Francesca Valente: «Ho ancora una fiducia pressoché illimitata nel potere delle parole»

Altro nulla da segnalare. Storie di uccelli (Einaudi, 2022) di Francesca Valente è il libro che ha vinto, all’unanimità, l'ultima edizione del Premio Italo Calvino e il Premio Campiello Opera Prima 2022: un testo corale che intreccia storie di pazienti, psichiatri, infermieri di uno dei primi «reparti aperti» di un grande ospedale italiano, l’Ospedale Mauriziano di Torino di ispirazione basagliana. 
Francesca Valente (Asti, 1974) abita a Torino. È stata traduttrice dall’inglese, dal francese e dal giapponese per case editrici e studi di animazione italiani e internazionali. Ha scritto il libro per bambini Il miele. Tutti i segreti delle api (Slow Food Editore, 2010). Dal 2014 è copywriter in un’agenzia di pubblicità. Suoi testi sono stati musicati dai jazzisti Francesco Aroni Vigone e Stefano Risso. Ha studiato giapponese a Ca’ Foscari di Venezia e Arte Contemporanea all’UCLA ed è vissuta in Giappone. In Femminile plurale, l'intervista a cura di Afrodita Cionchin e Giusy Capone. 


Altro nulla da segnalare. Storie di uccelli. Le storie a cui dà vita, Francesca, ruotano sempre attorno a punti luminosi: dettagli, pensieri, eventi. A cosa ha mirato riportando alla luce frammenti di memoria?

Nell’epoca di cui si racconta nel libro – gli anni Ottanta, ma anche i Sessanta delle prime esperienze della rivoluzione psichiatrica – rimettere insieme frammenti delle vite passate dei pazienti psichiatrici e dare peso a quei «sogni perduti» di cui parlava Franco Basaglia era fondamentale per restituire loro dignità e spessore, perché tornassero a esistere pienamente, nel presente. Ho seguito lo stesso principio. Ho ascoltato, letto, ripensato e ricostruito ma anche immaginato le storie di alcune persone che usarono l’SPDC di un grande ospedale italiano, un reparto «aperto» dove tra il 1980 e il 1984 lavorò lo psichiatra Luciano Sorrentino, mio amico. Ho colto istanti del passato di figure realmente esistite e altre soltanto immaginate, li ho reinventati in maniera letteraria, non per rintracciare l’origine della follia ma per raccontare un’umanità varia e ordinaria nella quale chiunque potesse riconoscere qualcosa di familiare. Allo stesso tempo volevo che le vite di persone che sono passate su questa terra, nella sofferenza, non rimanessero nell’oscurità dell’oblio in cui erano finite.
C’è poi un aspetto del tutto personale: la memoria mi ossessiona perché tendo a non trattenere e a lasciarmela sfuggire. Per questo nasce dalla memoria tutto ciò che scrivo, dai ricordi delle persone, dalle fotografie, dai documenti, dalle tracce lasciate dagli altri. La scrittura è una restituzione.


«Altro nulla da segnalare»: a cosa si riferisce questa espressione?

Era la più ricorrente delle frasi conclusive delle annotazioni degli infermieri nell’SPDC. Note sui cosiddetti «rapportini», quadernoni che erano strumento di comunicazione tra gli infermieri di turni diversi e con i medici. Fu Sorrentino a donarmi quei quaderni con l’idea di farne qualcosa, senza sapere cosa. La frase siglava racconti spesso tumultuosi, intensi e fitti di accadimenti complessi da gestire, per questo suona ancora più potente. La sintassi, meravigliosa nella sua immediatezza, riflette quella originalissima delle annotazioni: libera e restia a rientrare nei ranghi, spesso orientata a sottolineare l’ironia e la leggerezza – o, al contrario, la drammaticità – con cui si affrontava il quotidiano.


Nelle note degli infermieri, lei scrive, «c’era un’umanità che raccontava un’altra umanità, con benevolenza e un sincero sforzo di comprensione. Spesso erano entrambe umanità dolenti». Come ha tracciato il confine tra documento e scrittura letteraria?

Ho lasciato che ogni tessera del puzzle che stavo costruendo trovasse la sua personale collocazione, senza forzarla dove volevo io. Le lucide fotografie delle annotazioni, i documenti scritti, hanno assunto da sole il loro ruolo, alternandosi alla narrazione di finzione come punteggiatura. Così ho potuto scrivere in totale libertà cambiando intonazione, registro e linguaggio, concedendo spazio alla letteratura.
In definitiva, però, il confine è sottile, le parti si confondono, i territori si attraversano liberamente, come del resto facevano con i luoghi i pazienti psichiatrici finalmente affrancati dal giogo dei manicomi e dei trattamenti punitivi e restituiti al loro presente. E non conta più avere certezza di ciò che è vero e ciò che è inventato, bisogna lasciarsi andare al testo e, come per ogni romanzo, fidarsi e credere che sia tutto vero.


«Occhipinti, insonne, insisteva nell’ordinare champagne: le ho portato in sostituzione dello stesso dell’acqua, ma ha dimostrato, rovesciandomela in testa, di non gradirla». Episodi comici e tragici al contempo. Francesca, come si affronta il rapporto con «i pazzi», come direbbero i più, dei servizi psichiatrici nati subito dopo la chiusura dei manicomi, stando alla documentazione che ha raccolto?

