Scrittori stranieri italofoni: motivi di interesse per i linguisti

Quello degli scrittori stranieri che scrivono le proprie opere in italiano è un interessante fenomeno che appare sempre più in espansione da diversi anni a questa parte. Se ne ha un’idea, ad esempio, scorrendo la lista degli autori e delle opere nella sezione «Scrittori romeni in italiano» di questa rivista. Si tratta, a nostro giudizio, di un campo di indagine che offre, tra l’altro, una buona opportunità per esercitare ed incrementare l’auspicabile e, si direbbe, naturale interdisciplinarietà tra studi letterari e linguistici. Nel presente articolo cercheremo di esporre, dal canto nostro, alcuni dei motivi dell’interesse che gli scrittori stranieri italofoni (romeni o di altra nazionalità) presentano sia per la linguistica in senso lato (ossia per la linguistica «esterna») sia per la linguistica in senso più stretto (ovvero per la linguistica «interna»), nella convinzione che la ricerca e la riflessione che si sviluppano nell’ambito degli studi linguistici possano interagire fruttuosamente con gli studi letterari e risultare complementari rispetto a questi ultimi.

Motivi di interesse dal punto di vista della linguistica «esterna»

La linguistica cosiddetta «esterna» si occupa non di fenomeni interni di un sistema linguistico ai suoi vari livelli (fonetico/fonologico, morfologico, sintattico, semantico ecc.), bensì dei rapporti tra la lingua ed altri aspetti della realtà umana, come la società, la personalità dell’individuo e così via. Da questo punto di vista, ci sembra che si possano considerare gli scrittori stranieri che scrivono in italiano come un caso particolare ed un esempio interessante di bilinguismo. Gli individui bilingui rappresentano un importante oggetto di studi interdisciplinari che coinvolgono la linguistica, la psicologia, le neuroscienze, gli studi cognitivi e altre discipline ancora.  Si considera, ad esempio, il fatto che di norma il bilinguismo implica anche il biculturalismo e ci si interroga sugli effetti che questo ha sulla personalità dell’individuo e sul suo senso di identità: essere bilingui (e biculturali) significa avere una doppia personalità? conoscere ed usare due lingue è sempre un fatto positivo ed una risorsa o può costituire anche un fatto problematico? Seguendo tale falsariga, si può analizzare, nella fattispecie degli scrittori stranieri in lingua italiana, il loro rapporto con la lingua e con la cultura italiana, la loro percezione della propria identità linguistica e culturale, il loro atteggiamento verso il nostro Paese e verso i vari aspetti della sua mentalità e della sua vita quotidiana e il modo in cui eventualmente cambia il loro rapporto con la propria madrelingua e con il Paese e la cultura di origine. Questa analisi può essere condotta prendendo in considerazione sia la biografia e le vicende esistenziali di ciascuno scrittore sia ciò che ciascun autore dice e scrive a proposito della propria esperienza di vita tra due lingue e due culture. Lo scrittore straniero in lingua italiana può aver appreso la nostra lingua con modalità e motivazioni diverse e in fasi differenti della propria esistenza; inoltre, egli (o ella) può essersi stabilito in via definitiva nel nostro Paese o averci passato solo un periodo limitato oppure può alternare periodi trascorsi in Italia a periodi passati nel Paese di origine o può addirittura essersi stabilito in un Paese terzo. Può senz’altro risultare interessante studiare come tali scelte esistenziali diverse si correlano con i tipi diversi di relazione che questi scrittori hanno con la nostra lingua e la nostra cultura da un lato e con la loro madrelingua e la loro cultura d’origine dall’altro.
Giusto per rendere l’idea della diversità di questi percorsi esistenziali, accenneremo qui alle vicende biografiche e letterarie di un paio di scrittori, riservandoci di tornare in altra sede in maniera più approfondita su singoli autori, specialmente di origine romena.

