La non banalità del male

Nell’ambito delle tematiche sollevate da quel mostruoso crimine che fu il genocidio degli Ebrei d’Europa, una delle più dibattute si concentra sul grado di responsabilità dei singoli operatori dello sterminio. Ne tratterò avendo come costante punto di riferimento gli studi fondamentali di Hannah Arendt, Raul Hilberg e Daniel Jonah Goldhagen.
La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme, libro pubblicato nel maggio 1963 dalla filosofa Hannah Arendt, è uno dei testi più discussi e citati nell’ambito della letteratura sulla Shoah; (preciso che mi rifaccio all’edizione, riveduta e accresciuta dall’autrice, del giugno 1964).
È noto che il saggio nasce dall’intento della Arendt di riportare le fasi e l’esito del processo a Karl Adolf Eichmann, il nazista responsabile dell’ufficio della Gestapo dove si organizzava il trasporto degli Ebrei nei luoghi di sterminio dell’Europa orientale.
Eichmann, fuggito in Argentina al termine della Seconda guerra mondiale, fu catturato dai Servizi Segreti israeliani l’11 maggio 1960, condotto in Israele e giudicato prima dal Tribunale di Gerusalemme poi, in appello, dalla Corte Suprema d’Israele, processi che si concluderanno con la condanna all’impiccagione, avvenuta il 1° giugno 1962.
Il senso del libro della Arendt è chiaro: non si commette il male solo per malvagità, per odio nei confronti di qualcuno, o perché si assecondano istinti cattivi; no, il male può essere perpetrato senza averne vera consapevolezza, e ciò modifica il suo statuto ontologico, trasformandolo in un qualcosa di automatico, di involontario, di tristemente banale.
Ovviamente, la Arendt non considerava banale l’idea del genocidio e la sua esecuzione; tuttavia, durante il processo, restò colpita «dall’evidente superficialità» del nazista che veniva giudicato, dal fatto di trovarsi dinanzi un uomo ordinario, un burocrate interessato a promuovere la propria carriera e quasi totalmente incapace «di vedere le cose dal punto di vista degli altri».
Secondo la Arendt, Eichmann e gli uomini del suo stampo incarnavano un nuovo tipo di criminale, quello che compie il male in circostanze che gli impediscono di avvertire la gravità di ciò che ha commesso. E poiché i sistemi giuridici moderni si basano sul presupposto che un crimine è tale quando esiste l’intenzione di fare del male (e quindi sulla presenza del fattore soggettivo), se per qualsiasi ragione la capacità di distinguere il bene dal male è compromessa, «noi sentiamo che non possiamo parlare di crimine».
Non fu quella la valutazione dei giudici: Eichmann fu giustiziato proprio in base all’elemento soggettivo della consapevole partecipazione a un’impresa criminale destinata a cancellare un’intera ‘razza’ dalla faccia della terra.
Certo, stupisce che la Arendt, sebbene non considerasse criminoso l’operato di Eichmann, si pronunci infine a favore della pena capitale inflittagli, rimodulando però il capo d’accusa in questi termini: «Tu hai ammesso che quello commesso contro il popolo ebraico è stato il maggior crimine della storia, e hai ammesso di avervi partecipato. Ma tu hai detto di non aver mai agito per bassi motivi, di non aver mai odiato gli ebrei, e tuttavia hai sostenuto che non potevi agire altrimenti e che non ti senti colpevole. (…) Tu hai anche detto che la parte avuta nella soluzione finale fu casuale e che, più o meno, chiunque altro avrebbe potuto prendere il tuo posto: sicché quasi tutti i tedeschi sarebbero ugualmente colpevoli, potenzialmente. Ma il senso del tuo discorso era che dove tutti, o quasi tutti sono colpevoli, nessuno lo è. (…) Noi qui ci occupiamo soltanto di ciò che tu hai fatto. (…) E come tu hai appoggiato e messo in pratica una politica il cui senso era di non coabitare su questo pianeta con il popolo ebraico e con varie altre razze (quasi che tu e i tuoi superiori aveste il diritto di stabilire chi deve e chi non deve abitare la terra), noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri abitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato».
