Dinu Flămând e Milo De Angelis all’Accademia di Romania in Roma. Incontro con la poesia

Come scrivevo nel numero di ottobre (e nell’articolo gemello dell’edizione romena) l’allineamento degli astri (ovvero la felice collaborazione tra l’Istituto Italiano di Cultura di Bucarest, il Museo Nazionale della Letteratura Romena e lo zelo del poeta-mago Dinu Flămând che anno dopo anno attira in Romania grandi poeti da tutto il mondo) ha fatto sì che Milo De Angelis fosse presente alla 13a edizione del Festival Internazionale di Poesia di Bucarest (settembre 2023), che ricevesse il prestigioso premio «Tudor Arghezi» e che lanciasse il suo freschissimo volume bilingue di poesie, In apnea / În apnee (Humanitas, collana Biblioteca Italiana, Bucarest, 2023, traduzioni di Aurora Firța Marin e Dana Barangea), il suo primo libro pubblicato in romeno,  insieme all'altrettanto fresco volume bilingue di Dinu Flămând, Om cu vâslă pe umăr/ Uomo con remo in spalla, edito in Italia (ed. Raffaelli, Rimini, 2023, traduzione italiana di Smaranda Bratu Elian). È stata una serata magica, nell’accogliente giardino del Museo. Nell’edizione romena di questo numero della nostra rivista ho presentato il poeta Milo De Angelis, il suo volume romeno e una selezione delle poesie in esso contenute. Qui, nell’edizione italiana, mi propongo di fare lo stesso con il volume italiano di Dinu Flămând.  E lo faccio spinta da un’occasione specifica: il fatto che, miracolosamente, le stelle si sono nuovamente allineate all'inizio di quest'anno, in occasione della Settimana della Cultura Romena (incentrata sull’anniversario di Mihai Eminescu) riunendo di nuovo i due poeti all'Accademia di Romania a Roma. Questa volta, l'evento, di cui parlerò più avanti, è stato il frutto dell'iniziativa di Oana Boșca-Mălin, direttrice dei programmi della prestigiosa istituzione romena nella Città Eterna, e, ovviamente, dell'Istituto Culturale Romeno che la patrocina. Non posso non sottolineare la perfetta organizzazione della serata, l’illuminato discorso introduttivo e la cordiale ed elegante ospitalità, tutto dovuto a questa squisita anfitriona (che è stata mia studentessa e che fa fiorire, non senza fatica e difficoltà, l'Accademia di Romania in Roma e il suo prestigio italiano).
Ecco quando, dove e come è realmente avvenuto questo secondo incontro dei poeti: il 18 gennaio, nell'elegante e spaziosa sala conferenze dell'Accademia, davanti a un pubblico inaspettatamente (almeno per me) numeroso e interessato, davanti ai microfoni del lungo tavolo hanno preso la parola, dopo la documentata introduzione di Oana Boșca-Mălin, i seguenti ospiti: accanto ai due poeti, Milo De Angelis e Dinu Flămând, due grandi specialisti della poesia contemporanea, ovvero il professore universitario, importante critico letterario, saggista e semiologo italiano, Luigi Tassoni, specialista della poesia di De Angelis, che ha presentato gli avatar lirici di questo poeta, e lo scrittore, saggista, critico letterario, filologo e incredibile poliglotta brasiliano Marco Lucchesi, buon conoscitore anche della lingua romena – che ha fatto una sottile analisi del volume bilingue di Dinu Flămând, insistendo sull’orizzonte culturale dei suoi versi e sulla complessa musicalità sia dell'originale che della traduzione. Naturalmente i due poeti hanno letto brani della loro poesia nella propria lingua, poi Dinu Flămând ha letto la traduzione romena delle poesie scelte da Milo, mentre l'editore Walter Raffaelli – gradita presenza all'evento – ha letto la versione italiana delle poesie recitate da Dinu. Il mio ruolo in questa illustre schiera di specialisti è stato quello di gettare un ponte tra i due volumi dato che ho reso possibile la pubblicazione di entrambi: in quanto curatrice del volume di De Angelis e direttrice della collana Bibilioteca Italiana che lo ospita, e in quanto traduttrice in italiano del volume di Dinu Flămând.
Ma torniamo a Dinu Flămând e al suo nuovo volume pubblicato in Italia.