Tra gli scrittori romeni in lingua italiana, uno dei più noti è Mihai Mircea Butcovan. Nato ad Oradea nel 1969, si è trasferito in Italia nel 1991 e si è stabilito a Sesto San Giovanni, affiancando all’attività di scrittore e poeta quella di educatore professionale (a Milano) nell’ambito delle tossicodipendenze e dell’interculturalità. Il suo atteggiamento verso la lingua italiana ed il nostro Paese è quello di un «innamorato», come si evince dal titolo del suo romanzo autobiografico Allunaggio di un immigrato innamorato (Besa, Nardò, 2007). Questa passione ha resistito a dure prove, come la storia d’amore infelice con una ragazza chiamata Daisy, che diede all’autore anche l’occasione di scontrarsi con taluni aspetti sgradevoli ed ostili della realtà italiana (e lombarda in particolare) degli anni Novanta. Daisy è una giovane leghista militante, appartenente ad una ricca famiglia brianzola. Quando, dopo diciotto mesi, finisce la storia d’amore tra lei ed il romeno, la ragazza gli scrive una lettera infarcita di epiteti, rivelando tutto il proprio livore ed i propri pesanti pregiudizi. Butcovan riporta tali espressioni ingiuriose a pag. 10 del predetto romanzo: «romeno da carodiario, terrone romeno di radici neolatine (questo però te l’avevo spiegato io!), transilvano da crociera, vampiro birraiolo». Nonostante tali esperienze traumatiche, il giovane romeno resta in Italia e non cambia regione, impegnandosi anche in un’attività professionale tesa ad affrontare rilevanti problemi sociali. Egli conserva pure l’amore per la lingua italiana, che estende anzi alle sue varietà dialettali come quella brianzola, che egli registra con curiosità ed interesse anche quando è usata per esprimere ottusità e pregiudizi (xenofobi o anti-meridionali), come nelle parole di un muratore in un bar che egli riporta a pag. 22 del romanzo: «Mi laùri e paghi i tass, i terùn ciapan i danèe!». Butcovan impara e fa proprie le espressioni in brianzolo, fino ad utilizzarle per raccontare i ricordi della sua vita in Romania, come quando, a pag. 24, dice di aver imparato da suo padre, zappando l’orto insieme a lui, a lavorare a ritmi che ora ritrova in Brianza, cioè facendo solo brevi pause e riprendendo subito di buona lena, nello stile «tirem il fiaa e laùraa!». Il giovane immigrato, dunque, riesce anche ad apprezzare i lati positivi della realtà sociale in cui è immerso, come la laboriosità. Egli si mantiene in un atteggiamento di fondamentale apertura verso la comunità che lo ospita e dimostra notevole sensibilità per le sue espressioni linguistiche e culturali, di cui egli apprezza gli aspetti positivi, sopportando e superando nel contempo con pazienza quelli più sgradevoli. D’altro canto, egli preserva pure le proprie radici, la propria cultura e la propria lingua, ponendole in un rapporto di dialogo, di confronto e di scambio con quelle della comunità che lo ospita. Ciò può avvenire anche in modo colorito e scherzoso (e un po’ osé), come quando, a pag. 21, osserva che la parola italiana «fica» (per indicare l’organo genitale femminile) si può rendere in romeno (ricorrendo a una metafora sempre di ambito botanico) con «pruna» (cioè «prugna»); inoltre, a proposito delle bambole gonfiabili usate come giocattoli erotici, ricorda che in romeno esiste un proverbio che in italiano suonerebbe così: «Le fiche sono come le borse: in vera pelle per chi può permettersele, imitazione per chi i soldi non ce li ha».

Diversa la vicenda esistenziale di un’altra autrice, non romena, ma proveniente comunque dall’area balcanica: l’albanese Ornela Vorpsi. Nata a Tirana nel 1968, la Vorpsi ha studiato Belle Arti in Albania, è venuta in Italia all’età di ventidue anni, ha proseguito i suoi studi artistici all’Accademia di Brera di Milano a partire dal 1991 e poi si è trasferita definitivamente a Parigi nel 1997. Nel suo caso, dunque, a differenza di Butcovan, la sua scelta di scrivere in italiano non ha coinciso con l’adozione dell’Italia come seconda patria, avendo ella trascorso solo una manciata di anni nel nostro Paese. Come racconta nel suo pluripremiato romanzo autobiografico Il paese dove non si muore mai (Einaudi, Torino, 2005), il suo primo impatto con l’Italia non fu dei migliori. Nel capitolo finale, intitolato in modo alquanto ironico Terra promessa, si narra di una ragazza che, appena arrivata in Italia insieme alla madre, parla ancora poco l’italiano, lo comprende con grande difficoltà e cerca di comunicare piuttosto in inglese; anche sua madre conosce poco l’italiano. In un episodio raccontato a pag. 110, la ragazza entra in una tabaccheria, mentre sua madre aspetta fuori con i bagagli. A un certo punto passa un giovane e le chiede: «A quanto scopi?», scambiandola evidentemente per una prostituta. La povera donna non comprende la domanda e, pensando che il giovane si sia offerto di aiutarla a portare i bagagli, declina il favore nel suo italiano stentato. Anche sua figlia, nel frattempo uscita dal negozio, non capisce il significato della frase e si ripromette di chiedere a una sua cugina, già residente in Italia da tempo, il significato del verbo «scopare», che non aveva mai incontrato nei testi delle canzoni italiane imparate a memoria in Albania. La realtà italiana, dunque, si mostra alle due donne con un aspetto piuttosto grezzo e deludente rispetto alla visione idealizzata che se ne erano fatte e anche l’italiano parlato risulta caratterizzato in certi frangenti da una volgarità ben lontana dai testi delle romantiche canzoni d’amore che fino ad allora avevano costituito la loro principale esperienza della nostra lingua. La Vorpsi, molto critica verso gli aspetti di arretratezza del proprio Paese conosciuti negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, non ha trovato nel nostro Paese un’alternativa valida, all’altezza delle proprie aspettative e, come detto, si è trasferita in Francia, in quella Parigi dove evidentemente ha trovato anche più opportunità per la sua multiforme attività (oltre che scrittrice è infatti anche pittrice, fotografa e video-artista). Tuttavia ha continuato a scrivere in italiano, conservando questo rapporto privilegiato con la nostra lingua, ma come scindendolo da quello con l’Italia e con la sua realtà contemporanea.

