Mario Andrea Rigoni: «Delizioso e sorprendente, così ho conosciuto Cioran»

Mario Andrea Rigoni, professore ordinario di Letteratura italiana all'Università di Padova, studioso di Leopardi, critico letterario e scrittore di aforismi, evoca in questa intervista la figura di Emil Cioran, noto filosofo romeno emigrato in Francia nonché uno dei più grandi pensatori del Novecento. Rigoni ha diretto per l'editore Adelphi la traduzione italiana degli scritti cioraniani, dando un contributo di prim'ordine alla diffusione in Italia dell'opera di Cioran, maestro indiscusso dell'aforisma a cui ha affidato tutti i suoi pensieri.
(foto: Mario Andrea Rigoni con Emil Cioran)


Professor Rigoni, come ha conosciuto Emil Cioran?


Fu durante un soggiorno che feci  a Parigi, insieme a mia moglie, nei primi anni Settanta. Eravamo stati invitati a cena da Jean-Noël Vuarnet, un giovane scrittore e saggista francese, che avevo conosciuto poco prima a un convegno su Nietzsche – rimasto abbastanza famoso – tenutosi in un castello a Cérisy-la Salle, in Normandia. Vuarnet frequentava Deleuze e Klossowski, entrambi presenti al convegno, al quale partecipavano anche Derrida e Calasso. Di tutti questi io conoscevo personalmente solo Derrida, sul quale avevo scritto nel 1970 un articolo. In quell’ occasione incontrai Calasso, credo per la prima volta, e  frequentai un po’ Klossowski, che mi dimostrò grande simpatia, invitandomi una sera con Vuarnet e altri a bere del Calvados con lui e Denise (la Roberte dei suoi romanzi) in camera loro.
Vuarnet abitava in rue Servandoni, vicinissima alla rue de l’Odéon, dove credo che già allora vivesse Cioran. Finita la cena, Vuarnet annunciò, senza particolare enfasi, la visita di un amico scrittore: era appunto Cioran, di cui io conoscevo a mala pena il nome. Ho raccontato l’impressione che mi fece nell’«esercizio di ammirazione» che apre il mio libretto Cioran dans mes souvenirs, pubblicato dalle Presses Universitaires de France nel 2009. Aveva un tratto semplice e un’aria modesta; parlava con un ritmo saccadé, che però rendeva ancora più intensa la sua affascinante conversazione. Si chiacchierò di libri tutta la serata, ma non ricordo più con esattezza di quali. Tuttavia mi accorsi subito che era un lettore formidabile e che prediligeva i diari, le memorie, le biografie, le confessioni, insomma tutte le testimonianze dell’esperienza intima, diretta e personale.


Anche Cioran frequentava tutti questi personaggi che lei cita?


No, assolutamente: solo Vuarnet, tra coloro che ho nominato. Cioran non frequentava la società letteraria. E meno che mai era tipo da andare ai Convegni… Più tardi sarebbe entrato in contatto con Calasso, che divenne il suo editore. Che io sappia, i suoi amici in Francia, a quell’epoca, erano Henry Corbin, Beckett, Michaux (di cui ricordo che aveva in casa un quadro), il pittore Matta e Ionesco.


Com’era Cioran in privato?


Delizioso e sorprendente, amante dell’aneddoto e della battuta, capace di passare dalla riflessione amara all’ironia divertita. Era anche aperto con chiunque, salvo che con gli indiscreti o gli imbecilli - categoria peraltro assai vasta. Con gli amici era ospitale, attento e sollecito, persino protettivo, e non solo in termini pratici. Ricordo che, correggendo la versione francese di un mio libretto di aforismi, mi consigliò con decisione di sopprimere alcuni frammenti che temeva potessero danneggiarmi perché erano, come oggi si dice, «politicamente scorretti». Devo dire che verso di me aveva forse un particolare affetto. Una volta, in assenza di Simone, passammo alcune ore insieme e, all’ora di pranzo, fu lui stesso che, con mia sorpresa e direi quasi commozione, mi cucinò un filetto, chiacchierando nel frattempo sulla distruzione della Germania, che egli deprecava naturalmente… Io non riesco a separare l’uomo dallo scrittore o dal pensatore e credo che, nel suo caso, non sia nemmeno possibile.


Che cosa pensa del libro di Friedgard Thoma Per nulla al mondo, recentemente tradotto anche in italiano, che racconta della relazione segreta dell’autrice con Cioran?


Che questa signora ha commesso un’imperdonabile indiscrezione, benché abbia atteso che fossero morti tutti gli interessati prima di pubblicare il libro: tanto più che certi particolari riferiti, ovvi e comuni in qualsiasi relazione erotica, sono evidentemente introdotti a scopo scandalistico, mentre non aggiungono né tolgono nulla alla conoscenza di Cioran. Oggi ci si butta con avidità sui risvolti sessuali delle biografie, fenomeno che già Cioran deplorava: purtroppo ne è stato vittima anche lui. Certamente non sarebbe stato contento né che questa vicenda venisse divulgata né che la sua vita e il suo pensiero fossero anatomizzati come avviene in questo e in tanti altri libri, saggi, tesi di laurea, ecc.  Aveva talmente tanto denunciato l’inutilità e il danno della critica!


Ma nelle lettere di Cioran e nei suoi rapporti con la Thoma non mancano riferimenti, considerazioni e battute di carattere letterario o filosofico, che sarebbero andate perdute.


È in parte vero: questo è il solo aspetto interessante del libro. La Thoma avrebbe forse potuto cavare da questi materiali una fiction, con la quale avrebbe salvato lei, Cioran, la sostanza del libro e la discrezione.


