Anna Rollando: «Bisogna recuperare la rappresentazione del reale fatta dalle donne»

Ospite della serie Femminile plurale è Anna Rollando, violista, concertista classica e pop, ha suonato in centinaia di performance con numerose ed eterogenee formazioni di musica da camera, sinfonica e lirica, classica e pop, dal Teatro dell’Opera di Roma a Rondò Veneziano, da Massimo Ranieri a Ennio Morricone. Laureata in Scienze della Comunicazione, si interessa di didattica musicale e della creazione di eventi musicali. Ha collaborato in qualità di musicista e di curatore a numerose produzioni Rai e Mediaset, e inciso numerosi dischi.
Tiene lezioni e incontri di divulgazione musicale nelle scuole, biblioteche, centri culturali e librerie in tutta Italia. Insegna violino, viola e teoria musicale in scuole private e nei Licei musicali.
Ha pubblicato Applaudire con i piedi (Graphofeel, 2018), Assolo (Aulino, 2019), Applaudire con i piedi II (Graphofeel, 2019) e, recentemente, Le invisibili Signore della Musica. Storie vere di artiste di talento (Graphofeel, 2021).


Le donne sono attive da sempre nel campo della musica colta: hanno creato e interpretato, condividendo linguaggi e teorie con i colleghi uomini. Eppure, i nomi femminili sono poco diffusi: se essere donna creatrice di suoni è antichissima consuetudine, non altrettanto frequente appare il riconoscimento di tale apporto nella storiografia ufficiale. Anche oggi, pur in un contesto apparentemente così ricco di partecipazione femminile, l'esecuzione della musica di donne nei circuiti delle società concertistiche o nei teatri non è ordinario, tant'è che spesso viene considerato come un «evento». Anna Rollando ci parla di musica da un punto di vista femminile: passa in rassegna vite e storie di grandi musiciste e compositrici, spesso rimaste nell'ombra, costruendo un affresco appassionato e appassionante.


Hildegard von Bingen, Maddalena Casulana, Barbara Strozzi, Francesca Caccini, Nannerl Mozart, Fanny Mendelssohn, Clara Schumann, Louise Farrenc, Ethel Smith, Amy Beach, Rebecca Clarke, Nadia e Lily Boulanger, Florence Price, ed ancora oggi Sofija Guibajdulina, Barbara Hannigan, Rachel Portman, Hildur Guđnadóttir. Artiste idealmente unite in un’alleanza intergenerazionale. Ravvede un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime della Musica declinata al femminile?

Tutte le musiciste di cui parlo sono molto differenti tra loro, come è ovvio che sia: luoghi geografici diversi, culture diverse, periodi storici, condizioni sociali, economiche, culturali… Moltissimi elementi le separano, e così come è difficile fare un parallelo tra Bach e Stravinskij, o magari tra Giotto e Picasso, allo stesso modo ciascuna di loro esprime il proprio tempo e la propria personalità attraverso uno stile peculiare. A mio avviso non c’è un filo conduttore dal punto di vista artistico (non esiste una musica «femminile») quanto piuttosto nel loro percorso personale, in cui la loro «condizione» di donne le ha viste faticare molto di più per ottenere la possibilità di studiare, di istruirsi, di accedere alle informazioni e di esprimersi secondo le loro possibilità, spesso combattendo contro figure maschili che ne sbarravano la strada. E forse, se devo cercare un filo conduttore, potrei dire che le unisce la decisione e la fortissima motivazione che le ha spinte a sfidare, spesso pagando prezzi molto alti, un sistema sociale che le avrebbe volute relegate in un angolo della Storia.


Maestra Rollando, il suo libro narra di musiciste impavide, coraggiose, colme di talento. Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo sottrarsi all’invisibilità?