Motivi di interesse dal punto di vista della linguistica «interna»

Anche dal punto di vista dei fenomeni interni al sistema linguistico gli scrittori stranieri in lingua italiana sono di notevole interesse, sia perché offrono spesso essi stessi nelle loro opere riflessioni di tipo metalinguistico (sulle caratteristiche dell’italiano, sulle somiglianze e differenze tra l’italiano e la loro madrelingua e così via) sia perché il loro modo di scrivere in italiano può presentare delle peculiarità dovute all’interferenza della loro madrelingua o ad altri fattori.
Per le riflessioni di tipo metalinguistico, un esempio di ambito fonetico/fonologico, relativo alle difficoltà di pronuncia dell’italiano incontrate dagli stranieri, lo traiamo ancora dal romanzo di Butcovan Allunaggio di un immigrato innamorato. A pag. 48 il giovane romeno, pensando a cosa dirà quando rivedrà Daisy, si prepara anche dal punto di vista della pronuncia: «Verifico le doppie. Per noi stranieri sono più difficili delle sanatorie». Con un divertente paragone, la difficoltà a pronunciare le consonanti doppie viene descritta come superiore a quella che si sperimenta quando si ha a che fare con la burocrazia italiana…
Le riflessioni di tipo metalinguistico possono riguardare anche altri livelli del sistema linguistico, interessando la grammatica (morfologia e sintassi), il lessico, la semantica, le strutture del testo e del discorso e così via. Poiché spesso tali riflessioni implicano un paragone tra l’italiano e la madrelingua dello scrittore, esse finiscono per costituire un inconsapevole ma interessante contributo alla linguistica contrastiva e alla tipologia linguistica, offerto con modalità diverse e da un punto di vista differente rispetto ai metodi e alle impostazioni cui sono abituati i linguisti.
Vi è poi il secondo aspetto interessante per la linguistica interna, vale a dire le caratteristiche dell’italiano scritto impiegato dagli autori stranieri per le loro opere. L’interferenza della madrelingua di ciascuno scrittore può originare in italiano anomalie e peculiarità nella morfologia, nelle costruzioni sintattiche, nelle scelte lessicali, nei significati attribuiti a parole ed espressioni e così via. Va aggiunto, però, che gli scrittori stranieri, come quelli italiani, non di rado usano la lingua con una certa creatività, deviando dalla norma, inventando neologismi, assegnando nuove accezioni a parole già esistenti, producendo costruzioni sintattiche insolite e così via. Non è sempre facile, dunque, distinguere i casi in cui le stranezze del loro italiano sono dovute all’interferenza della madrelingua da quelli in cui sono invece da attribuire alla normale originalità della scrittura letteraria.
Relativamente all’ambito lessicale e semantico, vorremmo concludere queste nostre considerazioni accennando all’interesse che riveste un caso particolare, che si presenta tipicamente negli scrittori stranieri in italiano. Tale caso è quello dei «realia», cioè di quelle parole che denotano referenti (oggetti, concetti e fenomeni) tipici esclusivamente di una determinata cultura e dunque privi di corrispondenze lessicali precise in altre lingue, con le conseguenti difficoltà di traduzione. Questa evenienza si presenta naturalmente ogni qualvolta lo scrittore straniero menziona nel testo che scrive in italiano qualcosa di concreto o di astratto che è peculiare della sua cultura di origine e che pertanto egli nomina nella propria madrelingua, mancando un termine esattamente corrispondente in italiano. Ne possono derivare difficoltà di comprensione per il lettore italiano, alle quali gli scrittori possono ovviare (o meno) in misura e modi diversi. Ci pare, ad esempio, che Butcovan, sempre nel romanzo summenzionato, tenda a lasciare i «realia» senza nessuna spiegazione che aiuti il lettore; così, a pag. 14, dice che vorrebbe riassaggiare delle specialità della cucina romena e le nomina semplicemente in romeno («pancove cu vin» e diverse altre), senza descriverle in italiano e senza menzionare pietanze italiane simili per aiutare il lettore a farsi un’idea. Al contrario, ci sembra che la Vorpsi tenda piuttosto a spiegare, anche in modo esteso, i termini albanesi che introduce nella sua prosa. Ad esempio, nel romanzo La mano che non mordi (Einaudi, Torino, 2007), a pag. 29 spiega così il significato del verbo «sehir», che è molto di più di un semplice «guardare»: «Il quartiere si era fermato alla soglia e faceva sehir. Sehir vuol dire guardare, o meglio significa guardare gli altri, godere nel guardare gli altri, vivere nel guardare gli altri. Voluttuosità del guardare».
Si potrebbero fare tanti altri esempi, ma crediamo che già questi pochi presentati nei limiti di spazio di questo articolo diano un’idea dell’interesse che simili tematiche hanno non solo per critici letterari e filologi, ma anche per studiosi delle varie branche della linguistica e altri specialisti ancora, in un’ottica interdisciplinare.


Donato Cerbasi
(ottobre 2017, anno VII)