Lei si è subito reso conto dell’importanza dell’opera di Cioran oppure l’ha capita più tardi?


Come ho detto, non conoscevo i libri di Cioran quando lo ho incontrato per la prima volta, ma poi ne sono stato subito e per sempre conquistato, tanto da cercargli un editore degno in Italia, cosa che all’inizio non fu facile. In seguito si fece avanti Adelphi e io fui lieto di occuparmi, direttamente o indirettamente, delle traduzioni.


Quali erano gli argomenti di conversazione preferiti di Cioran?


Non c’era un argomento preferito, si parlava di tutto. Certamente la fine dell’Europa e l’ascesa dell’Islam erano temi abbastanza ricorrenti… Come quello del destino singolare, Cioran diceva «unico», degli Ebrei.


I suoi scritti sono stati in qualche modo influenzati dall’amicizia con Cioran? C’è un tema di riflessione che le possa essere stato suggerito dalla frequentazione della sua opera?


L’amicizia di Cioran e la conoscenza dei suoi libri hanno indubbiamente salato il mio sangue letterario. Non sono stato influenzato tanto dai suoi temi, che pure sento totalmente miei per una sorta di naturale affinità, quanto dal tono straordinario, subito avvertibile, del suo pensiero e della sua prosa, da quella sua lucidità senza remissione… Nello stesso tempo mi hanno aiutato a liberarmi dalle tracce di erudizione e di accademia che, per il mio mestiere, non potevo non avere, trovando peraltro un alleato nella mia costituzione profonda e originaria, nelle mie ossessioni metafisiche. Infine hanno innescato o favorito la mia scelta della concisione e dell’aforisma, che sono la principale cifra stilistica di Cioran.


Ci potrebbe essere un avvicinamento tra il pensiero di Leopardi, uno scrittore al quale lei ha dedicato alcuni importanti saggi, e l’opera di Cioran?


Non c’è dubbio che Leopardi e Cioran appartengano a una stessa famiglia spirituale e che avessero un’affine concezione della vita, dell’uomo e della storia: inoltre praticavano entrambi una sorta di «ultrafilosofia», una forma di lucidità scaturita dalla fine di tutte le filosofie. Benché Cioran non conoscesse estesamente l’opera del nostro poeta, era molto interessato a tutto ciò che lo riguardava come pensatore e come uomo: lo si vede bene nella Prefazione che ha avuto la generosità di scrivere al mio libro sul pensiero di Leopardi, ma già nei Cahiers (1957-1972) cita alcuni suoi pensieri e, in uno di questi, si scandalizza giustamente che un critico avesse potuto usare l’espressione da Leopardi a Sartre, come se i due potessero essere messi su uno stesso piano o in un qualche rapporto di continuità. La sua venerazione per Leopardi è testimoniata anche dal fatto che su una parete del suo spoglio appartamento in rue de l’Odéon aveva incorniciato il testo dell’Infinito. D’altra parte è proprio nel nome di Leopardi che è incominciata, e poi è anche proseguita in parte non trascurabile, la nostra corrispondenza.


Ogni grande pensatore muove da un’intuizione o da un’esperienza centrale, che poi sviluppa e articola nella sua opera. Quale sarebbe nel caso di Cioran?


Lo dice lui stesso nei Cahiers. L’idea o l’esperienza più profonda, quella alla quale non avrebbe potuto rinunciare per nulla al mondo, era che tutto quello che l’uomo compie si rivolta contro di lui. Purtroppo è vera, e mi sembra anche che oggi sia più evidente che mai.


La pubblicazione dei Cahiers è stata una sorpresa?


Assolutamente sì. Soprattutto perché un’enorme «zibaldone» di appunti, citazioni e pensieri, non destinato come tale alla pubblicazione ma piuttosto alla distruzione, si è rivelato un vero e proprio libro, che non si vorrebbe abbandonare mai…  A dispetto della lunghezza (millecento pagine) e del ricorso di certi motivi, non vi si trova una sola nota che non catturi o non interessi e, spesso, che non abbagli per la sua verità. E i giudizi letterari sono di una straordinaria acutezza.


Vi sono state recentemente altre sorprese editoriali?


Sì, il libretto Sur la France, molto bello, di cui anch’io ignoravo l’esistenza.


Pensa che Cioran sia oggi riconosciuto nel suo valore?


Mi sembra molto più dal lettore comune, che può essere un barbone come una star del cinema o dello sport, che non dai letterati e filosofi di professione. Ha moltissimi ammiratori ignoti o segreti, che lo amano fino all’idolatria. Ed è naturale che sia così. Pur essendo un autentico scrittore e un singolare pensatore, Cioran non si rivolge agli specialisti, a meno che non siano specialisti … dell’esperienza di vita. Molti dei più celebri critici che si sono occupati di lui, da Susan Sontag a George Steiner, manifestano penosi pregiudizi, essenzialmente di natura «ideologica». Pensi che Steiner, in un articolo pubblicato sul «New Yorker», accusa Cioran di «faciloneria», sul piano intellettuale non meno che sul piano stilistico. È un’affermazione semplicemente ridicola.
Una volta Cioran ha scritto che solo un mostro potrebbe vedere le cose come sono. Lui apparteneva certamente a questo tipo, come Machiavelli o Leopardi, mentre i suoi critici sono soltanto delle persone «perbene».


Intervista realizzata da Afrodita Carmen Cionchin
(n. 2, febbraio 2012, anno II)