Alberto Garlini: «La narrazione nasce da una ferita di senso, che noi cicatrizziamo con una storia»

Nella sezione Scrittori per lo Strega della nostra rivista, a cura di Afrodita Cionchin e Giusy Capone, vi proponiamo una nuova serie di 10 interviste con gli scrittori candidati al Premio e quelli segnalati all’edizione n. 76, e con i loro libri, allargando ovviamente lo sguardo ad altri argomenti di attualità.
Alberto Garlini, nato a Parma nel 1969, è stato segnalato per il romanzo Il sole senza ombra (Mondadori, 2021). Caterina Bonvicini lo presenta così: «Con Il sole senza ombra, Alberto Garlini si è superato. Come nella Legge dell’odio, altro magnifico libro, il livello di provocazione è inversamente proporzionale alla scrittura, elegante e sorvegliata, densa e curatissima. Le pagine prendono a schiaffi, ma sono schiaffi di stile. Di nuovo sceglie un eroe negativo, stavolta un comico, per chiedersi fino a che punto è lecita la libertà di parola. La storia è ambientata negli anni Settanta e Ottanta ma il libro parla dell’oggi: di quella violenza che si scatena puntualmente sui social, della volgarità del dibattito politico attuale, dei toni troppo alti a cui ci ha abituati la contemporaneità».


Il sole senza ombra: la Bologna del 1977, fumetti, punk, fanzine, radio libere, i mezzi blindati a stroncare le manifestazioni di protesta della sinistra extraparlamentare. Quali sono le ragioni sottese alla scelta di siffatta contestualizzazione storico-politico-culturale?

Il personaggio di Elmo mi è venuto in mente in un periodo piuttosto nero della mia vita. Quei periodi in cui l’ansia mi divora e faccio perfino fatica ad alzarmi dal letto. Il mio terapista mi aveva consigliato di andare fino in fondo ai miei traumi e di usare la scrittura per fare chiarezza dentro di me. Così stavo scrivendo un libro che andava fino in fondo a questi traumi, ma al posto di farmi sentire meglio mi faceva sentire sempre peggio. So che è contro le regole basi della psicanalisi, ma forse a volte è meglio accantonare i traumi al posto di affrontarli. Una sera, per tirarmi su, ho guardato un vecchio spettacolo di Bill Hicks, questo straordinario comico americano, e per la prima volta dopo tanto tempo, ho riso, riso come un matto. Allora ho pensato che, al posto di scrivere sui miei traumi, per stare meglio, avrei dovuto scrivere su un comico, che era un tema che da tanto tempo mi solleticava. Ho cominciato a pensare, e se un comico così dissacrante e rivoluzionario come Bill Hicks fosse nato in Italia, cosa sarebbe successo. Bill Hicks è nato del 1961 ed è morto giovanissimo nel 1994. Così ho cominciato a pensare al mio comico nato più o meno in quel periodo, e saltava fuori che nel 1977 aveva circa 17 anni, il momento cioè dove una persona capisce cosa fare della sua vita, che talenti ha e non ha. Ho pensato al 77 come momento in cui Elmo X, il mio personaggio, scopre la sua vocazione, e non potevo che fargli vivere questa esperienza nel 77 bolognese, che per me è stato il momento massimo della libertà di parola in Italia. Visto che il romanzo gira intorno ai limiti, al fascino e alla necessità della libertà parola, il 77 bolognese era l’ambiente perfetto per le prime scene del romanzo. Era un momento storico di passaggio, dove la lotta politica si mischiava all’edonismo e la realtà era aperta a un’affabulazione sterminata, e una creatività esplosiva, proprio perché portava gli estremi a strettissimo contatto e nulla alla fine sembrava scontato.


Guglielmo Scandi, detto Elmo X, è un comico inquietante: induce al sogno con straordinaria capacità affabulatoria e, poi, lo catapulta nelle sabbie mobili della realtà. Quali sono gli intenti comunicativi raccolti in un protagonista tanto affascinante?

