Una nuova traduzione per l' «Alexandru Lăpușneanu» di Costache Negruzzi (II parte)

Nel numero di ottobre 2017 della nostra rivista abbiamo pubblicato i primi due capitoli della nuova traduzione, a cura di Mauro Barindi, di uno dei capolavori della letteratura romantica romena, Alexandru Lăpușneanu di Constantin (Costache) Negruzzi (1808-1868), novella «programmaticamente» a fondo storico ed espressione delle teorie letterarie della generazione cosiddetta pascioptista. Di seguito, la pubblicazione del terzo e quarto capitolo dell'opera.


Capitolo III
«La testa di Motoc vogliamo»


Già dalla sera prima era stato dato l’annuncio a tutti i boiardi di convenire l’indomani, giorno di festa, alla chiesa metropolitana, dove sarebbe stato presente anche il principe, per seguire la funzione religiosa, e di andare poi a pranzo a corte. Quando giunse il voivoda Alexandru, la santa cerimonia era già iniziata e tutti i boiardi erano lì radunati. Contrariamente alle sue abitudini, quel giorno Lăpușneanu era vestito in tutto il suo sfarzo principesco. Portava in testa la corona dei Paleologi e sopra la giubba polacca di velluto porpora indossava un manto di foggia turca foderato di pelliccia. Era armato solo di un piccolo pugnale dall’impugnatura d’oro, mentre da sotto i bottoni della giubba s’intravedeva la cotta di maglia. Dopo aver ascoltato la santa funzione, scese dallo scanno, baciò le icone e, avvicinatosi al catafalco di S. Giovanni il Nuovo, si inchinò con grande umiltà e baciò le reliquie del santo. Si narra che in quel preciso istante egli si fosse fatto pallido in volto e che il catafalco del santo sussultasse. Fatto ciò e sistematosi di nuovo sullo scanno, disse rivolto ai boiardi:
«Signori boiardi! Dal giorno della mia seconda ascesa al trono fino a oggi, ho agito con crudeltà nei confronti di molti; mi sono dimostrato empio, malvagio, facendo versare molto sangue. Iddio solo sa quanto me ne dolga e quanto me ne penta. Ma voi dovete sapere che sono stato costretto a farlo, mosso unicamente dal desiderio di sedare le discordie e i reciproci tradimenti, che avevano per scopo quello di condurre il paese alla rovina e alla mia morte. Oggi la situazione è cambiata. I boiardi si sono ravveduti, hanno compreso che il gregge non può essere privo del suo pastore, perché come dice il nostro Salvatore, “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”. Signori boiardi! Su, viviamo in pace da oggi in poi, vogliamoci bene come fratelli, perché questo c’insegna uno dei dieci comandamenti: “Ama il tuo prossimo come te stesso” e perdoniamoci reciprocamente, poiché siamo mortali, e preghiamo il nostro Signore Gesù Cristo – e si fece il segno della croce – affinché rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.» Al termine di questo bizzarro discorso, avanzò al centro della chiesa e, dopo aver fatto un altro inchino, si voltò verso il popolo davanti a sé e poi a destra e a sinistra, esclamando:
«Perdonatemi, buona gente, e pure voi, signori boiardi!»
«Che Iddio vi perdoni, vostra Maestà!» risposero tutti, tranne due giovani che, cogitabondi, se ne stavano accanto a una tomba vicino all’entrata della chiesa, però nessuno si accorse di loro. Lăpușneanu uscì dalla chiesa, invitando i boiardi a seguirlo al banchetto, e salito a cavallo, tornò a palazzo. E tutti si sparpagliarono.
«Che te ne pare?» disse uno dei boiardi che, come s’è visto, non erano disposti a perdonare il voivoda Alexandru.
«Ti consiglio di non recarti oggi al suo banchetto», rispose l’altro. E si mischiarono tra la folla. Questi erano Spancioc e Stroici.