Segno di quell’esperienza unica era un modo nuovo di stare con il paziente psichiatrico, un approccio che andò definendosi già negli anni Sessanta con Basaglia. Un rapporto autentico, di verità e fiducia e speranza. Le persone, forse in molti casi per la prima volta, erano considerate persone vere, con una storia, dei desideri, dei diritti. Nei racconti degli psichiatri con cui ho parlato e nelle tracce dei rapportini questa relazione nuova è più che evidente.


La contemporaneità non contempla esclusivamente le opposizioni oralità/scrittura e poesia/prosa, ma anche la possibilità di scelta tra e-book/online e cartaceo, tra letteratura cartacea e digitale. Quanto lo sguardo di un autore è condizionato dal profumo della carta stampata o, viceversa, dalla comodità del digitale?

Francamente spero, con ingenuità forse, che non lo sia affatto. Sarebbe grave. Una perdita di libertà incommensurabile. Io sono antica in tutto e sono rimasta alla carta stampata, a cui non saprei come rinunciare. È lì che deve andare la scrittura.


Francesco De Sanctis scrisse che la letteratura di una nazione costituisce una «sintesi organica dell’anima e del pensiero d’un popolo». Posto che la letteratura siauno specchio della rispettiva società in un tempo definito e che varia di opera in opera, quali potrebbero essere il ruolo e la funzione della scrittura nel frangente storico che stiamo vivendo?

Ho ancora una fiducia pressoché illimitata nel potere delle parole. E della letteratura poi. È con le parole che comunichiamo, che troviamo soluzioni, che incitiamo al cambiamento, che raccontiamo l’azione e a volte la definiamo e l’orientiamo. Se non è raccontata, la storia, una storia, non viene a esistere. Scompare. Se non si scrive, se non si nutre o si fa evolvere la sua letteratura, un popolo perde di consistenza.


Hegel sviluppa una definizione del romanzo: esso è la moderna epopea borghese. Lukács afferma che questo genere, essendo il prodotto della borghesia, è destinato a decadere con la morte della borghesia stessa. Bachtin asserisce che il romanzo sia un «genere aperto», destinato non a morire bensì a trasformarsi. Oggi, si notano forme «ibride». Quali tendenze di sviluppo ravvede di un genere che continua a sfuggire a ogni codice?

Per non finire, anche il romanzo deve evolversi. Muoversi con intelligenza nel suo tempo. Non so se userei la parola «ibrido», che mi fa pensare a qualcosa di negativo, a un accostamento di elementi che non legano bene tra loro, più che a forme felici di eterogeneità, oggetti geniali con una funzione. Un mescolamento di generi mi pare molto interessante, oggi. Sempre che non sia fine a se stesso ma abbia qualcosa da comunicare di molto potente.  


La scrittura contemporanea può annoverare letterate illuminate, vere pioniere quanto a innovazione e rispetto della tradizione. Qual è l’attuale status della letteratura esperìta da donne?

Forse non si parlerà più di «letteratura (al) femminile» quando alle autrici e agli autori sarà dato uguale spazio – e peso (anzi, mi chiedo perché ci troviamo ancora nella condizione di attendere che qualcuno lo dia, il peso alle scrittrici). Ancora si sentono dire frasi come «sembra scritto da un uomo» (di solito intendendo che quel tale libro di un’autrice è bello) o «non leggo scrittrici, non mi piacciono». Come si fa a non leggere e amare Strout, Woolf, Tokarczuk, Ernaux, Munroe, O’Brien, Yourcenar e una lista infinita di altre scrittrici fondamentali?

Le scrittrici sono e sono state sensibili a diverse ideologie, visioni del mondo, sensibilità politiche e filosofiche; personalità diverse tra loro e spesso assolutamente inconciliabili. Riesce a scorgere un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime della letteratura declinata al femminile?

L’intelligenza.


La letteratura romena si fregia di una robusta altresì varia produzione. Essa è costantemente tradotta in lingua italiana, con nomi di punta quali Ana Blandiana, Herta Müller, Norman Manea, Mircea Cărtărescu, Emil Cioran, e la rivista «Orizzonti culturali italo-romeni» ne registra le pubblicazioni nel database Scrittori romeni in italiano: 1900-2022. In che misura pensa sia conosciuta in Italia e quali scrittori romeni hanno attirato la sua attenzione?

Temo non sia ancora molto conosciuta, soprattutto quella contemporanea, anche se autori come Cărtărescu sono oramai di culto per molti lettori e lettrici italiani. A Eliade sono molto debitrice perché il suo pensiero e i suoi scritti sono stati il nutrimento dei miei anni universitari a Ca’ Foscari: i suoi studi sullo sciamanesimo e sullo yoga sono stati fondamentali nel mio percorso sul sacro, e anche quando mi sono specializzata in arte del Giappone. L’altro grande autore che ho molto amato fin dall’adolescenza, quando pensavo che nascere fosse stata una sciagura, è Cioran, geniale, struggente, devastante.







A cura di Afrodita Cionchin e Giusy Capone

(n. 6, giugno 2022, anno XII)