A parte questa discutibile conclusione, è la tesi principale della Arendt che, a mio parere, non convince. Infatti, è vero che azioni mostruose possono essere compiute da persone normali, per niente malvage o demoniache; è vero che esiste un male ‘banale’, quello che si commette senza alcun sentimento negativo nei confronti di chi lo subisce e senza una presa di coscienza dell’azione dannosa; ma questo non è affatto il caso di Adolf Eichmann.
Il male assume una connotazione di banalità e di irresponsabilità quando è fatto perché si è pazzi, o minorati mentali, o privi momentaneamente della capacità di intendere e di volere, o perché si è obbedito a un ordine senza sapere dove avrebbe condotto, o perché si ignoravano (non colpevolmente) le conseguenze di un’azione. In tutti questi casi, i dati evidenti sono costituiti dalla mancanza di volontà e di consapevolezza del danno che si arrecava.
Il caso Eichmann può rientrare in questa fattispecie? A mio parere no. Il saggio di Hannah Arendt, pregevole per aver messo in luce il problema delicato e scottante del male inconsapevole, e le importanti questioni connesse, fallisce nella dimostrazione principale del suo assunto.
Infatti, come vedremo: 1) Eichmann sapeva fin troppo bene di contribuire alla commissione di uno sterminio; 2) ebbe crisi di coscienza, ma le risolse interpretando l’imperativo morale a modo suo; 3) obbedì a ordini ai quali – sebbene difficile – era possibile sottrarsi.
Ma andiamo per ordine. Innanzitutto, Adolf Eichmann era davvero quell’ordinario burocrate, quell’uomo scialbo e senza idee di cui parla la Arendt? Indubbiamente, egli non figura come un membro di primo piano nella gerarchia del potere nazista; e tuttavia, i compiti che gli furono affidati erano di notevole importanza. (È doveroso precisare che la Arendt, al momento in cui scriveva, ignorava aspetti della questione che emersero da contributi posteriori. Ma sulla figura e l’operato di Eichmann ebbe a disposizione una mole ingente di studi e documenti storici).
Le testimonianze sulla personalità e sul ruolo ricoperto da Eichmann nel meccanismo del genocidio degli Ebrei abbondano.
Lo storico Michael R. Marrus, nel pregevole L’Olocausto nella storia, scrive che Eichmann «fu fin dall’inizio un funzionario chiave della burocrazia della Soluzione finale».
Ian Kershaw, nella magistrale biografia Hitler, 1899-1936 e Hitler,1936-1945, ne parla in questi termini: «Tra i comprimari coinvolti nei più atroci crimini del regime, il più famigerato, l’amministratore della Soluzione finale (corsivo mio), Adolf Eichmann, venne avventurosamente rapito da agenti israeliani in Argentina, processato a Gerusalemme e impiccato nel 1962».
William L. Shirer, nella Storia del Terzo Reich, scrive: «La “soluzione finale” continuò sino alla fine della guerra. Con essa quanti ebrei furono massacrati? La cifra è controversa. Secondo le deposizioni fatte da due membri delle SS a Norimberga, nel computo di uno dei massimi esperti nazisti dell’argomento, Karl Adolf Eichmann, capo dell’Ufficio per gli Ebrei della Gestapo, che realizzò la “soluzione finale” sotto la direzione dell’ideatore di essa, Heydrich, il totale avrebbe oscillato fra i cinque e i sei milioni».
Innegabilmente, l’Ufficio che Eichmann dirigeva aveva compiti di grande importanza. Nell’ambito dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA), Eichmann era il responsabile del Referat IV B-4, una delle due istituzioni (l’altra era il Ministero dei Trasporti) che giocava un ruolo fondamentale nelle operazioni di deportazione.