Quello comico è per me un linguaggio paradossale che, entrando in conflitto con la realtà, ne svela le zone rimosse, o meglio ne illumina delle parti che rimanevano nascoste. In questo c’è un po’ l’idea del Witz di Freud, e cioè quel meccanismo che, attraverso la battuta o il gioco di parole, permette all’inconscio (di solito censurato) di manifestarsi nella realtà. Si possono dire le peggio cose a un amico, o a una persona in generale, se vengono dette per scherzo. Si può dire qualunque cosa, in una chat, se dopo si mette una faccina sorridente. Lo scherzo o la faccina sorridente sono una messa tra parentesi della realtà: insomma, ti dico questa cosa a un livello di realtà diversa da quella ordinaria e tu devi accettarlo perché non parlo ‘sul serio’. Quello che dico però può essere la verità, e anzi spesso la è, ma per non offendere può essere detta solo se si ammanta dello scherzo. Con lo scherzo possiamo far affiorare il rimosso, liberarlo, dire le verità nascoste. Il personaggio di Elmo è questa forza scatenata, è la forza che forse ognuno ha dentro di sé di sovvertire e inventare, una forza che ci fa paura.


In apertura si legge una citazione del Principe Antonio de Curtis, in arte Totò: «Non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita». A quali ferite si riferisce? 

Possiamo dire che la storia ci ha consegnato due linguaggi concorrenti: la parola del re e della chiesa; e la parola del giullare o della festa popolare o dell’osteria. In una piazza medioevale si potevano vedere plasticamente: c’erano la chiesa, il palazzo del potere e la taverna, e la piazza stessa intesa come festa popolare. Il linguaggio del potere era serio, e quello del giullare invece non era serio, ma paradossale. Ma era proprio il giullare, che mettendo tra parentesi la realtà dei rapporti di forza (perché tutta la forza era dalla parte del linguaggio di potere) riusciva a dire le verità che nessun altro poteva dire, se non al prezzo di venire decapitato. C’era quindi un linguaggio di potere e uno di contropotere, e il linguaggio dello scherzo e della festa, nella sua libertà, serviva a temperare il linguaggio del potere, a fargli vedere quello che oltrepassava la sua serietà. C’era, insomma, una salutare dialettica (con frizioni spesso violente). Ma, attenzione, il linguaggio del potere rimaneva il linguaggio del potere, e il linguaggio del contropotere quello del contropotere, ed era giusto così perché con i paradossi non si può governare, a meno che questi paradossi non perdano mobilità e non diventino essi stessi potere (e qui tristemente mi vengono da citare certe violente distorsioni della realtà del nazismo, o Mussolini che parla da Piazza Venezia, che farebbe ridere se non avesse causato tanti morti e tanto dolore). In questo senso si fa guerra con la vita, perché la realtà è sempre questo gioco di livelli, dove nessun livello è quello vero, ma serve tenere i due linguaggi in una sana dialettica, Oggi, per esempio, mi pare che stiamo assistendo a una inversione, o meglio a una confusione: non è più chiaro cosa sia il linguaggio del potere e cosa sia quello del contropotere: basta vedere una tribuna politica degli anni ’60-70, e uno show dello stesso periodo, nessuno avrebbe fatto fatica a distinguere il momento serio, da quello di intrattenimento. Oggi, al contrario, è molto difficile distinguere una trasmissione dove si parla seriamente da una dove si fa intrattenimento. C’è una confusione, che non so se è buona o cattiva, mi limito a notarla, come se tutti quanti fossimo passati dal piano della realtà a quello della irrealtà, e non ce ne fregasse poi tanto.


«Questo non è un romanzo per pedanti, che vengono volutamente depistati, ma per persone che si lasciano andare, che preferiscono scivolare». È l’avvertimento al lettore nella nota finale. Tra verità e finzione,
come cambia la vita per mezzo della letteratura?

