Al via «I Mercoledì Letterari» dell’Accademia di Romania in Roma. Un incontro con Liliana Nechita

Lo scorso 19 settembre, l’Accademia di Romania in Roma ha avviato un nuovo progetto, «I Mercoledì Letterari», coordinato dalla Prof.ssa Oana Bosca-Malin, un progetto che intende promuovere tanto gli scrittori romeni tradotti in italiano e pubblicati da case editrici italiane, quanto le opere letterarie che hanno un riferimento alla cultura romena.
La prima edizione degli incontri «I Mercoledì Letterari», di cui la nostra rivista si pregia di essere media partner, ha avuto come ospite la scrittrice Liliana Nechita che, insieme alla sua traduttrice Elena Di Lernia e alla scrittrice e critica letteraria Ana Barton, ha presentato il volume Ciliegie amare, uscito presso le Edizioni Giuseppe Laterza di Bari nel 2017 (trattato su «Orizzonti culturali» di maggio 2018), e il volume Împărăteasa (Humanitas, Bucarest 2017), in corso di traduzione in italiano.   

Questo secondo romanzo di Liliana Nechita dal titolo Împărăteasa è la storia di Olga, sua suocera, il personaggio a cui la scrittrice si ispira per omaggiare la civiltà contadina. Olga incarna l’attaccamento primitivo alla terra, ma l’amore per la terra e la campagna viene spezzato da quel desolante fenomeno dell’immigrazione che ne provoca uno spopolamento senza pari. La possibilità di ripristinare un rapporto continuo con la campagna sembra perduta irrimediabilmente.  Attraverso Olga, Liliana racconta di quel mondo con le sue persone e i loro umori, un mondo ormai abbandonato che muore giorno dopo giorno, perché tutti partono e non tornano più indietro. È una conseguenza dell’immigrazione che affligge la società romena determinando, o quasi, la scomparsa di quel mondo agricolo il cui capo è solo la «terra» a cui tutti chinano lo sguardo. Ne pubblichiamo in anteprima alcuni brani, a cura di Elena Di Lernia.


Da Împărăteasa

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All’apparenza burbera e spinosa come un cactus, mia suocera era in realtà dolce e soffice come un cozonac. Era la figlia maggiore dell’uomo più povero del villaggio. Si vergognava di suo padre, mentre a sua madre non faceva mai alcun cenno.
- Papà andava per strada solo con le mutande lunghe, e pure rotte in culo!
Camminava con la bottiglia di grappa al seguito, non so proprio di cosa vivessimo. Qualche volta lo chiamava qualcuno per estirpare i ceppi nodosi dal terreno. Era un lavoro duro e difficile e non certo tutti avevano la pazienza di stare metà giornata con la schiena curva a combattere con quelle dannose radici che si moltiplicavano nel terreno in tutte le direzioni. Lui aveva pazienza. Mangiava polenta e peperoncino, si scolava metà bottiglia di grappa, prendeva l’ascia e partiva ad estirpare radici. Non credo che i miei vivessero di questo. So solo che se non fosse stato per la nonna materna, saremmo morti di fame.
Olga aveva frequentato solo due classi. Non si poteva a quel tempo pensare di imparare geografia e grammatica, la gente gemeva sotto il peso della guerra, persino i lupi entravano nel villaggio, il cielo era grigio e oscurato da povertà, miseria e malattia. In realtà gli occhi non erano rivolti al cielo, ma fissi per terra, perché era proprio grazie alla terra che si mangiava.
- Ero brava, sai! Sapevo tutto, capivo velocemente, non mi contraddiceva nessuno, solo io mi prendevo cura di me. La mattina facevo due chilometri fino a valle, dalla nonna – mi aspettava con un uovo sodo. Se avevo tempo, lo mangiavo lì da lei, altrimenti lo mettevo in tasca e lo mangiavo a scuola. Poveri noi! Non come ora che i nostri figli non ne possono più del mangiare! Quando aprono i frigoriferi, il cibo cade per terra.
Solo una cosa buona hanno fatto i miei: mi hanno dato questo nome, un nome speciale, il villaggio è pieno di Ileana e Vasilica. Mi hanno raccontato che una volta hanno sentito un riccone chiamare sua moglie con questo nome, così hanno deciso di chiamarmi Olga, un nome bello e tondo come una polenta freddata dalla forma rotonda.
A sua madre ha fatto cenno solo una volta, si vede che era stata una donna così mediocre da non avere ricordi.
- Non avevo niente a che fare con lei! Vedi, il mondo prima era così stupido. Anche ora, per carità, ma prima ti faceva paura. C’erano donne che non erano mai uscite dal villaggio. Quando è arrivata la cooperativa, sono cominciati ad arrivare i camion, di quelli grandi, ci salivamo tutti sopra, e ci portavano a zappare da qualche parte lontano. Volevo morire quando ho sentito una che gridava a squarciagola: «Oddio, oddio, la fine del mondo! È la fine del mondo, poveri noi!» Un giorno successe che il camion stava attraversando un ponte e lei, vedendo che la strada in salita terminava così in aria, credette che fosse arrivata la fine del mondo! Di stupidi ce n’erano di più prima! Anch’io ho sempre avuto paura di questi, di fare la loro fine.
Dopo due anni di scuola era giunto per lei il momento di andare ad estirpare le erbacce a giornata, a raccogliere il mais, a fare qualsiasi lavoro. I soldi le servivano per vivere, da suo padre non si poteva aspettare nulla, sua madre non contava quasi niente. Olga voleva farsi subito il corredo, sposarsi e andare via di casa. Il prima possibile, aveva tanta voglia di lavorare ed era chiaro che era pronta a tutto. 
 