Raul Hilberg, nel monumentale La distruzione degli Ebrei d’Europa, scrive che il Referat IV B-4 era una struttura relativamente piccola, ma «partecipava a molteplici decisioni. Nei territori del Reich-Protettorato, la competenza di Eichmann si estendeva agli arresti e al trasporto. Per questi compiti, egli utilizzava gli uffici regionali della Gestapo e gli Uffici centrali dell’emigrazione ebraica. Nei Paesi satelliti e occupati (…) il suo controllo era meno assoluto che non nel Reich, ma in quei territori l’apparato di Eichmann prese in mano tutta la fase di sradicamento delle comunità ebraiche in vista della deportazione, in particolare l’attuazione di una legislazione antiebraica, le diverse definizioni e classificazioni delle vittime ebree, il calendario e la messa a disposizione dei trasporti».
Ancora Hilberg, nel capitolo Le deportazioni del libro citato: «Il Sondereinsatzkommando (gruppo speciale d’intervento), formato poco prima del 19 marzo (1944) nel campo di concentramento di Mauthausen, era l’elemento più formidabile della macchina di distruzione in Ungheria. Sotto il comando di Eichmann in persona, la crema degli specialisti della deportazione dell’RSHA si trovava concentrata in una sola unità di una brutalità devastatrice».
Credo che i fatti riportati siano sufficienti per farsi un’idea del ruolo e del profilo morale di Eichmann. Eppure, la Arendt lo descrive come un individuo normale, un burocrate qualunque, un funzionario completamente asservito al sistema.
Naturalmente, è quanto Eichmann si proponeva di dimostrare ai giudici: nel processo, egli sostenne che poteva sì essere accusato di aver «aiutato e favorito lo sterminio degli ebrei», ma non ne aveva mai ucciso uno, né mai desiderato di farlo; aveva semplicemente obbedito a ordini ai quali era «impensabile» opporsi. In realtà, nell’ultima dichiarazione resa nel processo, Eichmann confessò che avrebbe potuto trovare il modo di tirarsi indietro, come altri, in effetti, avevano scelto di fare; tuttavia, una decisione del genere gli era sempre parsa «inammissibile». «Inammissibile» – è doveroso aggiungere – ma non impossibile; nell’ambito della burocrazia nazista, in seno alle squadre di sterminio, e nel mondo socio-culturale tedesco si registrarono diversi casi di dissenso, di abbandono del posto e di richieste di trasferimento.
Eichmann tenne anche a sottolineare più volte che non odiava gli Ebrei; l’agghiacciante affermazione resa sul finire della guerra, ovvero «Salterò nella tomba ridendo, poiché il fatto di avere sulla coscienza la morte di cinque milioni di Ebrei mi dà una soddisfazione enorme», viene considerata dalla Arendt come una «millanteria», una «pura e semplice rodomontata».
Allora: Eichmann è perfettamente consapevole di collaborare a un sistematico assassinio di massa, e lo fa attivamente, prendendo più di una volta decisioni autonome. Abbiamo un’altra certezza: ebbe diverse crisi di coscienza, come ammette ripetutamente, nel suo saggio, la stessa Arendt. E tuttavia, scrive la studiosa, riuscì a tacitarle «per la semplicissima ragione che egli non vedeva nessuno, proprio nessuno che fosse contrario alla soluzione finale», e soprattutto rifacendosi all’obbedienza agli ordini superiori e alla legge.
La giustificazione di Eichmann fondata sull’obbedienza agli ordini verrà confermata da una specifica dichiarazione resa in istruttoria, e cioè che egli aveva sempre vissuto secondo i princìpi dell’etica kantiana del dovere. Quando il giudice Yitzak Raveh, nel dibattimento, chiese all’imputato di essere più chiaro, Eichmann affermò che «quando ho parlato di Kant, intendevo dire che il principio della mia volontà deve essere sempre tale da poter divenire il principio di leggi generali»; il che, osserva giustamente la Arendt «non vale, per esempio, nel caso del furto o dell’omicidio, poiché il ladro e l’omicida non possono desiderare di vivere sotto un sistema giuridico che dia agli altri il diritto di derubarli o assassinarli».
