Alessandra Carati: «Per questo libro ho avuto una frequentazione lunga e assidua del materiale»

Nella sezione Scrittori per lo Strega della nostra rivista, a cura di Afrodita Cionchin e Giusy Capone, vi proponiamo una nuova serie di interviste con gli scrittori candidati e finalisti dell’edizione n. 76 del Premio, e con i loro libri, allargando ovviamente lo sguardo ad altri argomenti di attualità.
Alessandra Carati, scrittrice, editor e sceneggiatrice, è una dei 7 finalisti di quest'anno del Premio Strega, con il romanzo E poi saremo salvi (Mondadori, 2021). Andrea Vitali lo presenta così: «Il lettore goloso di novità vi trova di che soddisfare il suo appetito, il neofita potrebbe usare E saremo salvi come viatico per entrare con stupore nel mondo in cui una penna riesce a raccontare il bello e il brutto della vita, i ricatti dei sentimenti, la necessità dell’egoismo quando si sta per affogare. Anche la pace di chi riesce a salvarsi pagando il debito di scelte inevitabili destinate a diventare cicatrice dell’anima. Difficile staccarsi dalle pagine di questo romanzo fino alla silenziosa nevicata che lo chiude, offrendo al lettore l’ennesima sorpresa».


E poi saremo salvi è la storia di un padre oscillante tra il pater familias e il puer; di una madre che schiaccia l’infinito e angosciato amore verso i figli tanto da apparire assente. Perché i legami famigliari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare e attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

Nella famiglia di E poi saremo salvi i conflitti, le tensioni sono in parte gli stessi che si possono trovare in altre famiglie, sono quelli legati alla crescita e alla necessità dei figli di individuarsi, di lasciare spazio al sentimento misterioso e ambivalente che li lega ai genitori. Nel romanzo però la Storia torchia i personaggi in modo così radicale da soverchiarne l’equilibrio, irreversibilmente. Lo stato di perenne emergenza, di caos fa perdere lucidità, li sommerge e richiede uno sforzo talmente grande che nessuno di loro riesce più a stare in ascolto. Ecco, nel momento in cui l’ascolto reciproco salta, tutto comincia a andare in rovina.


La guerra che ha sbrindellato i Balcani e quella che affligge Ibro, tra i personaggi più commoventi della narrazione. Innumerevoli contraddizioni e un dolore indicibile. Qual è l’antidoto alla sofferenza?

Aida e Ibro faticano a crescere perché arrivano da un paese distrutto. Negli ultimi anni, in Svezia e in Australia accade che bambini e bambine scappati da zone di guerra si addormentino: all’improvviso smettono di parlare, di mangiare, scivolano in uno stato letargico e poi catatonico. Dormono per mesi, per anni.
Sono stati testimoni di violenze, hanno lasciato le loro case per andare ad abitare luoghi sconosciuti, hanno respirato l’angoscia e il terrore dei genitori. E nei nuovi paesi l’ansia delle famiglie non finisce, per la fatica del vivere, di ottenere permessi e diritto di cittadinanza, per il dolore di assistere da lontano alla distruzione della propria casa. Allora i bambini si ritirano dal mondo, in un sonno che è riparo, guscio, estrema difesa.
Aida non cade addormentata, trova rifugio nel distacco dal proprio corpo, dentro una solitudine siderale in cui ogni emozione è raffreddata e disinnescata. L’incontro con Emilia, la volontaria che la accoglie e diventa per lei una seconda madre, è solo una conseguenza di questo processo, un’occasione che le permette di portarlo alle estreme conseguenze. Aida si risveglierà solo grazie al calore di suo fratello Ibro. Quello che salverà l’una, brucerà l’altro.


È il difetto, la fragilità, l’incompiutezza che emerge a ogni pagina. È ciò che ci rende unici?

La biologia ci rende unici, la specificità organica e poi culturale di ciascuno. Il nostro nascere in determinate circostanze con un dato patrimonio genetico, e poi il mistero dell’incontro con il mondo esterno.