A corte si erano fatti grandi preparativi per questo convito. Era corsa voce che il principe si era riappacificato con i boiardi e costoro si rallegrarono di un simile mutamento che infondeva loro la speranza che avrebbero riottenuto incarichi per poter continuare ad accumulare nuove ricchezze col sudore dei contadini. Quanto al popolo, era indifferente: da questa riappacificazione non si aspettava alcun beneficio, né presagiva alcuna sventura. Il popolo gradiva la protezione del voivoda Alexandru; si lamentava solo del suo ministro, Moțoc, il quale approfittava della fiducia che godeva presso di lui per opprimerlo. E sebbene fossero continui i reclami del popolo denuncianti le ruberie di Moțoc, Lăpușneanu o non rispondeva o non li prendeva in considerazione. L’ora del pranzo era ormai prossima e i boiardi incominciarono a giungere a cavallo, ciascuno accompagnato da due, tre servitori. Notarono però che la corte era piena di mercenari armati e che quattro cannoni erano puntati verso il portone, ma pensarono che erano stati sistemati lì per dare giubilo alla cerimonia, come era usanza, sparando colpi a salve. Alcuni forse intuirono che si trattava di una trappola, ma una volta entrati non si poteva più far marcia indietro, dato che gli accessi erano guardati a vista e alle guardie era stato ordinato di non far uscire nessuno. Una volta che i boiardi, in numero di quarantasette, si furono congregati, Lăpușneanu si sistemò a capo tavola, con alla sua destra il logoteta Trotușan e alla sua sinistra il vornic Moțoc. Allo squillo delle trombe, s’iniziò a portare in tavola le pietanze. A quell’epoca, in Moldavia, non era ancora stata introdotta la moda di servire vivande raffinate. I banchetti, per suntuosi che fossero, erano composti da poche portate. Dopo il borș alla polacca, veniva il turno di manicaretti greci cotti con verdure, affogate nel burro; poi riso pilaf alla turca e per finire carni grigliate di ogni sorta. La tovaglia e i tovaglioli erano in filo di fiandra tessuti in casa. I vassoi su cui venivano servite le pietanze, i piatti e le coppe erano d’argento. Addossati alle pareti erano posti in fila parecchi orci ben panciuti, ricolmi di vino di Odobești e di Cotnari e dietro a ciascun boiardo, a sua disposizione, c’era un servitore che gli mesceva il vino. Tutti questi servitori erano armati. Nel cortile, oltre a due vitelle e a quattro montoni allo spiedo, c’erano tre tini scoperti traboccanti di vino; i servitori e i boiardi mangiavano e bevevano, bevevano e mangiavano... Gli umori incominciarono a infervorarsi: il vino stava sortendo i suoi effetti. I boiardi si inchinavano e omaggiavano il principe con sonori evviva, ai quali facevano eco i mercenari con fischi e i cannoni con i loro boati. Si era ormai giunti al momento di alzarsi da tavola, quando Veveriță sollevò la coppa e facendo un inchino disse:
«Lunga vita a voi, Maestà! Che possiate governare il paese in pace e che Dio misericordioso vi fortifichi nel proposito che avete espresso di non tormentare più i boiardi né di infierire più sul popolo…»
Non fece in tempo a terminare le sue parole che il bargello lo colpì dritto in fronte con la sua clava, facendolo stramazzare al suolo.