Questa è una domanda a cui è davvero difficile rispondere. La letteratura è finzione, ovviamente, e la realtà invece dovrebbe essere ‘vera’, ma ormai sappiamo che gran parte della ‘realtà’ è creata dalla nostra mente attraverso dei procedimenti ‘narrativi’ o affabulatori molto vicini alla costruzione di una storia, sia per l’aspetto puramente strutturale che per quello della presa emozionale, o sentimentale. In sostanza, la fiction è una macchina che crea senso nella realtà, molto vicina, se non identica, alla sensazione che abbiamo del reale. Forse non serve neppure la classica nozione di empatia: non è per empatia che piangiamo perché un personaggio muore, credo, ma per una questione che riguarda il senso stesso della realtà (è un grande enigma umano quello di piangere per la morte di un personaggio che sappiamo solo di carta, oppure sappiamo essere un attore, che recita una sceneggiatura, diretto da un regista: assurdo a prima vista, ma necessario alla nostra stessa vita, guardando un po’ più in profondità). Certo, ci dispiace per il personaggio, sentiamo in un certo senso il suo dolore fittizio, ma credo che la questione dello stato psicofisico in cui ci lascia una narrazione si riferisca più che altro al senso, inteso come una sorta di «omeostasi» narrativa, in cui possiamo trovarci bene o male. Se tutto questo è vero, e credo che lo sia, quello che di solito è in competizione con la narrazione, e che chiamiamo ‘realtà’, è una narrazione equivalente, ma con una forza cartolare, cioè di cui è rimasta traccia scritta, o memoria scritta. Quindi, è una pagina scritta contro una pagina scritta. La memoria umana è già fiction, per cui non esiste alcun conflitto di ‘grado’ ma al limite di ‘contenuto’. Come si vede, è un contrasto più apparente che reale, tanto che la vita si trasforma in storia degli storici e la storia degli storici in leggenda, e dopo la leggenda torniamo al non senso, o al vuoto. Cosa ci sia fuori di noi non lo sappiamo, la narrazione nasce da una ferita di senso, che noi cicatrizziamo attraverso una storia.


La contemporaneità non contempla solo le opposizioni oralità/scrittura e poesia/prosa, ma anche la possibilità di scelta tra e-book/online e cartaceo, tra letteratura cartacea e digitale. Quanto lo sguardo di un autore è condizionato dal profumo della carta stampata o, viceversa, dalla comodità del digitale?

Leggo i libri in tutte le forme. Se sono belli non conta come sia riportato, se sono brutti i problemi ci sono sempre. Ma noto che quando leggo su supporto digitale mi resta meno memoria di ciò che leggo. Probabilmente perché ho una memoria eidetica.


Francesco De Sanctis scrisse che la letteratura di una nazione costituisce una «sintesi organica dell'anima e del pensiero d'un popolo». Posto che la letteratura siauno specchio della rispettiva società in un tempo definito e che varia di opera in opera, quali potrebbero essere il ruolo e la funzione della scrittura nel frangente storico che stiamo vivendo?

Oggi la verità non esiste, esiste una post verità che nasce da tutte le bolle narrative che popolano il mondo intorno a noi, in conflitto le une con le altre. Per ogni cosa che ci sembra vera, ci sono dieci opinioni contrarie che la mettono in discussione, impossibili da verificare. Non ci resta che tifare, con un cuore o un ‘mi piace’, per una verità al posto di un’altra. Siamo in una rete che destituisce di senso la verità e che la consente quasi solo in forma paranoica o patologica, come fede per una presa di posizione ‘razionale. Come sappiamo, la fede è in contrasto con la ragione, e viviamo continuamente in questo ossimoro. I social poi permettono un narcisismo di massa, che non credo abbia paragoni con il passato, in cui ogni opinione (per la semplice ragione che siamo noi a pensarla) è vera e ha diritto di esistere (anche se ovviamente non è nostra, ma è il calco delle tante opinioni conseguenti che per accumulo entrano nella nostra bolla): naturalmente, il grado di convinzione è legato al narcisismo e la chiamata alle armi della partigianeria social è condizionata dalla volgarità e dalla rabbia con cui è espressa. Comincio a pensare che gli algoritmi dei social non favoriscano l’intelligenza collettiva, bisognerebbe cercare di migliorarli in questo senso, altrimenti tra poco saluteremo quel poco che resta di aderenza alla realtà della narrazione. Ecco, credo proprio che la narrativa e la letteratura dovrebbero proprio servire a questo: e cioè a mettere in discussione la fede, la partecipazione emotiva, il narcisismo di massa e a cercare di ricalibrare la narrazione verso una maggiore aderenza alla realtà, nelle sue contraddizione ovviamente, mettendo dubbi ovunque, attraverso quelli che, insomma, sono stati i suoi strumenti secolari.


