Veronica Galletta: «Mi auguro per Nina, forse più che argini, esplosioni»

Nella sezione Scrittori per lo Strega della nostra rivista, a cura di Afrodita Cionchin e Giusy Capone, vi proponiamo una nuova serie di interviste con gli scrittori candidati e finalisti dell’edizione n. 76 del Premio, e con i loro libri, allargando ovviamente lo sguardo ad altri argomenti di attualità.
Veronica Galletta è una dei 7 finalisti di quest'anno del Premio Strega, con il romanzo Nina sull’argine (Minimum fax, 2021). Gianluca Lioni lo presenta così: «Ingegnere alla sua prima grande opera di costruzione, emigrata dalla Sicilia in un immaginario paese del profondo nord, Caterina, detta “Nina”, è chiamata a dirigere i lavori sull’argine di Spina.  Si ritrova catapultata dal nitore della teoria alle contraddizioni e all’imperfezione della pratica: il cantiere è fatica, polvere, fango, compromessi e imprevisti. La Galletta con una lingua asciutta, scarna, che pure si accende di tecnicismi, ci restituisce in filigrana temi diversi: il senso di solitudine, l’alienazione sul lavoro, la lotta con la natura nel tentativo di addomesticarla, l’impossibilità di raggiungere la perfezione».


Nina sull’argine si inserisce in un’ampia tradizione di letteratura sul lavoro. Quale declinazione personale ha impresso al codice del genere?

È una domanda complessa, alla quale non sono sicura di sapere rispondere. Gli scrittori non sono i giusti interpreti delle loro storie, secondo me non devono neanche esserlo. Per scrivere questo romanzo sono partita da un’esperienza umana, e l'ho fatta lievitare, l’ho seguita, fidandomi, per scoprire dove mi portava. A posteriori posso osservare che forse Nina sull’argine porta su di sé, rispetto ai lavori a cui fa riferimento, alcuni elementi più contemporanei, di spaesamento, di straniamento. Non è letteratura di fabbrica, dove la catena di montaggio e la conseguente oppressione è evidente, e non è neanche letteratura che canta il lavoro, figlia di un periodo di grande ottimismo, come è stato quello del boom economico. Racconta il lavoro, nel suo bianco e nel suo nero, nelle sue contraddizioni, consegnando la storia al lettore, perché ne faccia ciò che vuole.


Quali sono le ragioni per le quali ha scelto l’alta pianura padana quale ambientazione della sua narrazione, laddove la terra d’origine della protagonista è una Sicilia bruciata dal caldo e dalle passioni, spazio di inesauste lacerazioni ma anche di commistioni di culture?

Le ragioni sono molteplici, e tutte diverse. La prima è che in questo romanzo il paesaggio non è ambientazione, ma protagonista assoluto della storia, scheletro, ossatura, attore principale. Senza la nebbia non ci sarebbe Nina sull’argine. Un racconto del genere in Sicilia si sarebbe caratterizzato di altre sfumature, anche pratiche, di relazioni, politiche, perché sono i luoghi che fanno le persone. La seconda è che lo sradicamento è uno dei fili forti del romanzo, che si declina nella storia in vari modi e per tutti i personaggi, e lo sradicamento dal posto in cui si è nati, anche quando è scelto e volontario come nel caso di Caterina, la protagonista del romanzo, agisce su tutto il racconto. L’ultima, a margine, è che non credo che ci siano terre bruciate dalle passioni più di altre, che ognuna abbia le sue, e sia compito di chi scrive mostrarle. Allo stesso modo, la commistione di culture, di lingue, e le difficoltà anche che ne derivano, è presente in Nina sull’argine in maniera forte, attraverso il racconto degli operai e delle maestranze, per la gran parte stranieri.


A volte, Caterina si sente svanire nella nebbia, come se anche il tempo diventasse scivoloso. È lei stessa ad avere necessità di un argine?

Non sono sicura che Caterina abbia bisogno di un argine, non è una cosa che mi sono chiesta scrivendo. Solo, l’ho seguita mentre si muoveva. Se dovessi dire cosa mi auguro per lei, perché è una protagonista alla quale sono stata davvero molto affezionata, forse più che argini, sono esplosioni. Gesti inconsulti, liberatori, alla fine dei quali ricostruirsi nella forma che vuole, che sia argine, ponte, diga, ma anche reticolato metallico. Sottile e flessibile, verso il cielo.


Il suo romanzo ha, evidentemente, richiesto ricerche accurate e meticolose circa lo status dei lavoratori edili, ad esempio. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?