«Ah, voi così offendete il vostro principe!» gridò questi. «Addosso, miei giovani!» In un baleno, tutti i servitori alle spalle dei boiardi estrassero i loro pugnali e li colpirono. E altri soldati, condotti lì dal capitano dei mercenari, entrarono e si avventarono su di essi, trafiggendoli con le loro spade. Quanto a Lăpușneanu, tirando Moțoc per un braccio, si appressò a una finestra aperta da dove poter osservare la carneficina appena cominciata. Il principe rideva, e Moțoc, sforzandosi di ridere anche lui per assecondare il suo padrone, si sentiva drizzare i capelli in testa e gli battevano i denti. In effetti, era terrificante assistere a quella scena di sangue. Immaginatevi in una sala lunga cinque stînjeni [1] e larga otto occupata da un centinaio e più di sicari còlti da furore omicida, carnefici e vittime che lottavano tra loro, i primi con la furia della disperazione, i secondi sotto l’eccitazione dell’alcol. I boiardi, impreparati e attaccati vigliaccamente alle spalle, e disarmati, soccombevano senza poter opporre la minima resistenza. I più anziani morivano facendosi il segno della croce, ma molti, tra i più giovani, si difendevano con accanimento. Le sedie, i vassoi, le posate si trasformavano in armi nelle loro mani. Alcuni, sebben feriti, si avvinghiavano con furia al collo degli assassini e, incuranti delle ferite che venivano loro inferte, lo stringevano fino a strozzarli. Se qualcuno conseguiva afferrare una spada, vendeva cara la propria vita. Molti mercenari perirono, ma alla fine non era rimasto un solo boiardo vivo. Sull’assito giacevano quarantasette corpi! Durante la furiosa lotta, il tavolo era stato rovesciato; gli orci furono ridotti in cocci e il vino mischiatosi al sangue aveva formato una pozza che copriva la superficie della sala. Alla carneficina perpetrata al piano superiore, fece seguito anche il massacro che ebbe inizio giù nel cortile. I servitori dei boiardi, vedendosi d’un tratto assaliti dai soldati, si dettero alla fuga. I pochi che sfuggirono alla morte, riuscendo a saltare di là delle mura, corsero vociando alle case dei boiardi, e invitando altri servi e signori, istigarono il popolo, e l’intera città si precipitò al portone della corte, che assaltarono incominciando a farlo a pezzi. I soldati storditi dall’ubriacatura opponevano una flebile resistenza. La folla s’ingrossava sempre di più. Il bargello, avvisato Lăpușneanu della sollevazione del popolo, fu inviato a domandare quali fossero le sue richieste. Il bargello uscì.
«Ehi, vornic Moțoc», disse poi Lăpușneanu voltandosi verso costui «Di’, non ho forse agito bene nello sbarazzarmi di questi malvagi, liberando così il paese da cotanta feccia?»
«Maestà, avete agito con grande saggezza», rispose il vile cortigiano; «Da tempo meditavo di consigliarvi tale azione, ma vedo che la vostra oculatezza mi ha preceduto e bene avete fatto a ucciderli, perché…, perché…, stavano per…»
«Vedo che il bargello sta tardando», disse Lăpușneanu interrompendo Moțoc, il quale annaspava nelle parole. «Mi vien quasi voglia di ordinare di prendere a cannonate questi zoticoni. E tu, che ne dici?»
«Sì, sì, così, che siano accoppati a cannonate. Non fa niente se morirà qualche centinaio di bifolchi, visto che sono stati assassinati tanti boiardi. Sì, che vengano ammazzati tutti.»
«Mi aspettavo di sentire da te una simile risposta», disse Lăpușneanu con sdegno, «ma prima ascoltiamo quello che vogliono.» E in quel mentre, il bargello salì in cima al portone della corte e, invitandoli con un cenno a far silenzio, gridò:
«Buona gente! Sua Maestà il voivoda vi domanda che cosa volete. E perché vi siete precipitati qui con tanto strepito.»
La folla rimase a bocca aperta. Non si aspettava una simile domanda. Era piombata lì senza saperne il perché né che cosa volesse. Cominciò a stringersi in crocchi, tutti domandandosi l’un l’altro che cosa potevano chiedere. Alla fine si misero a gridare:
«Vogliamo meno tasse! Basta succhiarci il sangue!»
«Basta tartassarci! Basta derubarci!»
«Siamo ridotti alla miseria! Non abbiamo più soldi! Ci ha preso tutto Moțoc! Moțoc! Moțoc! È lui a spennarci e a rapinarci! È lui a consigliare il voivoda! A morte!»
«Morte a Moțoc! La sua testa vogliamo!» Queste ultime parole, che trovarono eco in tutti gli animi, agirono come una scarica elettrica. Tutte le voci si unirono in un unico grido:
«La testa di Moțoc vogliamo!»
«Cos’è che vogliono?» domandò Lăpușneanu, quando vide entrare il bargello.
«La testa del vornic Moțoc!», rispose.