Dinu Flămând è stato periodicamente presente nelle pagine della nostra rivista – con interviste e poesie – grazie al suo contatto eccezionale con la poesia italiana moderna. In ciò che segue, per rinfrescare la memoria dei nostri lettori, ricorderò rapidamente la sua carriera per soffermarmi poi sul volume in questione e offrire una breve selezione delle poesie in esso contenute, in versione italiana.
Dinu Flamand è poeta, critico, saggista, traduttore e giornalista. Come poeta, è uno dei poeti romeni contemporanei più attivi, produttivi e coerenti, nonché il più premiato e tradotto in tutto il mondo. Ha debuttato nel 1971 con il volume Apeiron, al quale sono seguiti ritmicamente altri quattordici volumi di poesie, fra cui il recente Om cu vâslă pe umăr / Uomo con remo in spalla, insignito del più prestigioso premio letterario romeno, il premio dell'Accademia Romena. Volumi compatti o selezioni delle sue poesie sono apparsi in Spagna, Francia, Italia, Messico, Portogallo, Germania, Cile, Honduras, Colombia, Macedonia del Nord, Grecia, Repubblica Ceca, Israele, Brasile. Raffinato conoscitore di quattro lingue romanze, Dinu Flamând ha tradotto numerosi volumi di poesia e prosa, aprendo nuovi orizzonti alla cultura romena attraverso le traduzioni di scrittori e poeti francesi, spagnoli, italiani, portoghesi e sudamericani, le sue traduzioni sono state spesso premiate con premi letterari. Ha fatto conoscere, tra l'altro, in Romania l'opera poetica integrale di Fernando Pessoa e di César Vallejo. Nella collana bilingue Biblioteca Italiana della casa editrice Humanitas ha pubblicato già due splendide antologie su Umberto Saba e Mario Luzi.
La sua poesia, con tonalità e tematiche variabili nel tempo, è tuttavia segnata da alcune costanti inconfondibili: come De Angelis in Italia, la libertà dai dogmi, siano essi ideologici o stilistici, libertà coltivata sin dalla gioventù quando, insieme a un prescelto gruppo di giovani di Cluj pubblicava, negli anni della dittatura comunista, la meravigliosa rivista Echinox; in quanto ai nuclei tematici: i riferimenti al villaggio natale del nord della Transilvania con la nostalgia dell'infanzia e dei genitori, l’avversione alla dittatura e alle limitazioni di vario genere da essa imposte, la ricerca della vena orfica della lirica universale con riferimenti alle antiche fonti della poesia, la rivelazione di altre civiltà e culture ecc.
Uomo con remo in spalla è il suo terzo volume pubblicato in Italia, dopo La luce delle pietre, edito dalla casa editrice Palomar di Bari nella traduzione di Giovanni Magliocco, e dopo il volume bilingue Ombre e Falesie / Umbre și Faleze, pubblicato, come questo, nella mia traduzione e apparso presso la stessa casa editrice Raffaelli di Rimini, specializzata in poesia contemporanea, e apparso, come questo, in una veste tipografica d'eccezione. Il titolo del libro, allusione a Ulisse, il viaggiatore omerico, è emblematico, perché tutti i poemi sono variazioni personali sul tema del viaggio e del ritorno, delle strade del vasto mondo calpestate con i piedi ma trasfigurate in spazi simbolici – destando spesso la nostalgia dei luoghi dell'infanzia –, in rivelazioni culturali inaspettate – che diventano altrettanti sprofondamenti nel mistero della vita e della sua vita –, o in sorprendenti esercizi di ammirazione. La densità riflessiva del testo, segnato da illuminazioni sapienziali, e la naturalezza con cui attinge alla cultura universale, hanno tonalità diverse e sempre sorprendenti, passando dalla cadenza grave della tragedia antica a spiritosi scherzi e strane memorie fantasiose.
Leggiamone alcuni campioni:

L’infame

… inizio esitante qualche frase … nella mente sento un lieve
sfasamento quando, concentrato, tento di tradurre ciò che segue
in una lingua straniera … tutt’intorno siedono nei banchi
certe persone pronte mi sembra
ad ascoltarmi … ci troviamo in un’aula scolastica raggruppati
con una certa solennità in questo incontro informale,
adulti a modo di allievi…
fra loro scorgo con stupore, da qualche parte a sinistra, mia madre…
in testa col fazzoletto nero di lana, che sta per spiegare
in romeno alla vicina con quanta serietà
mi ero preparato per quel convegno letterario … la vicina
alquanto imbarazzata sembra di non capire … io tento una, due volte,
di fare segno alla mamma
di stare zitta perché mi sta interrompendo e poi perché sempre
mi scoccia quando parla di me ad altri lodandomi come se io
non fossi presente … mi trema la mano,
sono già nervoso, mi verso
su un ginocchio il te del bicchiere accanto…
ad un tratto butto a terra
tutto e mi precipito fuori dall’aula sbattendo la porta…
sento però alle mie spalle
il rumore dell’aula e so che tutti disapprovano il mio capriccio
o percepisco
voci che mi accusano di comportamento indegno verso una madre…
ritorno in classe … mamma, paralizzata dallo stupore, tenta
di spiegare ora
a tutti che non voleva interrompere… io so che nessuno
capisce la lingua in cui lei si scusa e mi indispettisce
che lei si scusi… sprofondo nel ridicolo e mi detesto sempre più
sentendo che tutto e andato a monte … e perché la situazione sia
più verosimile
il bruciore del te sulla gamba si fa sempre più acuto…
mi sveglio sudato come un infame che non sono altro… non sapendo
come rimediare la situazione diventata ad un tratto ancora più grave
dato che, desto, non sento altro che la gioia che mamma
mi sia apparsa in quell’incubo, consapevole che non posso spiegare nulla
… e ora mi accuso dell’infamia della mia incontrollabile
boria
e non posso non chiedermi se nel nostro passato insieme
non le ho fatto per caso qualcosa del genere, nel pensiero o in realtà,
e non posso non chiedermi perché il sogno
mi mostra a me stesso tanto capriccioso e schifosamente
ingiusto con la mia dolce mamma
come se nel sonno io avessi scelto la più sporca variante
di me stesso intravedendo che quella villania esiste nascosta
dentro di me da quando sono al mondo, e dunque la mia vita è stata
un’immensa ipocrisia…
oh … Dei ingiusti dell’inferno
o … Dei giusti…

(Lefkada, giugno 2019)

 

Caravaggio (I)

Senza dubbio sapeva benissimo
cavalcare, e la strada non sembra avere
buche nascoste, ne qualche belva nel buio della notte
sembra aver spaventato il cavallo – piuttosto il mite
animale macchiato di miele lunare con la testa
china verso il cavaliere sembra parlargli, mentre lo zoccolo
ferrato del piede anteriore
schiva l’uomo a terra.

Però la luce, sì, percuote entrambi obliquamente
come scendendo da un cielo
bucato e sfrigolando sul volto del soldato
prolungata sulle braccia alzate adoranti
uno spavento
che lo inchioda a terra
anche dopo che il corpo è precipitato nella polvere…

E se in quella tenerezza violenta
in cui sonnecchiava già la sua giovane sensibilità
Caravaggio non ha messo se stesso come avrebbe
fatto più tardi in quasi tutti i suoi momenti
di estasi rivelata (anche se il viso dell’uomo steso a terra
che guarda a occhi chiusi verso il cielo pare che gli somigli…),
noi possiamo supporre che nei paraggi

ci deve essere anche lui
perche “la vocazione” è arrivata prima a lui
ed è la sua fronte ad esser stata colpita
dallo zoccolo di quella luce.