Il romanzo nasce dalla mia esperienza, perché il mondo del lavoro che racconto è quello da cui provengo. Quindi la mia stesura, almeno in una prima fase, posto che avevo deciso di scrivere un romanzo di cantiere, nel quale quindi raccontavo la costruzione di una grande opera idraulica, è stata una stesura ‘naturale’, vista la contiguità con la scrittura di servizio che giornalmente praticavo, relazioni tecniche, disamine di progetti, valutazione di grandi opere. Il lavoro successivo, quello più complesso, è stato mantenere la resa del racconto con il linguaggio suo naturale, cercando al contempo di offrirla al lettore, di aprire la narrazione, attraverso da una parte l’uso della musicalità delle parole del linguaggio tecnico, e dall’altra un bilanciamento fra le parti che ne mostrasse la funzionalità per il racconto, e permettesse al lettore di farle sue. Per fare questo ho studiato chi lo aveva fatto prima di me, in quali forme, leggendo il più possibile per trovare un modo mio.


Posto che la letteratura siauno specchio della rispettiva società in un tempo definito e che varia di opera in opera, quali potrebbero essere il ruolo e la funzione della scrittura nel frangente storico che stiamo vivendo?

Quello di farle da specchio, appunto, e quando si riesce, per quei pochi che ci riescono, da anticipazione.


La lotta politica, l’adesione a una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale attraverso il canale della Letteratura?

Possono, certo, per chi riesce a scriverne in maniera consapevole e letteraria allo stesso tempo. Anche se la trovo un’operazione molto complessa, c’è bisogno per scriverne in maniera efficace e non retorica, di riuscire a lavorare con un occhio chiuso e uno aperto, un equilibrio che io, per esempio, non credo di avere. Detto questo, l’atto stesso della scrittura, nel suo essere così superato e allo stesso tempo immortale, è un atto politico. Sempre.


Bachtin asserisce che il romanzo sia un «genere aperto», destinato non a morire bensì a trasformarsi.  Oggi, si notano forme «ibride». Quali tendenze di sviluppo ravvede di un genere che continua a sfuggire a ogni codice?

Non so quali tendenze ci siano, e non sono in grado di prevederle. Vengo dal mondo della tecnica, e non ho gli strumenti critici per riflessioni di questo tipo. Posso dire però che il romanzo mi interessa leggerlo sempre, in tutte le sue forme, anche quelle più ibride. Alcune mi piacciono, altre meno, ma comunque apprezzo tutti i movimenti, le variazioni. E posso dire anche che mi piace scriverlo per lo stesso motivo, perché è il mio personale e imperfetto spazio di libertà, in cui tutto posso inventare, costruire, smontare.


La scrittura contemporanea può annoverare letterate illuminate, vere pioniere quanto a innovazione e rispetto della tradizione. Qual è l’attuale status della letteratura esperìta da donne?

Leggo molta letteratura scritta da donne, per la quale ho un occhio particolare, anche solo per compensare gli anni di assenza delle scrittrici dalla scena, dalle antologie, dal dibattito. Anche se non mi sento in grado, per formazione e cultura, di azzardare una riflessione più ampia, vorrei consigliare un piccolo saggio che è uscito recentemente, Lo spazio delle donne di Daniela Brogi, dove ho trovato riflessioni, specie sulle forma  della letteratura scritta da donne, davvero interessanti.


La letteratura romena si fregia di una robusta altresì varia produzione. Essa è costantemente tradotta in lingua italiana, con nomi di punta quali Ana Blandiana, Herta Müller, Norman Manea, Mircea Cărtărescu, Emil Cioran, e la rivista «Orizzonti culturali italo-romeni» ne registra le pubblicazioni nel database Scrittori romeni in italiano: 1900-2022. In che misura pensa sia conosciuta in Italia e quali scrittori romeni hanno attirato la sua attenzione?

La conoscenza di una cultura letteraria in una lingua diversa dalla nostra passa dalla sua traduzione, questo è tanto lapalissiano quanto feroce, e quindi da quanto vengono studiate nelle università, quanti incentivi ci sono, oltre al lavoro di ricerca delle case editrici. Fra tutti, quello che conosco maggiormente è Mircea Cartarescu, grazie al lavoro di Bruno Mazzoni e della casa editrice Voland, in tutti questi anni.







A cura di Afrodita Cionchin e Giusy Capone

(n. 6, giugno 2022, anno XII)