«Come?! Che?!» gridò Moțoc, saltando su come qualcuno che avesse calpestato un serpente. «Non hai sentito bene, amico mio! Tu vuoi forse scherzare, ma non è il momento per gli scherzi. Che discorsi son questi? Che se ne fanno della mia testa? Sei sordo, ti dico, non hai sentito bene!»
«E invece si è sentito benissimo» disse il voivoda Alexandru. «Ascolta tu stesso. Le loro grida si sentono fin qua.»
In effetti, dato che i soldati non opponevano più alcuna resistenza, il popolo incominciò ad arrampicarsi sulle mura, da dove gridava a squarciagola:
«Dateci Moțoc! La testa di Moțoc vogliamo!»
«Oh, me peccatore!» gridava il vigliacco. «Vergine Immacolata, non permettere che mi uccidano!... Ma che ho fatto di male a questa gente? Madre di Dio, risparmiami da questo pericolo e giuro che farò erigere una chiesa, che rispetterò il digiuno per il resto della mia vita, che farò coprire d’argento la tua icona miracolosa del monastero di Neamț!... Gesù misericordioso, non prestare ascolto a questi sciocchi, a questi bifolchi. Ordina che vengano presi a cannonate… Che crepino tutti! Io sono un gran signore, e loro degli straccioni!
«Straccioni, ma ben numerosi», rispose Lăpușneanu freddamente. «Uccidere una folla di persone per un solo uomo, non sarebbe questo commettere peccato? Giudica tu stesso. Va’ e muori per il bene del tuo popolo, come affermavi tu stesso quando mi dicevi che il paese non mi voleva, né mi amava. Sono contento che il popolo ti ricompensi per i servigi che mi hai reso, vendendo il mio esercito al generale Anton Székely per poi abbandonarmi e passare dalla parte di Tomșa.»
«Oh, me sventurato!» gridò Moțoc strappandosi la barba ché dalle parole del tiranno capiva che per lui non c’era più scampo. «Lasciatemi almeno andare a dar disposizioni a casa! Abbiate pietà della mia consorte e dei miei figlioli! Lasciate che confessi i miei peccati!» E piangeva, e gridava e sospirava.
«Basta!» tuonò Lăpușneanu, «non piagnucolare più come una donnetta! Comportati da vero rumeno. A che pro confessarti? Che devi dire al confessore? Che sei un bandito e un traditore? Questo lo sa l’intera Moldavia. Su! Prendetelo e consegnatelo al popolo e ditegli che è questo il modo con cui il voivoda Alexandru fa pagare il fio a coloro che derubano il paese.»
Subito il bargello e il capitano dei mercenari si misero a trascinarlo via. Lo sventurato boiardo urlava con quanto fiato aveva in corpo, smaniando di liberarsi dalla presa: ma che potevano fare le sue mani di anziano contro quelle quattro robuste braccia che lo tiravano! Voleva opporre resistenza puntando i piedi, ma inciampava nei corpi dei suoi compari e scivolava sul sangue rappreso sul pavimento. Alla fine le forze gli vennero meno e gli accoliti del tiranno, conducendolo più morto che vivo al portone della corte, lo gettarono in pasto alla folla. Il boiardo canaglia cadde fra le braccia di quell’idra dalle tante teste, che in un secondo lo ridusse a pezzi.
«Ecco come vengono ricompensati dal voivoda Alexandru coloro che rapinano il paese!» dissero i messi del tiranno.
«Evviva sua Maestà il voivoda!» rispose la folla. E appagata da questo sacrificio, si sparpagliò. Mentre l’infelice Moțoc moriva in quel modo, Lăpușneanu dette ordine di rimettere in piedi il tavolo e di raccogliere le posate; poi fece mozzare le teste di quelli uccisi e gettarne i cadaveri dalla finestra. Di seguito, raccolte le teste, le pose in mezzo al tavolo con calma e ordine, sistemando quelle dei boiardi meno importanti sotto a quelle dei boiardi più importanti, in base al casato e al rango, fino a comporre una piramide di quarantasette teste, la cui punta terminava con la testa di un alto logoteta. In seguito, dopo essersi lavato le mani, si avviò verso una porta secondaria, tirò il chiavistello e il paletto di legno che la teneva serrata ed entrò nell’appartamento di Ruxandra.