Il ricorso a Kant da parte di Eichmann risulta davvero improvvido, perché l’unica formula dell’imperativo categorico che il filosofo mantenne sia nella Fondazione della Metafisica dei Costumi, sia nella Critica della Ragion Pratica è la notissima: «Agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale». È fin troppo chiaro, come notò subito la Arendt, che nessun ordine, nessuna legge, nessun dovere che comporti l’uccisione di altri uomini possa porsi come principio di una legislazione universale.
L’altra giustificazione addotta da Eichmann si basava sul fatto di non aver visto nessuno contrario alla soluzione finale, neppure nella buona società tedesca. «E in effetti», scrive la Arendt, «la sua coscienza si tranquillizzò nel vedere lo zelo con cui la “buona società” reagiva dappertutto allo stesso suo modo. Egli non ebbe bisogno di “chiudere gli orecchi”, come si espresse il verdetto, “per non ascoltare la voce della coscienza”: non perché non avesse una coscienza, ma perché la sua coscienza gli parlava con una “voce rispettabile”, la voce della rispettabile società che lo circondava».
Un evento, in particolare, esercitò una notevole influenza sul futuro comportamento di Eichmann nella questione ebraica. Il 20 gennaio 1942 ebbe luogo a Wannsee, vicino Berlino, la conferenza in cui le massime autorità naziste vennero informate della decisione di sterminare gli Ebrei d’Europa, e della necessità di una collaborazione attiva di tutti gli apparati statali. La Arendt scrive che per Eichmann quell’evento rappresentò qualcosa di «memorabile»: se fino ad allora aveva nutrito dei dubbi sulla soluzione che prevedeva l’uccisione di undici milioni di ebrei, quando vide che i maggiori esponenti del regime si disputavano «l’onore» di dirigere l’operazione si sentì «una specie di Ponzio Pilato, libero da ogni colpa».
Con questa seconda giustificazione, Eichmann adottava il noto e comodo criterio del «tutti colpevoli, nessun colpevole», concetto che non ha mai trovato credito nelle valutazioni degli storici. Tuttavia, sebbene insufficiente a scagionare Eichmann dalle sue responsabilità, l’argomento della colpa collettiva va discusso perché chiama in causa la connivenza nello sterminio dell’intero popolo tedesco.
Nella magistrale Storia del Terzo Reich, William L. Shirer, dopo aver sottolineato che nel giro di pochi anni Hitler aveva liberato la Germania dalle catene del Trattato di Versailles, ricostituito una forza militare, ridato il lavoro a milioni di concittadini, infuso nel popolo una grande fiducia nell’avvenire del Paese, osserva che in un tale contesto le leggi razziali non apparvero così impopolari: «Si potevano trovare ben pochi tedeschi, già socialisti, liberali o devoti cristiani delle antiche classi conservatrici, che fossero disgustati o inorriditi dalla persecuzione degli ebrei; e sebbene in alcuni singoli casi si prodigassero per alleviare le sofferenze dei perseguitati, essi non facevano però nulla per contribuire ad arrestare la marea».
Lo storico Daniel Jonah Goldhagen è ancora più incisivo, e non si limita a parlare di indifferenza o di connivenza; egli attribuisce all’intero popolo germanico la responsabilità morale del genocidio. Lo straordinario saggio di Goldhagen I volonterosi carnefici di Hitler rappresenta un contributo ormai imprescindibile per lo studio della Shoah, ma ci consente anche di valutare meglio il tema da cui siamo partiti.