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Marcel, il nipote dall’aspetto esile, partì per l’Italia quell’inverno.
- È venuto a salutarmi, mi ha baciato la mano dell’addio! È un bravo ragazzo, chissà da chi sarà uscito, sua madre non ha la benché minima idea di come ci si comporti!
Non si sapeva esattamente chi stesse lì ad aspettarlo, né se fosse riuscito a resistere… questa Italia sembrava ingoiare tutti, partivano e non si avevano più loro notizie. La maggior parte di loro non raccontava, così le loro famiglie rimanevano all’oscuro di tutto. Alcuni dormivano sotto i ponti, altri in macchine abbandonate, ma stringevano i denti e non spifferavano una sola parola. La loro partenza sarebbe stata una sconfitta se si fossero lamentati con quelli rimasti a casa della fame e delle umiliazioni subite. Loro non erano dei vinti, ma dei vincitori, decisi a mettere da parte ogni affetto pur di avere una vita migliore.
- Se li prende la polizia lì, li rispedisce subito a casa.
- Ha paura di partire?
- No, figlia mia, era contento. Avresti dovuto vederlo, scalpitava come un cavallo legato da troppo tempo. Non vedeva l’ora di partire. Era felice! Mi ha baciato la mano e mi ha spezzato il cuore, perché questi ragazzi non li ho mai coccolati tanto per colpa della madre. Ma adesso lasciamo perdere, tutto andrà bene, è un ragazzo sveglio!
Marcel era sveglio e anche tanto diligente, ma la Romania non faceva parte dell’Unione; chi andava oltre frontiera… veniva portato via. Nessuno rischiava di prendersi un diniego alla frontiera. Il mondo intero sarebbe diventato una prigione all’aria aperta. Di Marcel, in breve tempo, era rimasta solo una telefonata. Raramente, molto raramente, comunicava che stava bene e basta.
La ragazza che desiderava in moglie aspettava il ritorno del fidanzato. Sfaccendava e sospirava, sospirava e sfaccendava. La sera sola nel suo letto ancora da nubile ammirava il suo Marcel. Quasi non si ricordava più il suo volto, ma il calore delle sue mani ossute lo ricordava bene. Sapeva che soffriva per lei tra gli stranieri, per guadagnare un soldo, per sposarsi. E avrebbe voluto mettere da parte il matrimonio e tutto il resto, sapere solo che Marcel esisteva ancora. Che non stava aspettando un fantasma. E che il suo cuore non si struggeva per lui inutilmente.
Tre anni rimase lontano il suo fidanzato. Non sapeva più come si rivolgeva a lei, aveva gli occhi grandi e ombrosi. E quando camminava, sembrava scivolare sulle cose.

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Con il passar del tempo la gente si diradava. Partivano, partivano per l’Italia o la Spagna. Non eravamo ben informati, ce ne rendevamo conto solo più tardi quando vedevamo l’erbaccia cresciuta davanti alle porte di coloro che erano partiti. Un giorno parlavo con la comare Săviţa che era dall’altra parte del recinto; aveva due ragazzi, uno in Austria e l’altro non ho mai saputo dove.
- Non senti la loro mancanza? Non li nomini quasi mai! O ti sei abituata?
- E che devono fare a casa? Quel pezzettino di terra lo lavoro da sola, non ho bisogno del loro aiuto, magari si trovano una sistemazione! Non hai visto quanti sono partiti? Guardati un po’ intorno! Da quella casa lì all’angolo è partito Toader, da quella di Ica è partito Marcel, da quella di Maria di Chioru è partito suo figlio, Ionel, da quell’altra casa, quella gialla, sono partiti tutti. Fai il conto, di sette case ne sono rimaste solo due «intere». La gente parte, uno tira l’altro, perché sono giovani e si dice che stiano molto meglio laddove vanno a finire.
Questa Italia era per me come un buco nero che ingoiava tutti. Non sapevo allora che più tardi avrebbe ingoiato anche me.




 


Liliana Nechita
A cura di Elena Di Lernia
(ottobre 2018, anno VIII)