Già dall’inizio di questa tragedia, la principessa, ignara completamente di ciò che stava accadendo, era in preda all’agitazione. Non capiva quale fosse la causa degli schiamazzi che aveva udito, perché, secondo le usanze dell’epoca, le signore non potevano uscire dai loro appartamenti e le fantesche non potevano arrischiarsi di ritrovarsi in mezzo a una soldataglia che non sapeva che cosa fosse la disciplina. Una di loro, la più audace, uscendo aveva sentito dire che il voivoda era stato coinvolto in una sollevazione di popolo e aveva portato la notizia alla sua padrona. La buona signora, temendo la furia del popolo, era spaventata, e quando entrò Alexandru, la trovò mentre pregava davanti alle icone con a fianco i figli.
«Ah», gridò lei, «Gloria alla Madre di Dio, finalmente ti rivedo! Ero terrorizzata.»
«A tal proposito, come avevo promesso, ti ho preparato un rimedio contro la paura. Vieni con me, signora.»
«Ma cos’erano quegli strilli, quelle urla che si udivano?»
«Nulla. I servitori hanno attaccato briga fra loro, ma si sono calmati.» E dicendo ciò, prese Ruxandra per una mano e la condusse nella sala. Alla vista di quell’orrenda scena, cacciò un urlo e perse i sensi.
«Le donne son tutte uguali», disse Lăpușneanu sorridendo. «Invece di rallegrarsi, lei si spaventa.» E prendendola in braccio, la portò ai suoi appartamenti. Poi, tornato di nuovo in sala, trovò il capitano dei mercenari e il bargello che lo stavano attendendo.
«Tu occupati di far scaraventare giù dalle mura le carogne di questi cani, e disponi in fila le loro crape lungo il muro», disse al mercenario. «E tu», disse rivolto al bargello, «va’ ad acciuffare Spancioc e Stroici.» Costoro però si trovavano in quel momento già quasi vicino al Nistro. Gli inseguitori li raggiunsero proprio quando stavano per oltrepassare il confine:
«Dite a chi che vi ha mandato», gridò loro Spancioc «che ci vedremo prima della sua morte!»    

 
[1] Antica unità di misura che in Moldavia (e non solo) corrispondeva a 2,23 m.
 



Capitolo IV
«Quando mi rimetterò in piedi, di preti ne comunicherò un subisso anch’io …»


Erano trascorsi quattro anni da questa scena, durante i quali il voivoda Alexandru, fedele alla promessa data alla principessa Ruxandra, non fece più tagliare la testa a nessun boiardo. Tuttavia, ligio al suo desiderio come tiranno di veder soffrire il genere umano, escogitò fior fiore di torture.
Cavava occhi, tagliava mani, mutilava e uccideva tutti coloro di cui sospettava. Ma i suoi sospetti erano infondati, e nessuno osava men che meno controbattergli.
Ciononostante era inquieto, perché non era riuscito ad acciuffare Spancioc e Stroici, che ora erano rifugiati a Camenița, in Ucraina, e aspettava un’occasione più propizia per farlo. Sebbene avesse come generi due conti particolarmente influenti presso la Corte polacca, era impensierito da quei due boiardi che avrebbero potuto convincere i polacchi, i quali non aspettavano altro che un semplice pretesto per invadere la Moldavia. Questi rumeni però erano due patrioti più che integerrimi per non stimare che la guerra e l’avanzata di eserciti stranieri avrebbero significato la fine della patria.
Lăpușneanu aveva scritto loro più volte perché ritornassero, giurando solennemente che non avrebbe inflitto loro alcun danno, ma essi sapevano quanto valevano i suoi giuramenti. Per sorvegliarli più da vicino, si era trasferito nella fortezza di Hotin, che rinforzò con estrema cura. Ma qui egli si ammalò di tifo. La malattia progredì rapidamente e ben presto il tiranno si vide con un piede nella fossa.
Nel delirio provocato dalla malattia, gli sembrava di vedere tutte le vittime della sua crudeltà, raccapriccianti e minacciose, che lo atterrivano e che lo chiamavano a risponderne al cospetto della giustizia divina. Invano si rivoltava nel letto di dolore, non riuscendo a trovar pace.