La tesi dello storico americano è che responsabili dell’Olocausto non furono soltanto le Autorità naziste e i realizzatori materiali, ma tedeschi di ogni estrazione sociale, che «brutalizzarono e assassinarono gli ebrei per convinzione ideologica e per libera scelta, senza subire pressioni psicologiche o sociali». Questo vasto consenso aveva una base solida e ben definita: la concezione che i tedeschi avevano delle vittime. La comune struttura cognitiva della società germanica contemplava una profonda animosità antiebraica, che non risparmiò neppure le Chiese, sia quella protestante, sia quella cattolica. Con l’avvento del Nazismo, l’antisemitismo razziale si trasformò ben presto in un antisemitismo eliminazionista. Ciò che i nazisti si prefissero fu di imprimere nell’animo dei connazionali la convinzione che la sopravvivenza del Volk imponesse la soppressione di quel popolo «criminale per sua stessa natura»; e fu tale concezione a spingere molti tedeschi ad appoggiare la persecuzione degli ebrei nonostante la naturale repulsione che potevano aver provato in occasione delle prime violenze antiebraiche.
Goldhagen respinge decisamente le interpretazioni «convenzionali» secondo cui i tedeschi erano portatori di scrupoli morali sui quali prevalsero l’obbedienza alle Autorità, le pressioni sociopsicologiche, la promozione personale, la frammentazione delle operazioni di sterminio; nonostante tutti questi fattori, i burocrati nazisti sapevano benissimo quel che stavano facendo. Inoltre – continua Goldhagen – le spiegazioni convenzionaliste falliscono dinanzi ai tanti tedeschi che prendevano in proprio l’iniziativa, che facevano più del dovuto, e non spiegano le crudeltà gratuite e «la generale, quasi incredibile linearità che caratterizzò l’esecuzione di un programma di così vasta portata, che coinvolse un così gran numero di persone».
Tra i ‘portabandiera’ della linea di pensiero convenzionalista, Goldhagen fa il nome di Raul Hilberg; l’importanza di questo studioso e della sua opera monumentale impone di approfondire l’argomento.
«I Tedeschi», scrive Hilberg, «uccisero cinque milioni di Ebrei. Il massacro non si generò dal nulla; poté essere perpetrato in quanto aveva un significato per coloro che ne furono gli esecutori. Non si trattò di una strategia limitata che poteva condurre ad altri fini, ma di un’impresa di per se stessa, di un evento sentito come una Erlebnis, una realtà vissuta passo dopo passo da coloro che vi hanno preso parte».
Naturalmente, sottolinea Hilberg, c’erano da superare problemi amministrativi, economici e tecnici, e difficoltà di ordine psicologico e morale. Gli ostacoli tecnici furono affrontati e risolti con tipica efficienza teutonica, anche grazie al coinvolgimento pressoché totale dell’intero apparato amministrativo del Reich. Maggiori erano i problemi che si ponevano agli esecutori sul piano psicologico e morale. Come faceva il burocrate tedesco a convivere con i propri inibitori morali? «Vi riuscì», scrive Hilberg, «pagando il prezzo di una lotta interiore, cosciente di una realtà fondamentale, cioè di poter scegliere (…) Nello stesso tempo, psicologicamente, non si trovava disarmato. Quando si dava spiegazioni, aveva a disposizione strumenti psicologici estremamente complessi».
Quali erano questi strumenti? Essenzialmente due, dice Hilberg: un meccanismo di repressione e un sistema di razionalizzazioni. Il meccanismo di repressione faceva leva sulla dissimulazione: la burocrazia era attentissima a nascondere il più possibile il processo di distruzione, a far rispettare il divieto di qualsiasi critica e ad assicurarsi che chi sapeva partecipasse alle operazioni. Ma nonostante questo elaborato sistema di rimozione, lo sterminio degli Ebrei non poteva essere nascosto completamente né al mondo esterno né a se stessi. I funzionari nazisti si avvalsero dell’ulteriore strumento della ‘razionalizzazione’, o meglio di due tipi di razionalizzazioni.