(Roma, marzo 2019)
[davanti al quadro La conversione di San Paolo in Santa Maria del Popolo]

 

Pietre e radici

Io menavo il cavallo di sinistra per la ciappa
mentre tu premevi a tutta forza i manichi dell’aratro
e rivoltavi le zolle di terra
c’era e non c’era vento, c’era e non c’era la luce che piaceva a me,
c’era e non c’era il luogo risaputo dove in Transilvania
seminavamo, col freddo e con la neve, anno dopo anno.

Mi palpitava dentro la sorpresa che anticipavo
quando a capo della zolla nel limpido cielo scorgevo
nella valle il nostro villaggio e da qualche parte il nostro camino;
la sera non era lontana, un focolare caldo ci stava aspettando

laggiù. Tu strappavi dalla terra pietre e radici
come se una foresta selvaggia stesse per
irrompere nel nostro campo dalle profondità
di una strana ira nascosta nella terra.

Maledicevi fra te la sorte che obbliga l’uomo
a rivoltare anno dopo anno pietre e radici
a sudare sangue tagliando fette di terra
e radici d’alberi che da tempo non ci sono più.

Ma tu c’eri, e questo per me era cosa naturale,
sentivo i tuoi passi grevi calpestare la terra
e sentivo il vomere stridere contro le pietre
anche quando io di spalle non potevo vederti.

Ma ecco che in capo alla zolla non c’era
né il campanile del villaggio né il fumo del nostro camino
né la valle conosciuta…

Mi trovavo all’improvviso sulla falesia a Cefalù
e l’immenso mare disteso era venuto ad accogliermi
come l’avevo visto dai promontori della Sicilia.

Bastardo della tua memoria, ti avevo spostato là
insieme al tuo aratro, ai tuoi cavalli, al tuo passo greve
solo perché io non so più fermarmi da nessuna parte e, sradicato,
sposto te per spostarmi con te…

(Sicilia, agosto 2017)

 

Il tappeto dell’imperatrice

Ero andato a salutare Brueghel e forse anche
rubacchiare qualcosa dalla tavola di legno che due contadinotti
portavano di corsa attraverso il lussuoso museo viennese
come scappati dal quadro fiammingo del banchetto nuziale
e dondolavano già ubriachi

… ma ho smarrito il senso di visita e ho inciampato
in Maria Teresa troneggiante nel lutto della
pietas austriaca
cioè sforzandosi sotto gli strati
di pizzo nero a mostrarsi triste
dopo la morte del suo vice-ex-marito
e vice-imperatore di quel
Sacro Germanico ed ex-Latino Impero
con attinenze in Transilvania
e più tardi persino in Bucovina.

E nel raffigurare l’imperiale cordoglio
il pittore di corte si era permesso
un’unica macchia di colore – segno che
solo il simbolo di quell’amato giardino poteva
alleviare l’amarezza a questa Nonna dell’Europa
(sto riproducendo passi del catalogo).

Ma cosa vedo:
lei poggia il piede proprio sulla Transilvania
LA MIA
diventata provincia-tappeto
calpestata con bovina prestanza.
Come cazzo dirle di toglierne
i piedi?

Mi ha rovinato tutta la giornata.

(Vienna, dicembre 2015)

 

Di nuovo disattento

… neppure ho osservato quando ha messo foglie
il più brutto albero che sta davanti alla mia finestra,
lui, che sembra essere in diretto contatto con Dio
o con la Centrale di quel mistero che fa inverdire
il verde, fa fiorire i fiori, fa crescere l’erba
e scorrere le acque a monte, se così gli piace;

io continuando a presumere che non sono presente
là dove si decide la mia stessa vita,
quasi un assente-presente, come il rotolio
di una pietra che corre a valle
solo perché al Grande Algoritmo capitò
quella strada…

Io
tentando di salvare questa ipocrisia
di cui quasi nessuno sa niente
mentre avviene la stessa vita della mia vita…

 

Lobo Antunes

Comincia salendo dal sottosuolo: merda!…
che a quanto poco sappiamo della vita
come cazzo essere più espliciti di così?