Chiamati al capezzale il metropolita Teofan, i vescovi e i boiardi e detto loro che avvertiva approssimarsi la sua fine, chiese umilmente perdono a tutti; poi li pregò di aver pietà di suo figlio Bogdan, al quale lasciava il trono in eredità, e di aiutarlo dato che era ancora in tenera età, accerchiato da potenti nemici: non avrebbe potuto difendere né sé stesso, né il paese se non ci fosse stata unità fra i boiardi e se questi non avessero dimostrato attaccamento e sottomissione nei confronti del principe.
«Quanto a me», aggiunse, «se guarirò da questa malattia, prenderò la decisione di farmi monaco, ritirandomi nel monastero di Slatina, dove espierò i miei peccati fin quando Iddio me lo concederà. Vi prego, quindi, cari prelati, di provvedere al rito della mia tonsura quando mi vedrete ormai prossimo alla morte…»
Non poté andare oltre con le parole perché fu preso dalle convulsioni e un mancamento terribile come la morte gli paralizzò il corpo, tanto che il metropolita e i vescovi, credendo che fosse ormai giunto alla fine, lo monacarono col nome di Paisie, dopo quello di Petru portato prima di diventare principe.
Dopo di che, salutando la principessa Ruxandra come reggente fino alla maggiore età del figlio, Bogdan [1] fu proclamato principe. In seguito partirono le staffette per darne l’annuncio ai boiardi del paese e a quelli emigrati come pure ai capitani degli eserciti.
Era appena sceso il tramonto quando giunsero Stroici e Spancioc.
Lasciati i cavalli presso dei complici, corsero in gran fretta alla fortezza. La fortezza era muta e deserta come la tomba di un gigante. Non s’udiva null’altro che il cadenzato mormorio dello sciabordio delle onde del Nistro frangersi contro le sue rocciose sponde, buie e desolate, e il monotono vociare dei soldati di guardia che si stagliavano alla luce del crepuscolo, appoggiati alle loro lunghe lance. Salendo a palazzo, non poco fu il loro stupore nel non incontrare nessuno. Alla fine, un servitore indicò loro la stanza nella quale giaceva il malato. Desiderosi di entrare, sentirono però un gran rumore e si fermarono per tendere gli orecchi.
Lăpușneanu si era destato dal suo intontimento.
Aprendo gli occhi, vide due monaci, l’uno accanto a sé e l’altro in fondo al letto, immobili come due statue di bronzo. Si guardò e vide che era coperto da un rasso, mentre al capezzale vi era un potcap [2]. Tentò di sollevare una mano e se la trovò avviluppata in un rosario. Gli parve di star sognando e richiuse gli occhi. Ma poco dopo, al riaprirli, vide le stesse cose: il rosario, il potcap, i monaci.
«Ti senti meglio, fratello Paisie?» gli domandò uno dei due monaci, vedendo che si era svegliato.
Quel nome gli riportò alla memoria tutto quello che era accaduto. Il sangue iniziò a ribollirgli nelle vene e, rizzandosi sulla schiena, esclamò:
«Che spauracchi son questi?!» gridò. «Ah, voi vi state prendendo gioco di me! Fuori, luride tonacacce! Uscite, sennò vi ammazzo tutti!» E cercò un’arma vicino a sé, ma avendo trovato solo il potcap, lo scagliò con furia colpendo un monaco alla testa.
Udendo le sue grida, tutti – la principessa con il figlio, il metropolita, i boiardi, i servitori – entrarono nella stanza.
Proprio in quel momento erano giunti Spancioc e Stroici e stavano ora origliando alla porta.