L’invisibilità di cui parlo, ovviamente, è di natura culturale. Da sempre il ruolo femminile, nella nostra cultura, è stato quello di madre e moglie, o comunque della persona che si occupava di casa e famiglia. Ci sono stati periodi in cui, per poter accedere all’istruzione, le donne hanno dovuto prendere i voti e seguire la carriera religiosa; altri momenti in cui studiare era impensabile in ogni caso; ci sono stati (e purtroppo ancora ci sono) luoghi e ceti sociali in cui alle donne era del tutto vietato accedere all’istruzione. L’arte, declinata in tutti i modi, è stata spesso vista per le donne come un ornamento e non come una scelta di vita. Ad esempio, la sorella maggiore di Wolfgang Amadeus, Nannerl Mozart, ha dovuto smettere le sue tournée per l’Europa con il fratello, con il quale condivideva talento e passione, poiché arrivata all’età da marito è stata rispedita a casa a dare lezioni per finanziare la carriera di questi. Un altro esempio: nonostante il suo talento eccezionale, Fanny Mendelssohn ha certamente potuto studiare come il più famoso fratello Felix ottenendo risultati straordinari, ma ha combattuto con fatica perché il proprio lavoro di musicista fosse riconosciuto, in prima battuta dal padre e dal fratello stesso (che probabilmente ha anche utilizzato sue composizioni appropriandosene) che la volevano solo madre e moglie. La compositrice e pianista americana Florence Price, vissuta nella prima metà del ’900, scriveva di se stessa: «Per cominciare ho due handicap: il sesso e la razza. Sono una donna e ho del sangue negro nelle vene». Nonostante ciò, scrisse musica meravigliosa e appassionata, che riuscì a far suonare da grandi orchestre: alla sua morte, però, il suo nome scomparve immediatamente dalla ribalta. Sono tutte storie differenti – nel libro ne cito moltissime – ma che evidenziano alcuni elementi: credo che per tutte queste donne del passato fosse davvero faticoso gestire le pressioni familiari, sociali, professionali, e anche opporsi a quell’educazione maschilista e patriarcale introiettata e spesso accettata perché percepita come l’unica possibile. Finché hanno avuto le forze per combattere lo hanno fatto nella misura delle loro capacità; una volta scomparse, dietro di loro si è chiusa pesantemente la porta dell’oblio. Per fortuna, i tempi stanno cambiando e si sta facendo molto per recuperare i materiali scomparsi e riabilitare così tanta memoria perduta.


Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l'inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale messaggio ci offrono?

Io credo che il messaggio che ci arriva da tutte queste donne dimenticate sia semplice ma non scontato: ovvero che non bisogna mai smettere di combattere per i nostri ideali o per i nostri sogni, di qualunque natura siano. Spesso il prezzo da pagare è stato alto, ma il loro impegno ha aperto la strada a tutte le altre che sono venute dopo, a noi adesso, alle giovani donne di oggi e di domani, ricordandoci però che nessuna conquista sociale è per sempre, e dobbiamo essere disposti a difenderla con le nostre azioni quotidiane.


Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi e i ruoli stereotipati delle donne, mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere. La sua storia personale può documentare ostacoli dovuti alla sperequazione di genere?

Mi ritengo una persona molto fortunata: a partire dalla mia famiglia, che ha sempre incoraggiato e difeso le mie scelte, e non ha mai fatto questioni di ‘genere’. Non sono mai stata oggetto o bersaglio di disparità palesi: credo che fosse più che altro un paternalismo serpeggiante quello che faceva sì, ad esempio, che i ruoli più ‘direttivi’ in orchestra fossero affidati – a parità di competenze, si intende – a musicisti uomini. Un ambiente del genere incoraggiava noi ragazze ad assumere comportamenti ‘maschili’ per essere prese sul serio, rinunciando alle volte alle nostre caratteristiche peculiari.
I tempi sono cambiati, ma la strada è ancora lunga: apprezzo moltissimo le attuali giovani musiciste, preparatissime e determinate, che non abdicano alla propria natura muliebre riscrivendo la nuova storia della musica con l’apporto di entrambi i punti di vista. È quello che mi auguro per il futuro: non più contrapposizione di generi, ma presa di coscienza delle differenze che sono solo fonte di ricchezza e non di competizione. Con la volontà, finalmente, di ricominciare a scrivere la Storia della Musica – e tutta la Storia – finalmente insieme, donne e uomini.


La scrittura contemporanea può annoverare letterate illuminate, vere pioniere quanto a innovazione e rispetto della tradizione. Qual è l’attuale status della letteratura esperìta da donne?