E sale lentamente brontolando contro quelli
che si accontentano solo di frammenti
di frammenti di frammenti…

Chi sono questi? Forse noialtri tutti…
e lui stesso quando gli pare che le sue dita
non riescono a sgraffiare il guscio del nocciolo
impossibile da rompere, là dove il sontuoso mutismo
della vita ci fa la linguaccia.

A volte con il tremolio del respiro
lui ne intuisce forse qualcosa – lo sappiamo
perché cammina con la testa china,
ostinato, per una strada non ancora percorsa
benché rimasta nel passato continuo…

Altre volte tutto l’annoia, persino l’illusione
di sillabare i suoi vecchi dolori
come su una margherita dai petali impari.

E mentre la sua gioia segreta danza
con la propria disperazione
noi nuotiamo attraverso la sua sordità
e raggiungiamo
la superficie di quel sorriso che effonde
onde concentriche nei suoi occhi

come foglia che sfiora l’acqua del lago.

 

Figurine cicladiche

A che pro gli occhi, se la pelle di pietra della fronte
sente meglio gli aliti del futuro?

Le teste schiacciate dalla luce solare
si allineano docili verso il centro galattico
del mistero.

Quale timone nel vento solare – il naso
spacca la fibra di un presupposto vento,
l’orizzonte interno leggermente inclinato
verso il passato
sfiora le nuvole dei sotterranei di Ade.

Mutismo levigato – unico discorso possibile.
Tutta la ricchezza: un triangolo pubico
e sopra, le braccia rassegnate
che stringono l’esilità del corpo.

Posizione nel cosmo: gli omeri assillanti il cielo,
verticali, nella luce eterna di nessuno.

(Atene, settembre 2017)

 

Luzi

Nondimeno: in movimento!
Questo era, da chi mai? Il comando.
Mario Luzi

Sembra che dal suo mutismo ci additi
la direzione e persino
il punto in cui dobbiamo guardare

mentre lui rimane sempre
di spalle e solo un vago indizio
potrebbe suggerirci che con la punta
della scarpa sta raspando fra le foglie
ammucchiate nelle sue tane.

I suoi passi lo precedono usciti dalla sua stessa
enorme immobilità
e se
guardiamo da sopra la sua spalla distinguiamo
ciò che vedono i suoi occhi mentre si chiudono
ed è evidente
che il tremito interno di una luce rimasta
non solo nella memoria delle sue pupille, bensì del mondo
come fossile della primordiale esplosione
sta per rivelarcisi.

Forse l’intensità del suo pensiero afferra
nell’oscurità noumenica
gli esili fili che spuntano dai primi semi
della rivelazione;
e non è da stupirsi che laggiù lui raccolga il polline
delle prime fecondazioni sacre
sviate dal tenero strabismo cosmico
che moltiplica l’Universo;

Che cosa vede lì? E chi comanda
a quella cosa eterna
inconcepibile, che pulsa
nel proprio magma? Il Mistero stesso.

 

Olivi

(Nel giardino di Getsemani)
Ce qui dure et ce qui doit finir.
Alfred de Vigny

Li tiene in vita una radice di siccità
che si disseta nell’arido greto del Cedron,
le loro talee si affratellano al di sotto della montagna, partorite
dalla Madre delle talee – l’olivo primordiale.

Ma poi la realtà ha tagliato fuori
qualche ettaro dagli oliveti di una volta,
bisogna avere più fede per vedere con la mente
anche il torchio per la spremitura, e la pietra del pianto,
e le tremende ombre di quella notte…

Alcuni celano a malapena la delusione.
Come me, stanno fotografando i buchi dei tronchi
cercando di carpire l’essenza del mistero.