«Ah! Mi avete fatto monaco», gridò Lăpușneanu con voce roca e spaventosa. «Pensavate forse di sbarazzarvi di me? Toglietevelo dalla testa! Con l’aiuto di Dio o del demonio mi rimetterò in salute e allora sì che…»
«Empio, non dire eresie!» lo interruppe il metropolita. «Dimentichi che sei nell’ora della morte! Bada, peccatore, sei monaco ora, non sei più principe! Bada che con i tuoi urli e schiamazzi spaventi questa donna innocente e questo fanciullo nel quale la Moldavia ripone le sue speranze…»
«Tonacaccia spudorata!» lo rintuzzò il malato, che si dibatteva per alzarsi dal letto. «Chiudi la bocca, perché così come ti ho eletto metropolita, io ti dismetropolizzerò! Voi avete fatto prete me, ma quando mi rimetterò in sesto, di preti ne comunicherò un subisso anch’io! E questa cagna la ridurrò a pezzi insieme al suo marmocchio così la smetterà di dare ascolto ai consigli di queste tonacacce e dei miei nemici… Dice il falso chi dice che sono monaco! Io non sono monaco, sono principe! Sono il voivoda Alexandru…! Addosso, miei giovani! Dove sono i miei prodi...? Infierite! Infierite più che potete! Sono io a ordinarvelo. Uccideteli tutti… Che nessuno si salvi. …Ah, soffoco...! Acqua, acqua, acqua!» e cadde all’indietro, grugnendo di rabbia e ira.
La principessa e il metropolita uscirono. Sull’uscio s’imbatterono in Stroici e Spancioc.
«Principessa!» disse Spancioc, prendendo Ruxandra per mano, «Quest’uomo deve morire senza indugi. Ecco qui della polvere, versatela nella sua coppa…»
«Un veleno!» gridò lei, rabbrividendo.
«Sì, un veleno», le fece eco Spancioc. «Se quest’uomo non morirà subito, la vostra vita e quella di questo bambino saranno in pericolo. Il padre è vissuto anche troppo e molte ne ha combinate. Che muoia il padre affinché sia salvo il figlio.»
Un servitore si fece avanti.
«Che c’è?» domandò la principessa.
«Il malato si è svegliato e vuole dell’acqua e suo figlio. Mi ha intimato di non ritornare senza di lui.»
«Oh, vorrà ucciderlo!» gridò l’affettuosa madre, stringendosi affranta in seno il figlio.
«Non c’è tempo di indugiare, principessa», aggiunse Spancioc. «Ricordatevi della consorte del voivoda Ștefăniță [3] e scegliete: o vostro marito o il piccolo.»
«Che dite, padre!» disse la misera donna, volgendo gli occhi carichi di lacrime verso il metropolita.
«Crudele e spietato è quest’uomo, figlia mia; che Iddio ti consigli. Intanto io vado a preparare il necessario per procedere all’investitura del nostro nuovo principe. Quanto a quello vecchio, che Dio lo perdoni e che perdoni anche te.» E detto ciò, il reverendo Teofan si congedò.
Ruxandra prese una coppa d’argento piena d’acqua, portata dal servitore. Poi, meccanicamente e indotta più che altro dai boiardi, vi lasciò cadere il veleno. I boiardi la spinsero dentro la camera del malato.
«Che sta facendo?» domandò Spancioc a Stroici, che aveva socchiuso la porta per spiarli.
«Sta chiedendo di suo figlio – dice di voler vederlo – vuole qualcosa da bere – la principessa trema – gli porge la coppa – non si decide a prenderla!...»
Spancioc ebbe un fremito ed estrasse il pugnale dalla cintola.
«No, l’ha presa, sta bevendo… Alla vostra salute, Maestà!»
Ruxandra uscì tremante e pallida e, appoggiandosi al muro, disse sospirando:
«Dovrete confessare davanti a Dio che siete stati voi a spingermi a commettere questo peccato.»
Rientrò il metropolita.
«Andiamo», disse alla principessa.
«Ma chi si occupa di questo miserabile?»
«Noi», risposero i due boiardi.
«Oh, padre, che mi avete costretta a fare!» disse la donna al metropolita e lo seguì piangendo.
Entrambi i boiardi entrarono nella stanza del malato.
Il veleno non aveva ancora incominciato a sortire i suoi effetti. Lăpușneanu era disteso con la faccia in su, tranquillo, ma molto indebolito. Quando entrarono i boiardi, egli li guardò a lungo e, non riconoscendoli, domandò loro chi fossero e che cosa volessero.
«Io sono Stroici», rispose questi.