Hegel sviluppa una definizione del romanzo: esso è la moderna epopea borghese. Lukács afferma che questo genere, essendo il prodotto della borghesia, è destinato a decadere con la morte della borghesia stessa. Bachtin asserisce che il romanzo sia un «genere aperto», destinato non a morire bensì a trasformarsi. Oggi, si notano forme «ibride». Quali tendenze di sviluppo ravvede di un genere che continua a sfuggire a ogni codice?

«Il romanzo è finito», scriveva John Barth (se non ricordo male), «bene allora, scriviamoci sopra un bel romanzo». Le storie serviranno sempre, credo, proprio perché permettono la cicatrizzazione del senso sbrecciato a cui la realtà ogni giorno ci mette di fronte. Oggi, una tendenza del romanzo abbastanza dominante, cioè il romanzo consolatorio, o romanzo che cura, mette in discussione la funzione di aderenza alla realtà del romanzo stesso. In questi casi non abbiamo più propriamente un romanzo, ma un prodotto della realtà polarizzata fra diverse tifoserie che funziona nei social. Il romanzo rilancia, quindi, storie che funzionano in certe bolle. Certo non c’è nulla di male, e certo è sempre stato fatto, ma se diventasse l’unica cifra del romanzo dovremmo dare l’addio al romanzo come lo abbiamo conosciuto, e cioè come spazio ambiguo di messa in discussione delle narrazioni dominanti per adattare le narrazioni ai cambiamenti della realtà stessa (e naturalmente come prodotto estetico, ma credo che l’estetica sia collegata alla definizione di cui sopra): sarebbe sostituito da un romanzo che si potrebbe qualificare come post lungo, o come sequenza di tweet emozionali. Naturalmente, la realtà che ci troveremo a raccontare diventerebbe molto più povera, e poiché polarizzata, tendenzialmente pericolosa.


La scrittura contemporanea può annoverare letterate illuminate, vere pioniere quanto a innovazione e rispetto della tradizione. Qual è l’attuale status della letteratura esperìta da donne?

Credo una letteratura di grande qualità, ma la è sempre stata, basterebbe citare, che so, Woolf, o Kristof o Flannery O’Connor. Personalmente non ho mai fatto caso se il libro che leggo sia scritto da un uomo o da una donna. Sono problemi che non mi interessano, tutto sommato mi interessa il testo, se sta in piedi oppure no. E molto poco la biografia, a me sembra il testo dialoghi principalmente con altri testi, non con la biografia dell’autore (e che quando lo fa sia spesso una falsificazione). Poi è chiaro che la società è stata maschile e patriarcale fino a poco tempo fa, e che quindi l’intera situazione va riequilibrata (non solo nella letteratura ma in diverse professioni, e soprattutto nei ruoli di potere relativi alle professioni), ma credo che in pochi anni siano stati fatti enormi passi avanti e che se ne faranno ancora molti. Almeno, tutti ce lo auguriamo.


La letteratura romena si fregia di una robusta altresì varia produzione. Essa è costantemente tradotta in lingua italiana, con nomi di punta quali Ana Blandiana, Herta Müller, Mircea Cărtărescu, Emil Cioran, e la rivista «Orizzonti culturali italo-romeni» ne registra le pubblicazioni nel database Scrittori romeni in italiano: 1900-2021. Quali scrittori romeni hanno attirato la sua attenzione?

Credo purtroppo molto poco. Anche se è una letteratura straordinaria, per quel che mi riguarda. Tempo fa avevo studiamo Cioran ed Eliade per il loro rapporto con il fascismo, è stata una esperienza unica, in un certo senso, perché ho visto come intelligenze che avevano una forza incomparabile possono cedere alla fascinazione di alcuni discorsi violenti, sia per il legame con una presunta ‘Tradizione’ sia per un certo pessimismo che caratterizza anche il vitalismo della gioventù. Ovviamente, il grande contravveleno è stato Ionesco, il Rinoceronte e la sua liberatoria assurdità. E poi la lettura di Herta Müller, per altri versi, con la forza della sua poesia e la capacità di raccontare le vite dimenticate. Insomma, una letteratura di grandissimo valore, in grado di captare tutte le contraddizioni della storia, e del presente, e riportarle a noi con dolente profondità.







A cura di Afrodita Cionchin e Giusy Capone

(n. 5, maggio 2022, anno XII)