tot ce dispare
Producând această pulbere de nefiinţă
Ca un polen care se lipește pe degete
Când vrei să mai mângâi ceva din trecut?
Sau nu cumva chiar el este cel mărunţit,
Ca să nu se observe când dispare
Și nimeni să nu își aducă aminte
În ce constă diferenţa
Între îngheţul finit
Și veșnicia fierbinte?
Dar atunci cine este stăpânul morii în care
Moartea nu-i decât o biată manipulare?



La favola del calendario                                          

Ancora non c’ero,                                                      
Solo tu sapevi che ci sarei stato.                                
E tuttavia hai stabilito l’Annunciazione                     
Senza chiedermelo.                                                    
Oppure, forse, neppure a te l’hanno chiesto?             
Sei stata anche tu messa                                             
Di fronte al fatto compiuto?                                      
In fin dei conti,                                                          
Che cosa avrei potuto decidere                                  
Nuotando nel liquido amniotico,                               
Amando                                                                     
Il vestitino di carne calda                                           
Che si apprestava a spogliarmi,                                  
Per gettarmi al mondo                                                
Nudo,                                                                         
Avvolto nella favola come in una placenta...             
Sii sincera: avevi paura di me?                                   
Del modo minaccioso in cui crescevo            
Dentro di te, sostituendoti?                                       
È per paura che hai deciso                                         
Di porre fra te e me                                                    
La favola del calendario?



Povestea din calendar

Încă nu eram,
Numai tu ştiai că voi fi.
Şi totuşi ai fixat Bunăvestirea
Fără să mă întrebi.
Sau, poate, n-ai fost nici tu întrebată?
Ai fost şi tu pusă
În faţa faptului împlinit?
La urma urmei,
Ce-aş fi putut hotărî
Înotând în lichidul amniotic,
Iubind
Haina de carne fierbinte
Care se pregătea să mă dezbrace,
Să mă azvârle în lume
Gol,
Învelit ca-ntr-o placentă-n poveste...
Spune drept: ţi-era frică de mine?
De felul ameninţător în care creşteam
În adâncul tău, înlocuindu-te?
De frică ai hotărât
Să pui între tine şi mine
Povestea din calendar?



Chiese chiuse                                                            

Chiese chiuse                                                             
Come case il cui proprietario se n’è andato               
Senza dire per quanto tempo,                                    
Senza lasciare l’indirizzo.                                           
Attorno a loro la città                                                 
Fa roteare tram e biciclette,                                        
Claxon, pubblicità,                                                     
Gli abitanti presi dalla fretta                                      
Vendono e comprano, vendono e comprano,            
Mangiano di corsa                                                      
E, di tanto in tanto, stanchi,                                       
Si fermano a prendere un caffè                                  
Seduti a un tavolino sul marciapiede                         
Vicino a una cattedrale dell’XI secolo,                     
Che guardano senza vederla,                                     
Perché parlano al telefono                                          
E senza domandarsi                                                   
Chi mai avesse abitato un tempo                               
Una casa così grande.



Biserici închise

Biserici închise
Ca nişte case cu proprietarul plecat
Fără să spună pe cât timp,
Fără să lase adresa.
În jurul lor oraşul
Roteşte tramvaie şi biciclete,
Claxoane, reclame,
Locuitorii grăbiţi
Vând şi cumpără, vând şi cumpără,
Mănâncă în mers
Si, din când în când, obosiţi,
Se opresc să bea o cafea
La o măsuţă pe trotuarul
De lângă o catedrală din secolul XI,
Pe care o privesc fără să o vadă,
Pentru că vorbesc la telefon
Si fără să se întrebe
Cine este cel ce a locuit cândva
Într-o casă atât de mare.



A cura di Mauro Barindi
(n. 10, ottobre 2012, anno II)