Temo che lo status attuale della letteratura esperita dalle donne segua l’andamento di ciascuna arte declinata al femminile: ancora tante ineguaglianze, molta strada fatta, moltissima da fare. Ma forse per quanto riguarda la letteratura le donne hanno fatto qualche passo avanti in più.
Non conosco con precisione lo stato della Letteratura femminile contemporanea, ma posso in questo caso parlare da lettrice: ad essere sinceri, guardo ancora a Virginia Wolf come a un faro nella notte, una figura che ha illuminato il cammino di tante artiste sue coeve e di tutte quelle venute dopo di lei, creando consapevolezza e offrendo potenti spunti di riflessione a donne e uomini. Per fortuna le grandi scrittrici sono davvero tante: Nadine Gordimer, Toni Morrison, Selma Lagerlof, Doris Lessing, Wisława Szymborska ad esempio sono solo alcune delle donne premi Nobel per la letteratura in questi ultimi decenni.
Le mie autrici italiane di riferimento, invece, sono quelle della generazione a me precedente, quelle che hanno fatto la storia e creato le premesse della cultura letteraria di oggi: Natalia Ginzburg, Elsa Morante, Sibilla Aleramo, Grazia Deledda –il nostro unico Nobel per la Letteratura al femminile – Goliarda Sapienza, Dacia Maraini. Le grandi donne del passato non tanto lontano che purtroppo appaiono ancora in minor quantità rispetto ai colleghi uomini nelle antologie scolastiche ma che hanno offerto il loro esempio a innumerevoli giovani scrittrici e la loro arte a tutti noi.


Le scrittrici sono e sono state sensibili a diverse ideologie, visioni del mondo, sensibilità politiche e filosofiche; personalità diverse tra loro e spesso assolutamente inconciliabili. Riesce a scorgere un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime della letteratura declinata al femminile?

Come già ho detto relativamente alle donne nella musica, a mio avviso il fil rouge che collega le artiste non è di natura ideologica o artistica – nel senso che il loro operato si svolge negli anni, in periodi molto differenti, in contesti e realtà dissimili- ma forse piuttosto si può trovare nel percorso personale. Forse – e ripeto forse – molte delle donne che sono arrivate alla ribalta nel mondo della letteratura nei secoli hanno dovuto infrangere il tabù della presunta incapacità femminile di produrre opere d’arte: e vale sia per la letteratura che per la musica, o qualunque altra forma d’arte.
Un possibile fil rouge potrebbe ritrovarsi nel possesso di una qualche forma di ‘potere’ da parte di tutte quelle donne che sono riuscite a infrangere il tabù che le avrebbe volute dedite solo alla vita domestica: che fosse intellettuale, politico-religioso o economico, il potere di cui erano in possesso dava loro la possibilità di accedere al mondo della cultura e forniva la visibilità necessaria per fare di una passione un mestiere vero e proprio.
Scrittrici potenti e presenti da sempre, ma la cui presenza è stata rimossa deliberatamente: in Italia, ad esempio, alla fine del 1800 grazie all’istruzione obbligatoria molte più donne cominciano a scrivere in modo professionale. Come diceva Virginia Wolf, per potersi dedicare alla propria arte è necessario avere un reddito adeguato, accesso alla cultura e «una stanza tutta per sé» in cui potersi concentrare senza doversi preoccupare magari della casa e della famiglia. Aggiungerei inoltre che le ‘molteplici anime della letteratura declinata al femminile’ hanno dovuto tutte combattere per trovare la propria dimensione personale, sia umana che artistica. Pur di essere accettate in un contesto che tendeva a escluderle, hanno talvolta cercato di prenderne le fattezze, tentando di somigliare a modelli maschili. Qualcuna ha scelto di scrivere con uno pseudonimo maschile, qualche altra addirittura in forma anonima pur di pubblicare e di non dovere sottostare a un giudizio pieno di preconcetti che avrebbe valutato il genere e non la reale competenza. Del resto, fino a non molto tempo fa le persone che avevano la possibilità di valutare – e quindi stroncare o esaltare – la scrittura femminile sono sempre stati uomini.
Aggiungerei anche che ancora oggi sentiamo parlare di «letteratura femminile» quando si parla di donne, e di «letteratura e basta» quando si parla di uomini: eppure le lettrici sono l’80% rispetto ai lettori maschi, e leggono comunque opere scritte da uomini.
Soprattutto in un paese sessista come l’Italia, il punto di vista maschile è considerato qualitativamente più alto, e nasce dall’idea di una presunta neutralità della scrittura maschile propagandata come universale, mentre invece quella femminile è parziale: quasi l’uomo non scrivesse da una prospettiva maschile ma neutra, mentre le storie di donne non contengono in sé valore universale.
Il problema non è realmente, a mio avviso, rappresentato da una reale differenza qualitativa e oggettiva, ma dalla percezione che la società ha di tale differenza. Gli argomenti sarebbero molti e davvero complessi, ma in primis, secondo me, sarebbe forse necessario rivedere con occhio critico il passato, recuperando la rappresentazione del reale fatta dalle donne, traendo forza dalle relative differenze sempre nel rispetto reciproco, per costruire il nostro futuro, donne e uomini insieme.








A cura di Giusy Capone e Afrodita Cionchin
(n. 4, aprile 2022, anno XII)