La storia di una profuga bosniaca è quella di tanti profughi di guerra. La sua preziosa narrazione illumina il disgraziato, il derelitto, lo scarto umano, il microscopico. In fondo, è appunto l’attuale biografia di tanti. Ha avuto uno scopo di liberazione di quei tanti abusati da pregiudizi, malelingue, offese e pubblico giudizio? È il rinascimento degli invisibili?

Non c’è riscatto nel romanzo, c’è una tenace resistenza nei confronti di una situazione che i personaggi non hanno possibilità di controllare né addomesticare. Tutti sono mossi dalla ricerca della Heimat perduta, non solo Aida, la protagonista; Heimat per loro è casa, è patria, è il luogo dove si ha il diritto di esistere e essere
riconosciuti come cittadini.


In meno di dieci anni una guerra terribile nebulizzerà la ex-Jugoslavia, rendendo inattuabile per gli esuli il rientro a luoghi ed esistenze obliterati per sempre. Di quali sentimenti si impasta la ricerca di un altrove irraggiungibile?

Ogni esilio all’interno del romanzo ha origine dall’esilio fisico, reale, di chi è destinato a un trasloco coatto. Con il passare degli anni la famiglia di Aida, la giovane protagonista, scivola dalla condizione di profugo a quella di esule. Il passaggio non è indolore, riguarda il tempo e la percezione del futuro: il profugo vive nella possibilità, anche se incerta, di poter tornare; all’esule questa possibilità non è data. L’esule ha la consapevolezza definitiva di non poter tornare. E la semplice realtà spariglia tutte le carte, mina dall’interno ogni equilibrio. Lentamente una sottile nostalgia pervade ogni personaggio e si salda con il dolore privato e specifico di ciascuno, trasformandosi nelle cose più disparate – depressione, alcol, malattia psichica.


La perdurante ricerca dell’identità con cui ogni esule è costretto a fare i conti per sopravvivere alla propria vita è un nodo concettuale della sua narrazione. Ha potuto dialogare personalmente con persone che hanno vissuto tale esperienza?

Per questo libro ho seguito un metodo che ho affinato negli anni, una frequentazione lunga e assidua del materiale: ho passato diverso tempo con famiglie di profughi, in Italia e in Bosnia; ho ascoltato le loro storie, quando avevano voglia di raccontarmele; ho visitato le case che oggi abitano, ho mangiato con loro; ho viaggiato a ritroso fino ai paesi d’origine. E poi ho lasciato che tutto questo sedimentasse, s’ingigantisse nel ricordo, si mescolasse alla ricerca sui testi, allo studio, alla necessità di capire un pezzo oscuro di storia recente. Allora ho scritto, poi sono tornata da loro, e ho scritto di nuovo. Così, per anni, in un andirivieni che a un certo punto è diventato anche la mia vita.


Aida è combattuta tra il desiderio di essere solidale con i genitori, affranti per la perdita delle loro radici, e quello di diventare un’italiana. «La guerra era finita, la frontiera era stata ricostruita e noi eravamo stati tagliati fuori dal nostro villaggio. Senza nemmeno un posto dove seppellire i morti». Può un profugo di guerra assumere un’altra identità?

Aida agisce per rabbia, provoca, è disperata. Il taglio delle radici non risponde a un suo desiderio, è conseguenza di una situazione estrema. In fondo lei non sceglie mai davvero, si lascia trascinare dagli eventi e si rende conto di dove si trova solo tempo dopo – anni, decenni – quando ormai è approdata su una sponda sicura. Ed è proprio quando tutto sembra essersi assestato che il destino scarta di nuovo, all’improvviso, riportandola nel posto da cui era fuggita, riportandola alla sua vecchia pelle.


«...mia madre mi aveva detto che non mancava molto, all’alba saremmo arrivati all’ultimo confine. “E poi saremo salvi”. Così aveva detto, salvi». Persone che hanno subito l’orrore possono mai dichiararsi per davvero salve?

La salvezza del titolo è quasi un paradosso, una domanda che resta in mano al lettore alla fine del libro.








A cura di Afrodita Cionchin e Giusy Capone

(n. 6, giugno 2022, anno XII)