«E io Spancioc», aggiunse l’altro. «Ciò che vogliamo è vederti prima della tua morte, come ti avevamo promesso.»
«Oh, i miei nemici! sospirò Alexandru.
«Io sono Spancioc», proseguì questi, «lo Spancioc a cui volevi mozzare la testa, quando uccidesti i quarantasette boiardi, e che riuscì a sfuggire alle tue grinfie! Lo Spancioc i beni del quale tu hai depredato, costringendo sua moglie e i figli a mendicare presso le case dei cristiani.»
«Ah, che fuoco mi sento ardere dentro», gridò il malato, premendosi il ventre con le mani.
«Su, recita “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo…”, perché stai per morire. Il veleno sta avendo effetto.»
«Oh, mi avete avvelenato, maledetti! Signore, abbi pietà della mia anima! Oh, che fiamme sento! Dov’è la principessa? Dov’è mio figlio?»
«Se ne sono andati e ti hanno lasciato a noi.»
«Se ne sono andati lasciandomi qui! Mi hanno lasciato a voi! Oh, uccidetemi così mi libero da questi dolori! Oh, pugnalami tu, tu che sei il più giovane, abbi pietà! Liberami da questi spasmi lancinanti. Pugnalami!» disse, girandosi verso Stroici.
«Non insozzerò il mio prode pugnale nel sangue infame di un tiranno come te.»
Il dolore aumentava. L’avvelenato era in preda alle convulsioni.
«Oh!» gridò, «mi sento ardere l’anima! Oh, datemi dell’acqua… Datemi qualcosa da bere!»
«Ecco qua», disse Stroici, prendendo la coppa d’argento dal tavolo, «sono rimasti i rimasugli del veleno. Bevi e rinfrescati.»
«No, no, non voglio…», disse il moribondo stringendo i denti.
Allora Stroici lo afferrò e lo tenne fermo, mentre Spancioc, sfoderato il suo pugnale, con la punta gli disserrò i denti e gli versò in gola il veleno che era rimasto sul fondo della coppa.
Lăpușneanu, infuriando come un toro alla vista del ceppo e della scure che s’abbatterà su di lui, volle girare la testa verso il muro.
«Che c’è, non vuoi più degnarci del tuo sguardo?» dissero i boiardi. «E invece, per tuo castigo, è perentorio che tu ci guardi: impara a morire, tu che sapevi solo infliggere la morte.» E dopo averlo afferrato entrambi, lo tennero immobile, guardandolo con gioia diabolica e ricordandogli le sue malefatte.
Lo sventurato principe si contorceva negli spasmi dell’agonia; spumava dalla bocca; digrignava i denti e i suoi occhi iniettati di sangue fissavano il vuoto; un sudore freddo e triste di una morte annunciata gli colava a rigoli sul volto. Dopo un supplizio durato mezz’ora, alla fine spirò sorretto dai suoi carnefici.
Fu questa la fine di Alexandru Lăpușneanu, che lasciò una scia di sangue nella storia della Moldavia.
Ancora oggi si può vedere il ritratto con lui e la sua famiglia nel monastero di Slatina, da lui fondato, e dove è sepolto.



[1] Bogdan succede al padre nel 1568, all’età di quindici anni (o diciassette secondo una fonte diversa), e regnerà fino al 1572 col nome di Bogdan IV, affiancato dalla madre Ruxandra. Dopo aver tentato invano di riprendersi il trono con l’appoggio dei Polacchi, raggiunge Mosca dove è ricevuto dallo zar Ivan il Terribile, il quale gli offre il suo aiuto per riconquistare il regno della Moldavia, ma senza esito. Muore a Mosca nel 1574.
[2] Copricapo nero di forma cilindrica portato dai sacerdoti e monaci di rito orientale.
[3] Riferimento al principe moldavo Ștefan (Ștefăniță) cel Tînăr (Ștefan al IV-lea) (1506-1527) che fu vittima di una congiura ordita da nobili polacchi, i quali lo avvelenarono – si narra – per mano della stessa moglie.

         


A cura e traduzione di Mauro Barindi

(novembre 2017, anno VII)