Il primo, di carattere generale, era imperniato sugli Ebrei: da una base di antichi e inveterati rancori si passò ad accusarli di tutti i mali. L’Ebreo era nocivo, un agente nemico, il creatore del comunismo e del capitalismo; il giudaismo internazionale governava il mondo e voleva la distruzione della Germania. Ma gli Ebrei non erano soltanto i nemici per eccellenza; essi venivano descritti come degli assassini, «delinquenti tenuti insieme da una criminalità ereditaria». Infine, la più aberrante delle ‘giustificazioni’, incentrata sulla visione dell’ebreo come una forma di vita inferiore, un agente infestante, un pidocchio; l’assimilazione degli Ebrei ai parassiti ricorre continuamente nella terminologia nazista.
La seconda razionalizzazione elaborata dai burocrati nazisti era imperniata sul proprio operato, e si avvaleva delle giustificazioni dell’obbedienza agli ordini superiori, dell’assenza di sentimenti di odio per gli Ebrei, e della differenziazione fra l’azione personale e quelle che la precedevano e la seguivano; la ‘parcellizzazione’ del processo di sterminio costituiva un ottimo mezzo per scaricare la propria coscienza.
Siamo in grado, a questo punto, di confrontare il pensiero di Goldhagen con quello di Hilberg (e dei convenzionalisti). Vediamo prima le convergenze, del resto abbastanza ovvie.
Per Goldhagen, come abbiamo visto, elemento centrale nella disponibilità a uccidere era la concezione che i tedeschi avevano delle vittime, il loro radicato e profondo antisemitismo.
Anche Hilberg è convinto che il motore primario dell’Olocausto sia stato un antiebraismo che Hitler e i suoi radicalizzarono e trasformarono in un’operazione genocida: «I nazisti», scrive, «avevano bisogno di uno stereotipo; gli serviva poter utilizzare un’adeguata rappresentazione degli Ebrei. È dunque carico di conseguenze il fatto che, nel momento in cui Hitler giunse al potere, l’immagine esistesse già, che i tratti del modello fossero già fissati».
Inoltre, come Goldhagen, sebbene con minore nettezza, Hilberg coinvolge nel processo di distruzione il popolo tedesco: «Il perpetratore del crimine non apparteneva a una razza speciale di Tedeschi. Ciò che abbiamo da dire qui sul suo senso morale non si applica a un individuo in particolare, ma alla Germania presa nella sua totalità».
È invece sull’elemento della responsabilità personale che i due studiosi manifestano un diverso pensiero. Nel capitolo Riflessioni, a proposito del malessere derivante ai persecutori da scrupoli morali, Hilberg afferma: «Per cogliere appieno la portata dell’azione di questi uomini, dobbiamo comprendere che non stiamo esaminando individui che agiscono in base a loro criteri personali». I burocrati nazisti comprendevano i compiti che venivano loro assegnati, conobbero lotte interiori, ma le razionalizzazioni e la pressione sociale li condussero a una virtuale indifferenza per le conseguenze delle loro azioni.
Goldhagen rigetta fermamente queste conclusioni. «Ognuno dei realizzatori», scrive, «contribuì, per definizione, al programma di sterminio, e pochissimi si fecero esentare da quel compito, anche quando le strutture cui appartenevano offrirono loro la scelta». Infatti, puntualizza Goldhagen, ciò era possibile: «I tedeschi di ogni ordine e grado, anche i più profondamente influenzati dal nazismo, disobbedirono agli ordini che non approvavano, che consideravano illegittimi».   
