«Gabriele D’Annunzio tra Poesia, Piacere, Audacia». Quaderno 6 di Antonio Rizzo

Segnaliamo l’ultimo quaderno bilingue di Antonio Rizzo, il sesto della serie Mi ricordo di un giorno di scuola, dedicato a Gabriele D’Annunzio tra Poesia, Piacere, Audacia (Associazione degli Italiani di Romania, Bucarest). Il Quaderno 6 è stato pubblicato nel 2023, in occasione dei 160 anni dalla nascita di Gabriele D’Annunzio (1863-2023), per «offrire al lettore romeno una finestra attraverso cui scrutare e conoscere la complessità di uno degli autori più importanti dell’Italia, protagonista della scena letteraria a cavallo tra Ottocento e Novecento», come scrive Ida Valicenti nella Prefazione.
Nella sua Introduzione, Antonio Rizzo evidenzia la grande eredità letteraria che ci ha lasciato D'Annunzio: «la sua produzione letterara è davvero sterminata; scrisse instancabilmente per sessant’anni, mentre la sua esistenza diventava un mito, che merita di essere scoperto o rivisitato senza prevenzioni, a seconda dei casi»

La lingua di D’Annunzio

Alchimista, orafo, artigiano delle parole, sono alcune delle definizioni coniate da critici e studiosi per definire la “lingua” di Gabriele. Lui stesso ebbe una volta a definirsi “operaio” della parola quando, durante la Prima Guerra Mondiale, era chiamato a fare discorsi pubblici di incitamento ai soldati.

«[...] Sulla generale piattezza della prosa si leva come “voce d’altura” quella di Gabriele d’Annunzio, che fu soprattutto “artefice della parola”. Per esprimere le più varie sensazioni, umane, superumane, ferine, egli allarga il vocabolario ben oltre i limiti consueti, ricorrendo a voci arcaiche, dialettali, tecniche (tratte, per
esempio, dalla Storia naturale del Pokorny o dal Vocabolario marino e militare del Guglielmotti, attingendo al latino o al greco indirettamente o magari attraverso i simbolisti francesi). “La vita“, dice il Bellonci, “dalle lettere degli amanti ai proclami della politica, prese le forme dannunziane, e le donne diventarono le elette dove gli uomini erano i despoti”. Questa influenza si fece sentire specialmente nel giornalismo, nel quale si divulgarono numerosi vocaboli e giunture dannunziane: teoria nel senso di “processione, fila”, velivolo, irreale, malioso, aromale, liliale, sinfonia di colori, la declinazione del giorno, una fascinazione di continenti sconosciuti, i dolori di nostra gente, quel volto di giovane iddio, temeva non forse egli avesse ecc.
Grande rumore levò il movimento futurista, propugnando innovazioni radicali: “l’irruenza del vapore-emozione farà saltare il tubo del periodo, le valvole della punteggiatura e i bulloni dell’aggettivazione” (Marinetti, Zang tumb tumb, Milano, 1914, p. 10), ma l’influenza sulla lingua comune fu insignificante. [...]
L’influenza del linguaggio amministrativo è più che mai forte, e più che mai osteggiata dai puristi. [...]
Non meno forte è l’azione esercitata sulla lingua comune scritta dal giornalismo, che anch’esso contribuisce a propagare luoghi comuni e formule fisse [...]
Chi volge l’occhio all’arte dello scrivere ammirerà il classico e pur vivace Carducci, il lussureggiante D’Annunzio, il meditato e composto Croce: ma bisogna (purtroppo) riconoscere che sulla prosa scritta quotidiana (nelle lettere,
poniamo, di un tizio qualsiasi) l’azione esercitata dal linguaggio burocratico e da quello giornalistico è più forte che quella di un Carducci, di un D’Annunzio, di un Croce. Molto lessico poetico tradizionale è ancora nel Carducci giovane; ma nella sua miglior stagione egli rinnova il suo lessico specialmente con l’arricchimento di
latinismi, se non nuovi, non consunti dall’uso poetico dei secoli precedenti. [...]
Ma le parole della tradizione aulica sono ormai ridotte a pochissime. Mosse da Carducci anche Gabriele d’Annunzio, prima di prendere il suo proprio cammino. Il suo alessandrinismo lo spinge alla ricerca di parole belle e rare, il suo decadentismo fa che egli gusti la parola come una musica o come un sapore. Egli attinge a larga mano latinismi e grecismi, dialettismi e tecnicismi; allarga insomma quanto forse non era mai stato fatto il lessico poetico».
(Bruno Migliorini, Storia della lingua italiana, Giunti/Bompiani, 2019, pp. 842-846)