„Abba, allontana da me questo calice!”
Terribile prova e
inaccettabile accettazione
quando il sacrificio simbolico richiede la tua carne…

Da secoli continuiamo a negoziare il rinvio
celato nel nostro spavento,
ma le faci nella notte sono sempre più vicine…

(Gerusalemme, aprile 2018)

 

La moglie di Cézanne

Cézanne installava nella poltrona gialla o semplicemente
da nessuna parte in uno spazio neutro la moglie
e cominciava a ripiegare la luce intorno a lei
mentre i suoi colori esplodevano
dalle mele
dagli oggetti
dal tappeto della stanza
e la piatta realtà cominciava a gonfiarsi
dilatando man mano l’aria.
Hortense,
che una volta era la belle Biquette ma col tempo
era diventata per lui la Boule (cioè un gruzzolo sempre
più difficile da mandar giù),
continuava a troneggiare piuttosto assente
emanando una specie di misterioso tedio, collocata
proprio al centro di quei ritratti che
con lei non c’entravano affatto.

Quarantacinque volte in quegli anni il calvo
irsuto l’aveva fissata con i suoi occhi vispi
senza chiederle altro che di tenere
compagnia alle pareti
anche se il suo volto mostrasse lo stesso tedio
con sfumature di sguardi un po’ maligni o
ancora piu spesso
tradendo il nervosismo di chi deve starsene
per forza immobile.

Ma tutti lo sanno…Hortense aveva il talento
di stare impalata per ore e ore
professionista dell’immobilità
come un insetto fermo nell’ambra del tempo
tanto apprezzata da tutti gli impressionisti
inclusi gli scultori.

Stufo del loro matrimonio ma avvezzo al modello,
Cézanne la usava come calamita per attirare
verso il suo cavalletto una realtà che si lasciava guardare
solo in condizioni di energia indifferente.

Dopo di che tutto intorno entrava in segrete trepidazioni:
la luce cambiava volto
il parato si rivestiva dei colori soavi del cielo
le ombre colorite sembravano
entrarti direttamente negli occhi e il mistero era più denso
nei vestiti del modello che nei tratti
appena abbozzati del volto.

Rami di alberi invisibili diventavano più visibili
delle corone di quegli alberi, un filo di luce pulsante
si rannicchiava in un angolo buio,
e il peso dei frammenti di stoffa
o semplicemente la presenza massiccia della poltrona
cui si appoggiava una strana angoscia – tutto
creava uno spettacolo
stupefacente;

solo la passione può rendere il ritratto dell’indifferenza.

(Parigi, giugno, 2017)

 

Pavese

Ho chiesto la stessa stanza all’albergo Roma.

La chiave me l’hanno data con una vaga ritrosia,
dal volto non sembravo troppo afflitto, ma non si sa mai…
forse ero uno appena tornato dai Mari del Sud
a gettare l’ancora per sempre nello stesso posto.

Il ragazzo dell’ascensore, più rilassato,
mi ha ripetuto la storia della frase „perdono a tutti
e a tutti chiedo perdono”; il libro era sul tavolino,
con accanto la poesia „Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”,
con in più la raccomandazione: „non fate troppi pettegolezzi”.

… begli occhi, ma solo lui poteva dirci
di chi erano, ma i suicidi sono criminali detestabili
perché mai spiegano perché, e cosa ti potevi aspettare
da uno come lui
che della vita si era fatto un mestiere precario
solo per tenerlo in vita?

Si sarà detto che in pre-nascita si era già abituato
all’inesistenza, dunque non sarebbe cosa nuova, e non valeva
continuare la tautologia di una vita
dove non trovava più risorse di attesa
quando nuove disperazioni gli aggiravano intorno.

Come spesso capita a molti,
ma non a tutti…

(Torino, 2010)


    

 


A cura di Smaranda Bratu Elian
(n. 2, febbraio 2024, anno XIV)