Per Goldhagen, il pensiero di Hilberg – e delle teorie convenzionaliste in generale – finisce per trascurare il valore che si deve assegnare alla volontà degli agenti materiali. Se è vero che l’ideologia nazista ha fortemente condizionato l’operato dei singoli e della collettività, non si può accettare il principio secondo cui i tedeschi fossero psicologicamente incapaci di prendere delle decisioni e di difenderle. L’odio antiebraico e la disumanizzazione delle vittime non possono cancellare la possibilità per i realizzatori di giudicare che stessero agendo contro delle identità specifiche (corsivo mio). Anche quando si obbedisce agli ordini di una legittima autorità – conclude Goldhagen – non ci si può esimere dal valutare se gli ordini stessi non costituiscano una trasgressione «ai valori più sacri e all’ordine morale generale».
Possiamo ora tornare all’argomento principale, al grado di responsabilità dell’Obersturmbannführer Adolf Eichmann. Indubbiamente, egli si servì delle rimozioni e delle razionalizzazioni individuate dalle teorie convenzionali. Riassumiamo: Eichmann riconobbe che lo sterminio degli Ebrei era stato uno dei maggiori crimini della Storia, ma non considerava criminoso il suo operato, e questo sulla base di tre elementi: non aveva mai odiato gli Ebrei; aveva agito sotto la pressione psicologica delle istituzioni e di un ambiente sociale fortemente uniforme; infine, aveva obbedito a degli ordini, e se non lo avesse fatto non si sarebbe sentito a posto con la sua coscienza.
«Ahimè, nessuno gli credette», commenta la Arendt. In particolare, osserva la studiosa, i giudici non gli credettero perché partivano dal presupposto che l’imputato avesse agito ben sapendo di commettere dei crimini. Al contrario – osserva l’autrice nell’Appendice al saggio – in un contesto in cui si obbediva senza esitazione ai comandi che rientravano nell’ordinarietà del sistema giuridico e che venivano osservati da tutti, il normale funzionamento della coscienza dell’individuo poteva essere turbato al punto da non permettergli di riconoscere la criminosità degli ordini ricevuti.
Il pensiero della Arendt è legittimo, ma si scontra proprio con l’elemento soggettivo delle ripetute crisi di coscienza che colsero Eichmann, e che hanno a che fare con la volontà e la consapevolezza di mandare a morte milioni di persone innocenti; e se è vero che l’uniformità di pensiero della società tedesca aveva contribuito a svigorire le massime etiche che guidano il comportamento umano, ci furono quelli che non rinunciarono mai al proprio codice morale. Il dovere dell’obbedienza a qualsiasi ordine, e il pensiero comune, non possono moralmente (e razionalmente) prevalere sul libero giudizio che porta a distinguere il bene dal male.
Forse la prova più schiacciante del senso di colpa di Eichmann e compagni risiede nel costante impegno per mantenere segreto il programma di sterminio. Lo storico e filosofo Léon Poliakov, nel notevole Il Nazismo e lo sterminio degli Ebrei, ricorda che «la sorte degli Ebrei, le operazioni di polizia e le pratiche amministrative a essi relative, chiamate Geheime Reichssache rientravano nella terribile sfera dei segreti assoluti dello Stato da cui era buona norma tenersi lontani».
Alla luce di quanto sinora esposto, non si può condividere quanto la Arendt afferma nella citata Appendice alla Banalità del male, ovvero che Eichmann «non era stupido, era semplicemente senza idee… Per dirla in parole povere, egli non capì mai che cosa stava facendo».
E
ra davvero così ‘banale’ Adolf Eichmann? Non capiva che cosa stesse facendo? Collaborò a un’immane tragedia solo perché doveva obbedire, perché tutti si comportavano allo stesso modo, perché lo aveva ordinato il Führer, per non perdere il ruolo che gli garantiva una certa (e comprensibile) importanza? Sì, per tutte queste cose, che insieme concretano una scelta di convenienza, che egli mise scientemente, e dunque colpevolmente, sopra ogni altra considerazione.


Armando Santarelli
(n. 3, marzo 2024, anno XIV)