Non tutti lo sanno ma, oltre ad essere stato uno scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico, giornalista e patriota italiano, simbolo del decadentismo, celebre figura della Prima Guerra Mondiale, firmatario del Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925, D’Annunzio fu un anche un linguista dall’innata creatività, inventore di neologismi, marchi e vocaboli entrati a far parte della vita quotidiana di milioni di italiani, che ancora oggi citano il Vate senza nemmeno rendersene conto.
D’Annunzio era in costante competizione con Dante Alighieri, tanto da vantarsi di aver usato 40 mila parole nelle sue opere, mentre il Sommo Poeta ne utilizzò solo 12 mila. Era un vero innovatore e la traccia che lascia nella quotidianità è indelebile.
Anche il mondo dello sport deve a D’Annunzio un tributo. A lui per esempio dobbiamo l’invenzione dello scudetto. L’idea dello scudetto nacque da una partita di calcio disputata dal Vate durante l’occupazione di Fiume nel 1920. Sulle maglie dei giocatori, invece dello scudo della casa regnante, come era in vigore, decise di applicare uno scudetto di rimando araldico con i colori della bandiera italiana.

D’Annunzio traeva ispirazione da ogni aspetto della vita, compreso il cibo. Tanto che nel corso del processo di italianizzazione di quegli anni, quando anglicismi e francesismi erano aboliti, sentì l’esigenza di tradurre il termine sandwich. E un giorno, in un bar di Torino, esclamò: “Ci vorrebbe un altro di quei golosi tramezzini”, ispirandosi al termine architettonico tramezzo.
Il protagonista del “folle volo” su Vienna (9 agosto 1918), fu anche l’inventore della parola velivolo, usata per la prima volta nel romanzo Forse che sì, forse che no; ma anche il termine fusoliera, per indicare il corpo dell’aereo. E non dimentichiamo neppure la denominazione vigili del fuoco, coniata da D’Annunzio per indicare il corpo specializzato che tutti ben conosciamo.

D’Annunzio ideò anche alcuni marchi molto famosi, primo fra tutti quello della Rinascente. Il nome risale al 1917, quando un grande magazzino di Milano fu distrutto dalle fiamme e per l’occasione il Vate ribattezzò quello nuovo con il
termine Rinascente.
Un marchio di rinomati biscotti invece nacque nel 1922, quando la piccola pasticceria genovese denominata Società Accomandita Industria Wafer e Affini si trasformò in una delle prime imprese europee per la produzione di dolci. D’Annunzio, che era molto goloso dei suoi dolci, propose di semplificare il nome con le iniziali della società, tramutandolo nell’acronimo Saiwa, come sono chiamati ancora oggi.
Inventò il nome proprio Cabiria per l’eroina dell’omonimo film muto del 1914 del quale firmò la sceneggiatura, il nome proprio Ornella e lo pseudonimo della scrittrice di “romanzi rosa” (dedicati a un pubblico femminile) Amalia Liana Negretti Odescalchi, in arte Liala.

D’Annunzio italianizzò anche il francesissimo cognac in arzente, derivato da arzillo e dal latino ardens “ardente”, a indicare lo stato di euforia indotto dall’ebbrezza, o il calore che derivava dal bere l’alcolico.
L’espressione tener-a-mente è un gioco di parole fra “ricordare” e “con tenerezza, teneramente” presente su moltissimi bigliettini e fotografie che il Vate dedicava alle sue donne, tra cui Luisa Bàccara e Olga Levi Brunner, a significare il dolce ricordo delle amanti.
Fu sempre D’Annunzio a coniare il termine Milite ignoto, dal latino miles ignotus, cioè “soldato sconosciuto”, termine con cui si designa la tomba dove è sepolto il corpo di un soldato senza nome caduto durante la Prima Guerra Mondiale; essa si trova ai piedi del monumento a Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, che pertanto è definito come Altare della Patria.
Me ne frego è un’espressione che non esisteva prima di Gabriele D’Annunzio. Motto fascista? La critica e gli storici sono concordi nell’affermare che il Vate non prese nulla dal fascismo, ma fu il fascismo a prendere da lui. Prova ne fu il suo eia eia alalà... grido di incitamento e vittoria da contrapporre all’anglosassone hip hip hurrà. E poi c’è il famoso Io ho quel che ho donato che svetta all’ingresso del Vittoriale.
Conclusivamente, e per restare nell’ambito delle innovazioni linguistiche di D’Annunzio, i giudizi non sono mai stati unanimi.





Antonio Rizzo
(n. 2, febbraio 2024, anno XIV)